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Washington ora confida nella pressione economica contro Teheran, prima del nucleare

Washington evita l’escalation prima del voto e sceglie le sanzioni; l’Iran risponde con corridoi eurasiatici alternativi

Francesco Ciotti
antimafiaduemila

Nessuno straccio di vittoria dopo sei mesi di guerra criminale, dunque è bene che non se ne parli, almeno fino a prima delle elezioni di medio termine.

Un calcolo politico evidente con i sondaggi che evocano già un disastro senza fine per l’attuale amministrazione di Donald Trump. Ad oggi il tycoon risulta nettamente in territorio negativo nei sondaggi di approvazione: le medie nazionali lo collocano grosso modo tra il 38% e il 41% di giudizi positivi, contro circa 57–58% di giudizi negativi.

Ebbene, un rapporto Reuters pubblicato il 2 settembre ha specificato che i vertici dell'amministrazione, incluso il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, sostengono la linea di "mantenere il conflitto relativamente silenzioso" almeno fino al voto del 3 novembre, quando i repubblicani dovranno difendere maggioranze risicate sia al Senato sia alla Camera. Un funzionario della Casa Bianca ha sintetizzato la priorità del momento con una frase diretta: "Stiamo mantenendo la pressione sull'Iran. Ma novembre è la priorità".

Non è solo un fatto di gradimento elettorale. Le stesse fonti citate da Reuters riconoscono che contenere il conflitto fino alle urne darebbe "tempo ai militari statunitensi per riassortire le munizioni esaurite", un'ammissione che si somma alle preoccupazioni già emerse sulla capacità logistica delle forze americane nel Golfo.

Nel frattempo, la Casa Bianca punta a spostare il baricentro dello scontro dal piano militare a quello economico, esercitando quella che le fonti definiscono "pressione economica massima" su Teheran, nella speranza di ottenere concessioni che mesi di raid aerei non sono riusciti a strappare.

Proprio mentre la Casa Bianca elabora questa exit strategy dissimulata, affiorano le crepe di una campagna militare umiliante e disastrosa per l’impero americano. Vance stesso, parlando pubblicamente della storia militare recente degli Stati Uniti, ha pronunciato un'ammissione che ha subito attirato l'attenzione degli osservatori internazionali: "L'America ha combattuto molte guerre da quando sono nato, ovvero da 42 anni. E non ne abbiamo vinta quasi nessuna". Una dichiarazione che stride con l'ottimismo ufficiale diffuso nei mesi scorsi, quando lo stesso Trump prometteva quotidianamente un trionfo imminente contro Teheran.

La strategia della pressione economica

E dunque, come annunciato dal segretario al Tesoro Scott Bessent si punta sulle sanzioni più severe mai imposte contro l'Iran. Le misure recenti hanno colpito la cosiddetta "flotta ombra" petrolifera iraniana, gli assicuratori marittimi che coprono le petroliere sanzionate, le entità coinvolte nell'approvvigionamento di armamenti e persino le piattaforme di scambio digitale, con il congelamento stimato di circa 500 miliardi di dollari in criptovalute collegate all'Iran.

Trump stesso ha minacciato dazi contro i Paesi che continuano a commerciare con Teheran, sebbene la Corte Suprema abbia bocciato la base legale di simili tariffe doganali, complicando l'applicazione pratica dello strumento.

Ma Pechino ha già tenuto ha precisare che non darà seguito alle isteriche istanze sanzionatorie americane.

Un blocco navale che non ferma l'export. Teheran punta sulla via della sete

Ed ecco che, tenendo fede ai più fedeli alleati di Russia e Cina, l’Iran lavora già alle sue contromisure. Il ministro del petrolio iraniano Mohsen Paknejad ha illustrato pubblicamente come Teheran sia riuscita a mantenere attive le esportazioni di greggio nonostante il conflitto e il blocco navale imposto dagli Stati Uniti. "Durante i 40 giorni di guerra, nonostante le condizioni di guerra, le esportazioni di petrolio greggio del Paese non si sono interrotte nemmeno per un'ora dal 28 febbraio fino alla stipula del cessate il fuoco temporaneo", ha dichiarato il ministro, sottolineando che l'intero processo di vendita e consegna del greggio si è svolto "a migliaia di chilometri di distanza dal Golfo Persico e dal Mar d'Oman", proprio per sfuggire al controllo diretto della Marina statunitense.

