Ponte sullo Stretto, stop degli Usa al governo italiano: no a ''contabilità creative''

Whitaker: “L’obiettivo Nato deve riferirsi a costi militari reali, non a opere civili”
Gli Stati Uniti hanno inviato un messaggio chiaro all’Italia: nessuna scorciatoia contabile sarà accettata per raggiungere i nuovi obiettivi di spesa militare fissati dalla Nato. A rivelarlo è Bloomberg, che ha raccolto le parole dell’ambasciatore americano presso l’Alleanza atlantica, Matthew Whitaker. L’occasione nasce da un’idea che circola ormai da mesi nei palazzi romani: far rientrare i costi del Ponte sullo Stretto di Messina - almeno 13,5 miliardi di euro - nelle spese da contabilizzare come contributo alla sicurezza. Un modo, secondo il governo, per avvicinarsi alla soglia del 5% del Pil richiesta dalla Nato.
Secondo l’esecutivo italiano, il Ponte, garantendo un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, accorcerebbe i tempi di trasferimento delle truppe e delle risorse militari, rafforzando così la capacità logistica del Paese in caso di emergenze o missioni Nato. Lo stesso ministero della Difesa, rispondendo a un’interpellanza parlamentare a luglio, aveva sostenuto che l’infrastruttura sarebbe funzionale alla “proiettabilità delle forze”. Una logica ribadita anche nei documenti ufficiali inviati a Bruxelles, dove l’opera è stata presentata come di “interesse pubblico imperativo”, nonostante l’enorme impatto ambientale.
Matthew Whitaker
Ma da Washington arriva uno stop netto. Whitaker ha spiegato che non è accettabile un’interpretazione troppo “ampia” delle spese per la difesa, sottolineando che l’obiettivo del 5% deve riferirsi a costi militari reali e non a opere civili mascherate da strategiche. L’ambasciatore ha rivelato di aver discusso la questione con diversi Paesi europei, rimarcando la necessità di un impegno “fermo” e trasparente. In altre parole, gli Stati Uniti temono che gli alleati possano ricorrere a contabilità creative pur di presentarsi in regola con gli obiettivi dell’Alleanza.
Non solo il Ponte sullo Stretto: tra le opere che il governo italiano vorrebbe inserire nel capitolo “difesa” c’è anche la nuova diga foranea del porto di Genova, presentata come infrastruttura utile ai movimenti Nato. Un’ipotesi che però si scontra con la contrarietà dell’amministrazione di Donald Trump, decisa a non concedere spazi a interpretazioni elastiche. Per Washington, insomma, il messaggio è semplice: le spese militari devono essere militari, senza scorciatoie.
Foto © Imagoeconomica
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