Omicidio Willy, ergastolo per Gabriele Bianchi: ammesso alla giustizia riparativa
La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha scritto l’ultimo capitolo giudiziario per Gabriele Bianchi nel processo sull’omicidio di Willy Monteiro Duarte. Per il trentaduenne è stato confermato l’ergastolo, la pena più severa prevista dall’ordinamento, ma i giudici hanno anche aperto alla possibilità di un percorso di giustizia riparativa, consentendogli di confrontarsi con le conseguenze del delitto commesso.
La decisione arriva al termine del terzo giudizio d’appello sul caso che sconvolse l’Italia nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, quando il giovane Willy, aspirante chef di appena 21 anni, venne ucciso durante un brutale pestaggio a Colleferro. Il ragazzo era intervenuto per difendere un amico coinvolto in una lite.
Davanti ai giudici, Gabriele Bianchi ha sostenuto di essere profondamente cambiato rispetto a quella notte. “Maledico quel giorno. Se potessi lo cancellerei. Per questo chiedo di incontrare la famiglia di Willy. Per presentarmi come una persona diversa rispetto al mostro che mi si descrive”. Parole pronunciate nel tentativo di dimostrare un percorso di maturazione avvenuto durante gli anni trascorsi in carcere.
L’iter processuale degli altri imputati si era già concluso lo scorso novembre, quando la Cassazione aveva confermato l’ergastolo per il fratello Marco Bianchi e reso definitive le condanne a 21 e 23 anni per Mario Pincarelli e Francesco Belleggia. Per Gabriele Bianchi, invece, la Suprema Corte aveva disposto un nuovo giudizio d’appello limitatamente alla valutazione delle attenuanti generiche che, nel precedente grado di giudizio, avevano ridotto la pena a 28 anni di reclusione.
Accogliendo le richieste del procuratore generale Carlo Lasperanza e del sostituto procuratore Francesco Brando, la Corte ha revocato quelle attenuanti e ripristinato la condanna all’ergastolo. Contestualmente, però, ha accolto la richiesta della difesa di accedere alla giustizia riparativa.
Secondo l’avvocato Domenico Marzi, legale della famiglia Monteiro, si tratta di due piani distinti: “Un conto è la pena, un altro è il percorso riabilitativo in carcere con la possibilità di incontri. L’istanza non poteva avere alcuna ricaduta sulla concessione delle attenuanti generiche”. Il penalista ha inoltre richiamato la gravità dei fatti ricordando che “dobbiamo ricordare la violenza efferata con cui hanno ucciso un ragazzo inerme”.
La giustizia riparativa non comporta automaticamente alcuna riduzione della pena. Si tratta piuttosto di un percorso volto al riconoscimento della “ferita morale” provocata dal reato e all’assunzione di responsabilità da parte dell’autore. Se la famiglia della vittima dovesse accettare, il percorso potrebbe prevedere un confronto diretto; in caso contrario, verrebbero individuate modalità alternative.
La richiesta di accedere a questo strumento è stata avanzata da Bianchi soltanto durante l’ultima udienza. “Mi scuso con la famiglia. Non sono più il ragazzo di prima. Oggi sono padre di un bambino di sei anni che vedo crescere soltanto nella saletta dei colloqui. Chiedo di potermi confrontare con loro ed esprimere la mia vicinanza”, ha dichiarato. Una richiesta ritenuta però “in maniera tardiva” dal procuratore generale e dal sostituto procuratore, che si erano opposti.
Nel suo intervento davanti alla Corte, l’imputato ha descritto il proprio percorso in carcere come un’esperienza di cambiamento personale: “La mia condotta è più che pulita, lavoro come pizzaiolo e studio. Voglio dedicare la laurea a mio figlio. I pochi soldi che guadagno li mando a mia moglie”.
Una rappresentazione che contrasta con quanto emerge da un documento trasmesso dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e acquisito agli atti del processo, nel quale Gabriele Bianchi viene definito da “considerarsi pericoloso”. Un giudizio che il trentaduenne ha contestato apertamente: “A fronte del mio comportamento ora mi ritrovo in cella multipla e ho perso la mia serenità. Mi sono sempre comportato bene”.
Le sue parole, tuttavia, non hanno modificato l’esito del procedimento. La Corte ha confermato l’ergastolo, chiudendo così uno dei casi di cronaca più drammatici degli ultimi anni. “La conclusione era prevedibile”, ha commentato l’avvocato Maurizio Frasacco, costituito parte civile per il Comune di Colleferro. “La nostra città ricorderà sempre Willy”.
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