Paknejad ha ricostruito anche la cronologia dei due blocchi imposti dagli Stati Uniti: il primo, attivo circa dal 13 aprile al 18 giugno lungo la linea che va da Ras al-Hadd fino al porto pakistano di Gwadar, ha permesso a Teheran, durante la tregua successiva, di stoccare grandi volumi di greggio al di fuori dell'area sorvegliata. Il secondo blocco, imposto dal 15 luglio e tuttora in vigore, non ha comunque fermato l'industria petrolifera iraniana. "L'industria petrolifera non è rimasta inattiva e non si è fermata. Stiamo perseguendo varie soluzioni e diverse misure affinché si possa arrivare al giorno in cui saremo in grado di aggirare completamente questo blocco", ha spiegato il ministro, delineando una strategia di adattamento permanente piuttosto che di resistenza passiva.

Se il blocco navale statunitense punta a soffocare l'export iraniano attraverso lo Stretto di Hormuz, Teheran ha risposto costruendo negli anni un'alternativa strutturale che rende quel collo di bottiglia sempre meno decisivo. Secondo l'analisi della testata Cradle, l'Iran sta rispondendo alle interferenze statunitensi nello stretto affidandosi a rotte commerciali alternative che collegano la Repubblica islamica con Russia, Cina e Iraq, in un disegno che ha come fulcro il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, noto con l'acronimo INSTC.

Questo corridoio collega l'Iran con la Russia e, più in generale, con l'ampia rete commerciale eurasiatica, offrendo una via di scambio che bypassa completamente le acque contese del Golfo Persico. I numeri raccontano una crescita robusta: grazie all'INSTC, i volumi di merci sono aumentati del 12% nel 2025, raggiungendo 3,5 milioni di tonnellate, mentre le esportazioni russe verso l'Iran sono cresciute di oltre il 56% nei primi quattro mesi del 2026, un balzo che testimonia quanto l'asse Mosca-Teheran si sia consolidato proprio nella fase più acuta della crisi con Washington.

Al centro di questa strategia infrastrutturale c'è la ferrovia Rasht-Astara, in fase di completamento, destinata a rafforzare il collegamento su rotaia tra Iran, Azerbaigian e Russia. Parallelamente, il trasporto marittimo nel Mar Caspio tra i porti iraniani e russi sta acquisendo un'importanza crescente come rotta complementare a quella del Golfo, riducendo ulteriormente la dipendenza di Teheran dallo Stretto di Hormuz per i propri scambi con il nord.

Più a est, il porto di Chabahar, affacciato sul Golfo dell'Oman, offre all'Iran un accesso diretto all'Oceano Indiano senza dover attraversare lo stretto conteso. A breve entrerà in funzione anche la ferrovia Chabahar-Zahedan, che collegherà lo scalo alla rete ferroviaria nazionale iraniana, aprendo potenzialmente una rotta più ampia verso l'Asia centrale. A completare il quadro vi sono i collegamenti ferroviari tra Cina e Iran attraverso l'Asia centrale, sempre più rilevanti, e la ferrovia Shalamcheh-Basra, attualmente in costruzione, pensata per potenziare i collegamenti terrestri tra Iran e Iraq.

L'incubo logistico della Marina statunitense

Mentre l'Iran ha trovato vie di fuga, sul piano militare la pressione statunitense nel Golfo si scontra con difficoltà logistiche crescenti. Secondo il New York Times i contrattacchi tempestivi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche contro la base navale di supporto in Bahrein, avvenuti nelle primissime ore della guerra, insieme alle minacce successive contro altre strutture di supporto alle portaerei nella regione, hanno messo fuori uso una capacità logistica definita "critica", che la Marina statunitense non è stata in grado di recuperare pienamente.

