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| Cronache Italia

Inflazione al 4,2%, nuova stangata sulle famiglie: fino a 1.900 euro in più con due figli

Energia e alimentari spingono i prezzi ai massimi degli ultimi tre anni. Salari reali ancora sotto dell’8% rispetto al 2019 e torna l’incubo del “fiscal drag”

AMDuemila

L’inflazione torna a colpire duramente le famiglie italiane. A settembre l’indice dei prezzi al consumo accelera improvvisamente al 4,2% su base annua, contro il 3,3% registrato ad agosto, mentre su base mensile l’aumento è dello 0,7%. È il livello più alto degli ultimi tre anni: per trovare un dato superiore bisogna tornare al settembre 2023, quando il carovita raggiunse il 5,3%.
A ricostruire il quadro è Nicola Borzi su Il Fatto Quotidiano, partendo dalle stime preliminari diffuse dall’Istat. A trascinare verso l’alto l’inflazione è soprattutto una nuova fiammata dei beni energetici, le cui quotazioni, dopo il +17,1% di agosto, sono aumentate del 22,3% nel mese appena concluso.
Ma il problema arriva direttamente anche sulle tavole degli italiani. I prezzi degli alimentari non lavorati accelerano infatti dal +3,8% al +5,5%, mentre il cosiddetto “carrello della spesa”, che fotografa gli acquisti più frequenti dei consumatori, registra un rincaro dell’1,7%.
Una stangata che si abbatte su un Paese nel quale le retribuzioni reali restano ancora dell’8% inferiori rispetto al 2019. Secondo le stime delle associazioni dei consumatori, l’aumento dei prezzi potrebbe tradursi in una maggiore spesa fino a 1.389 euro all’anno per una famiglia tipo e superare i 1.900 euro per un nucleo con due figli.
A pesare sono soprattutto le quotazioni delle materie prime energetiche sui mercati internazionali. Sul Ttf di Amsterdam il gas naturale è salito a 71,85 euro al megawattora, con un incremento del 3,43%. Corre anche il petrolio: il Brent ha raggiunto 103,30 dollari al barile (+0,69%), mentre il Wti si è attestato a 89,61 dollari.
Gli effetti sono già visibili ai distributori italiani. Secondo i dati dell’osservatorio del Mimit, il prezzo medio self-service della benzina ha raggiunto 2,111 euro al litro, mentre quello del gasolio è arrivato a 2,316 euro. A contenere solo parzialmente gli aumenti sono intervenute le iniziative volontarie di Eni, IP e Q8.
Il problema, peraltro, non riguarda soltanto l’Italia. L’inflazione torna a salire in diversi Paesi europei: in Francia è passata dal 2,4% al 3%, con l’indice armonizzato Hicp al 3,4%; in Germania ha raggiunto il 3,3%, mentre in Spagna è arrivata al 5%, ai massimi dall’inizio del 2023. Per l’eurozona gli analisti prevedono un dato medio compreso tra il 3,6% e il 3,7%, in attesa delle stime Eurostat.
Numeri che riaprono inevitabilmente il dossier dei tassi di interesse. Con un’inflazione nuovamente ben superiore all’obiettivo del 2%, il timore è che all’interno della Banca centrale europea possa prevalere ancora la linea rigorista dei cosiddetti “falchi”. Dopo il rialzo al 2,5% di settembre, mercati e analisti ipotizzano altri tre o quattro aumenti nei prossimi mesi per tentare di frenare i prezzi.
Una nuova stretta monetaria, però, rischierebbe di colpire un’economia dell’eurozona già debole. A frenare, almeno per il momento, questa prospettiva potrebbe essere il fatto che l’impennata dell’energia non si è ancora trasmessa all’intera economia. L’inflazione di base, calcolata escludendo energia e alimentari freschi, rimane infatti intorno al 2%: 1,7% in Italia e 2,4% nell’area euro.
Per lavoratori e famiglie c’è poi un’altra insidia: il “fiscal drag”, ovvero il drenaggio fiscale. Il meccanismo scatta quando le retribuzioni nominali aumentano per tentare di recuperare il potere d’acquisto perso con l’inflazione, ma l’aumento del reddito imponibile finisce per incrementare anche il peso delle tasse.
In assenza di un’indicizzazione automatica all’inflazione degli scaglioni Irpef e delle detrazioni, gli aumenti contrattuali possono infatti spingere i contribuenti verso aliquote più elevate o ridurre le agevolazioni fiscali. Il risultato è una sorta di tassa occulta: per un lavoratore dipendente con un reddito imponibile di 35 mila euro, le simulazioni riportate da Borzi indicano un maggiore prelievo complessivo di 1.138 euro nell’arco di due anni.
Un aumento del carico fiscale che non passa attraverso una decisione formale di alzare le aliquote e che, allo stesso tempo, garantisce maggiori entrate allo Stato. Così, mentre l’inflazione erode il valore reale degli stipendi, anche una parte degli aumenti ottenuti per recuperare il potere d’acquisto rischia di essere assorbita dal fisco.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica