Gli studenti affollano l'aula magna per l'incontro “Mafia-Mafie, è ancora cosa nostra” con Nino Di Matteo, il magistrato impegnato nel processo sulla trattativa Stato-mafia: "Informatevi, siate appassionati"
di GIULIA DESTEFANIS
Ribadisce il suo “no” alla riforma costituzionale del governo Renzi, “perché l’impianto dei padri costituenti è buono, sono principi saldi che vanno applicati prima che riformati”. Ma parla soprattutto del suo pane quotidiano: le mafie, le loro mani sul Paese (“tutto quanto il Paese: è ingenuo pensare che riguardino solo certe regioni o parlare di infirltrazioni e non di fenomeno sistemico”) e i condizionamenti della politica.
Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, impegnato nel processo in corso sulla trattativa Stato-mafia, è sbarcato a Genova: a organizzare l’incontro “Mafia-Mafie, è ancora cosa nostra”, all’Università, i ragazzi dell’associazione studentesca universitaria Idee Giovani UniGe. E i loro coetanei - compresi i giovani di Libera e dell'osservatorio Mafie In Liguria sulla presenza delle organizzazioni criminali nella nostra Regione - hanno risposto invadendo l’aula magna fino all’ultimo posto disponibile. Un entusiasmo a cui Di Matteo risponde chiedendo ai ragazzi di informarsi, leggere, per comprendere anche i capitoli di storia più bui del nostro Peaese, perché “in tanti vi vogliono annichiliti, disinformati, sudditi. Io vi dico: appassionatevi”.
Del resto, spiega, “mafia e mentalità mafiose potranno essere sconfitte se all’azione delle istituzioni si affiancheranno due elementi: una volontà politica seria, incisiva, costante, che sinora non c’è stata; ma anche una rivoluzione culturale, che parta dai giovani, dai cittadini, dal basso e che contrapponga agli esempi tipici del mondo mafioso, valori diversi”.
Quello in cui viviamo “è un sistema caratterizzato da rapporti di reciproco sostegno, o quantomeno tolleranza, tra le organizzazioni mafiose e parti significative del potere”, continua il magistrato intervistato dei giovani dell’Ateneo genovese. Ed è difficile contrastarli, perché “in Italia si delega il compito esclusivo di individuare e sanzionare quei rapporti al processo penale, come se l’unica responsabilità di certi comportamenti fosse penale. Io continuo a credere che in un Paese veramente democratico dovrebbe essere valutata anche una responsabilità di tipo politico, che prescinde dalla prova dell’esistenza di un reato”. Perché, ad esempio, “se mi candidassi a sindaco del mio paese, e per avere consenso mi facessi vedere in compagnia del mafioso che comanda il quartiere, io non potrei essere sanzionato, non avrei commesso un reato: eppure avrei la responsabilità di aver rafforzato il prestigio e la capacità intimidatoria del mafioso”.
Poi il capitolo del lavoro quotidiano di un magistrato in prima linea: da una parte gli attacchi politici, frutto di “una guerra unilaterale di una parte della politica nei confronti di una parte della magistratura: in Italia non si sopporta che il controllo della magistratura si estenda anche alle modalità di esercizio del potere”. Dall’altra parte le minacce, come “l’ordine di morte impartito da Totò Riina dal carcere ai suoi: ma l’amarezza più grande è stata leggere che avrei organizzato tutto io, che sarei stato complice di Riina”. E allora un passaggio sulla memoria e sui colleghi uccisi: “Quello che spaventa è che Falcone veniva accusato delle stesse cose. Io non mi voglio paragonare a lui, ricordo però che Falcone e Borsellino sono molto amati da morti. Da vivi erano osteggiati e calunniati. Anche noi, se vogliamo avere memoria, non dobbiamo sfociare in meri esercizi di retorica – conclude – Memoria è non dimenticare il contesto che ha portato alla loro morte, per cogliere i sintomi di certi fenomeni anche nel presente”.
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