Una nuova analisi ha calcolato che le navi di rifornimento destinate ai gruppi d'attacco imbarcati nel Mar Arabico, incaricati di mantenere il blocco contro l'Iran, devono percorrere oltre 3.500 chilometri partendo da Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, oppure quasi 6.000 chilometri da Singapore. Si tratta di distanze enormi che appesantiscono ogni ciclo di rifornimento ed espongono le unità a rischi operativi prolungati.

Le portaerei e le navi da guerra che le scortano sono, in termini di consumi, delle vere e proprie città galleggianti affamate di risorse. La stessa testata stima che la flotta di circa venti navi presenti nella regione, con a bordo circa 20.000 tra marinai e fanti di marina, necessiti di oltre 420.000 pasti e 8 milioni di galloni di carburante ogni settimana solo per restare operativa. Le navi da guerra devono rifornirsi in mare ogni cinque o sei giorni, un'operazione delicata che richiede di mantenere la stessa rotta per ore mentre il carburante viene pompato a bordo e i pallet di cibo e materiali vengono trasferiti via cavo o con elicotteri dalle navi di supporto.

L'intero sistema appare sempre meno sostenibile, dato che gli Stati Uniti stanno già impiegando a rotazione quattro delle proprie undici portaerei, mentre altre unità si trovano in riparazioni estese che richiederanno anni per essere completate. Questi vincoli operativi spiegano in parte il dispiegamento record di oltre 270 giorni della USS Abraham Lincoln, che non ha effettuato scali in porto per l'intera durata della missione. Una permanenza così prolungata in mare ha generato una serie di episodi allarmanti a bordo, tra cui marinai che hanno tentato di gettarsi in acqua, equipaggi colpiti da privazione cronica del sonno a causa del rumore, delle operazioni di volo e delle vibrazioni costanti, oltre a condizioni igieniche precarie, muffa diffusa e carenza di rifornimenti essenziali.

Anche la USS Ford, nave gemella della Lincoln, non è stata risparmiata da criticità simili: durante la sua missione di 326 giorni ha effettuato nove scali portuali, ma ha rischiato un ammutinamento prima della conclusione del turno operativo a maggio, a causa di un incendio di trenta ore divampato nella lavanderia di bordo e di intasamenti cronici ai servizi igienici, fattori che hanno contribuito alla decisione di concludere anticipatamente la missione. Paradossalmente, ad agosto lo stesso Trump si è lamentato pubblicamente che la missione della Lincoln "non fosse abbastanza lunga", un commento che ha rivelato un certo distacco rispetto alle condizioni reali vissute dagli equipaggi, in evidente contraddizione con le promesse elettorali di tenere i militari statunitensi lontani da nuove guerre all'estero.

I segnali di crisi dell’economia americana

Come abbiamo più volte evidenziato, questo conflitto rappresenta una spada di Damocle per Washington che non può ammettere la sconfitta semplicemente perché vedrebbe eroso il dominio del petrodollaro nella regione, con i Paesi del Golfo ora mal disposti ad investire trilioni di dollari negli Stati Uniti, dopo la distruzione delle loro infrastrutture petrolifere avrebbero dovuto essere difese dall’alleato supremo.

