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Lavitola al Riesame ammette il mandato in bianco a Gomes ma esclude movente politico

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Valter Lavitola ha confrontato i giudici del Tribunale del Riesame di Roma in videocollegamento dal carcere di Rebibbia, dove è detenuto dal 10 agosto. L’udienza, durata circa tre ore, si è conclusa con la riserva dei magistrati sulle richieste della difesa. L’ex editore dell’Avanti, apparso in buone condizioni di salute, ha reso dichiarazioni spontanee leggendo anche una pagina dattiloscritta e ha ricostruito il proprio ruolo nell’attentato del 16 ottobre 2025 contro la villetta di Pomezia di Sigfrido Ranucci, all’epoca conduttore di Report. Secondo quanto riferito al termine dell’udienza dai suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, Lavitola ha ammesso di aver conferito un incarico a Clesio Gomes Tavares lasciandogli ampia autonomia operativa. "L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato in bianco specificando che non doveva fare male a nessuno". Nel nuovo racconto sembra scomparsa la precedente ipotesi di un’azione dimostrativa con spari. Lavitola ha spiegato di aver agito perché "ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata". I legali hanno respinto con decisione ogni movente politico ipotizzato dalla Procura di Roma. Lavitola ha ribadito che Ranucci non ha mai inteso candidarsi né entrare in politica e che, anzi, si era spesso lamentato quando l’argomento veniva sollevato. "Ma dietro l’attentato non c’è alcun movente politico". L’indagato ha descritto invece che con “Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me". In udienza ha parlato della possibilità di "potersi riabilitare" e ottenere "un riscatto sociale". "Io mi volevo ricostruire, non dico una verginità, che era impossibile, ma una reputazione positiva". Nella memoria di 72 pagine depositata dalla difesa si chiede di escludere l’aggravante del metodo mafioso. Qualora i giudici dovessero confermarla, i legali chiedono il trasferimento del procedimento alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, poiché la gelatina da cava utilizzata nell’ordigno sarebbe stata reperita in Campania. Per la misura cautelare gli avvocati hanno chiesto gli arresti domiciliari a Noepoli, in provincia di Potenza, comune di 706 abitanti dove Lavitola ha trascorso l’infanzia e dove, secondo la difesa, "non esiste una rete di conoscenze" né "possibili vie di fuga". L’indagine prosegue. Non è escluso che gli inquirenti possano ascoltare Ranucci come testimone nei prossimi giorni. Al momento non risulta alcuna richiesta di audizione da parte di Natàlia Potenza, ex compagna di Lavitola, che si è detta disponibile a collaborare dopo aver lasciato l’ex editore a seguito dell’emersione di una relazione con un’estetista brasiliana. Entro il 10 settembre il Riesame dovrà pronunciarsi sulle istanze della difesa.

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