Spari 25 aprile, l'arsenale in casa e i dubbi della Digos: ''Attrezzatura da guerra'' dietro l'agguato

Il 25 aprile scorso, a Roma, il 21enne ultrà sionista Eitan Bondì ha sparato contro due militanti dell’Anpi. Ora, dagli atti inediti relativi al suo arresto emergono nuovi elementi che delineano un quadro considerato dagli investigatori ancora aperto e meritevole di ulteriori approfondimenti. In particolare, l’attenzione della Digos si concentra sul possibile contesto relazionale e organizzativo attorno al giovane, con verifiche in corso sui gruppi giovanili legati alla Comunità ebraica romana, tra cui la cosiddetta “Brigata Vitali”, della quale Bondì sarebbe sospettato di far parte.
Secondo quanto riportato nel provvedimento di convalida del fermo firmato dalla gip Paola Della Monica, il comportamento del ragazzo dopo l’aggressione rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda. La giudice evidenzia infatti la “assoluta indifferenza mostrata dopo il fatto, avendo egli completato il giro di consegne con Glovo e, dunque, il suo turno di lavoro, incurante delle conseguenze del proprio gesto”. Un elemento che, secondo gli inquirenti, smentirebbe l’ipotesi di una reazione impulsiva maturata dopo le tensioni avvenute a Milano durante il corteo del 25 aprile, dove la Brigata Ebraica era stata contestata e allontanata. Bondì, al momento dei fatti, stava già lavorando e non sarebbe partito da casa con l’intenzione improvvisata di agire.
Per la gip si sarebbe trattato invece di “Un’azione programmata – sottolinea la giudice – dagli effetti chiaramente e volutamente eclatanti (…) che evidenziano una freddezza da parte dell’aggressore, e dunque un altissimo grado di pericolosità”. La magistrata descrive inoltre Bondì come una persona con una profonda familiarità con le armi, sottolineando come il giovane abbia colpito il 25 aprile “da posizione idonea e con piena visualizzazione degli obiettivi”.
Durante le perquisizioni effettuate nella sua abitazione, gli investigatori hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale, definito negli atti come una “attrezzatura specifica di pronto uso in uno scenario di guerra”. Un quantitativo di armi e materiali ritenuto particolarmente rilevante per un ragazzo di appena 21 anni, pur essendo titolare di porto d’armi per uso sportivo. Nell’appartamento erano presenti una pistola Glock 9×19, una semiautomatica Para Ordnance calibro 45, una rivoltella Taurus calibro 38, un fucile a pompa Hatsa calibro 12, un monocolpo Chiappa calibro 22lr utilizzabile come arma da cecchino, una carabina Smith&Wesson 223 e una pistola scacciacani. A questi si aggiungevano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame rispettivamente da 12 e 19 centimetri.
La giudice descrive inoltre l’ambiente della stanza da letto del giovane, dove “La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”. Un insieme di elementi che, secondo la gip, confermerebbe il profilo di una persona “che conosce le armi”, dotata di una “mano esperta”.
Parallelamente proseguono le verifiche sul legame tra Bondì e ambienti vicini a Israele presenti nella capitale. Al momento non risultano richieste di arruolamento come riservista nell’esercito israeliano né domande per ottenere il passaporto di Tel Aviv, scelta invece compiuta da altri giovani appartenenti alla Comunità ebraica romana. Proprio per questo la Digos sta cercando di ricostruire un quadro completo relativo ai porto d’armi detenuti da persone legate a tali ambienti.
Nelle motivazioni della convalida del fermo, la gip evidenzia infine come il gesto del 21enne sarebbe stato determinato da una chiara “presa di posizione e da un coinvolgimento rispetto al conflitto israelo-palestinese”. Un contesto che, secondo gli investigatori, rappresenta oggi uno dei principali motivi di tensione e contrapposizione sul territorio tra movimenti della sinistra e gruppi riconducibili al mondo ebraico romano.
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