È sempre più evidente come, dietro la strategia di pressione contro l’Iran, emergono fragilità sempre più visibili nell’economia statunitense. Il segretario al Tesoro Bessent ha intensificato gli interventi diretti sui mercati, con acquisti fino a 4 miliardi di dollari di titoli a lunga scadenza per singola operazione, nel tentativo di sostenere i prezzi obbligazionari e limitare i rendimenti mentre il debito federale ha superato i 40.000 miliardi di dollari. La pressione sui costi di finanziamento si riflette anche nella dipendenza di Washington dai grandi detentori esteri di Treasury: il sostegno congiunto allo yen giapponese mirava anche a scongiurare vendite di titoli americani da parte di Tokyo, che avrebbero innalzato rendimenti, tassi sui mutui e costo del credito. Già nell’ottobre 2025 il Tesoro aveva attivato uno swap da 20 miliardi di dollari con la banca centrale argentina e acquistato pesos sul mercato aperto, mentre Bessent ha rivendicato apertamente l’obiettivo di orientare i “segnali di mercato” e gli investimenti privati. A rendere più delicato il quadro sono i prezzi dell’energia: il diesel ha toccato il record di 5,820 dollari al gallone, superando il picco del giugno 2022, dopo un incremento del 55% dall’inizio della guerra contro l’Iran. Sul piano interno, a luglio sono stati tagliati 23.000 posti di lavoro, quasi un quarto dei lavoratori viene indicato come “funzionalmente disoccupato”, il mercato immobiliare è in rallentamento e i fallimenti aziendali hanno superato quota 600.000 nei dodici mesi conclusi a giugno. In questo scenario, la spesa per infrastrutture dell’intelligenza artificiale appare una delle poche leve di sostegno alla crescita, ma la concentrazione dei capitali nelle Big Tech alimenta il timore di una bolla speculativa, mentre l’aumento dei costi di finanziamento avvicina l’economia americana a livelli che storicamente hanno anticipato una recessione.

Joe Kent ed il possibile uso del nucleare tattico da parte USA

A inquadrare le fragilità profonde della strategia americana nel Golfo è intervenuto l’ex direttore dell’ufficio dell’antiterrorismo Joe Kent, in un'intervista rilasciata a Glenn Diesen dedicata allo stallo militare e diplomatico seguito ai recenti scontri e al blocco dello Stretto di Hormuz. Nonostante la retorica ufficiale della vittoria, secondo Kent le scorte di munizionamento e la tenuta logistica americana mostrano limiti sempre più evidenti.

"Siamo nel campo delle conseguenze non intenzionali in cui la nostra parte, quella degli Stati Uniti, guidata dal presidente Trump, sembra non sapere con esattezza che cosa vuole. Oscilliamo continuamente tra vogliamo una resa totale, una capitolazione totale... e poi il giorno dopo diciamo qualcosa come 'Va bene, forse siamo aperti ai colloqui e vogliamo solo che lo stretto di Hormuz venga riaperto'", ha osservato Kent, descrivendo un'amministrazione priva di una linea strategica coerente.

Di fronte all'impossibilità di condurre un'invasione di terra contro l'Iran e all'erosione delle scorte convenzionali, a Washington emergono opzioni estreme. L’ex militare avverte che la tentazione di ricorrere ad armi atomiche tattiche, o a colpi dimostrativi condotti da Israele, avrebbe conseguenze globali potenzialmente devastanti. "Il paese è semplicemente troppo grande. Quindi se vuoi una resa totale, se vuoi una vittoria militare davvero grande e netta, arrivi all'uso di un'arma nucleare molto rapidamente", ha spiegato, delineando uno scenario in cui la sola opzione per una vittoria netta passerebbe per l'arma più estrema.

Kent ha anche descritto le ricadute geopolitiche globali che un simile passo comporterebbe: "Se gli Stati Uniti decidessero di usare un'arma nucleare più piccola... per dire 'abbiamo eliminato ogni minaccia del programma nucleare iraniano', questo radicalizzerebbe ulteriormente gli iraniani e penso che finirebbe per normalizzare l'uso della capacità nucleare di primo colpo. E credo che in tempi molto brevi vedremo Putin usarne una in Ucraina perché in sostanza manderemmo al mondo il messaggio: 'siamo noi la superpotenza dominante... abbiamo alzato il livello e abbiamo usato un'arma nucleare a potenza limitata'". Infine, Kent ha espresso preoccupazione per l'autonomia con cui Israele potrebbe agire indipendentemente dalla linea ufficiale di Washington: "Fino a questo momento abbiamo dimostrato di non essere capaci di frenare gli israeliani... temo che andrebbero da Trump e gli direbbero: 'Ehi, tu non puoi farlo, ma noi sì, basta che ti giri dall'altra parte'".

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