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Washington disperata ora tenta la guerra economica contro l'Iran

La Casa Bianca punta sul logoramento economico dell’Iran, ma il conflitto allarga le richieste di Teheran e riduce i margini per un compromesso

Francesco Ciotti
Antimafiaduemila

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Negare l’evidenza, sempre e comunque, nell’attesa di un miracolo che ribalti la situazione di stallo e la sconfitta americana nel golfo. Con queste premesse si può descrivere l'atteggiamento della Casa Bianca nell’attuale fase del confronto con Teheran. In un'intervista telefonica ad Axios, Donald Trump ha liquidato mesi di stallo negoziale con una battuta leggermente troppo evasiva: "Si risolverà tutto. Si risolve sempre tutto. È come una partita a scacchi".  

Nel breve scambio con il giornalista, il presidente statunitense non ha pronunciato alcuna minaccia militare, nonostante l'Iran non abbia ancora raggiunto un'intesa con l'Oman sullo Stretto di Hormuz e nonostante Teheran abbia irrigidito le proprie condizioni sabato scorso. Trump si è detto pronto a tollerare un ulteriore aumento della pressione economica, sostenendo che il blocco navale statunitense ha messo l'Iran "in una situazione molto difficile", mentre i consumatori americani ne risentirebbero meno, dato che il prezzo del petrolio è sceso a 75 dollari al barile.

Ebbene, con tempismo ineccepibile, nelle ultime ore i prezzi mondiali del petrolio sono aumentati proprio a causa dello “stallo” nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, secondo quanto riferisce Reuters. Martedì i futures sul petrolio Brent sono saliti a 88,09 dollari al barile, mentre quelli sul petrolio americano hanno raggiunto gli 82,52 dollari al barile, il livello più alto dal 31 luglio.

Washington ha bisogno di vincere ad ogni costo per salvare la tenuta del dollaro e una sconfitta conclamata potrebbe trasformarsi in una crisi finanziaria senza precedenti. È necessario riportare i flussi di cassa generati dalle risorse petrolifere del golfo compromesse dagli attacchi iraniani verso il sistema finanziario statunitense.

Cosa accadrebbe se, con l'Iran ormai padrone dello Stretto di Hormuz, i Paesi del golfo smettessero di commerciare petrolio in dollari, ormai consapevoli che l'ombrello americano non è più in grado di proteggerli.  Sarebbe l’armageddon per gli Stati Uniti anche a livello macroeconomico, dato che la loro economia dipende da un continuo flusso del surplus di dollari verso i buoni del tesoro USA.

Da questo punto di vista la situazione è drammatica. Il rendimento dei titoli del Tesoro a 30 anni ha raggiunto il livello più alto dal 2007, mentre il debito pubblico ha da poco toccato i 40 trilioni di dollari. E con i tassi in progressivo rialzo i pagamenti complessivi degli interessi sul debito potrebbero raggiungere i 2 trilioni di dollari entro la fine dell'anno.

"Non solo le speranze di Trump di ottenere migliaia di miliardi di dollari dai dittatori militari e dai regimi familiari del Golfo Persico per l'economia statunitense (collasseranno - ndr)... ora sarà il contrario. Questi paesi dovranno ritirare denaro dagli Stati Uniti e vendere obbligazioni sul mercato statunitense per sostenere le loro economie", ha commentato

Seyed Mohammad Marandi, professore dell'Università di Teheran ed ex consigliere della squadra negoziale iraniana sul nucleare, ospite da Glenn Diesen, evidenziando come a luglio “il petrolio greggio esportato dall'Arabia Saudita agli Stati Uniti è sceso a zero". Il professore ritiene che questo destabilizzerà Riad su più livelli, dall'energia ai flussi di capitale agli investimenti negli Stati Uniti, con ricadute sulla stessa competizione tecnologica tra Washington e Pechino sull'intelligenza artificiale, che "ha bisogno dei suoi finanziamenti, del sistema del petrodollaro".

Le ultime indiscrezioni sono inequivocabili. Secondo il Wall Street Journal, “i Paesi del Golfo Persico si stanno preparando a una nuova normalità nello Stretto di Hormuz, nella quale l’Iran eserciterebbe un controllo duraturo sul passaggio marittimo strategico”.

I principali esportatori regionali di petrolio e gas guardano con forte preoccupazione all’intesa in via di definizione per riaprire la rotta, ma la considerano al tempo stesso l’alternativa meno sfavorevole per ripristinare almeno in parte i flussi energetici. Secondo il quotidiano, le forniture di petrolio transitate attraverso lo Stretto la scorsa settimana sono scese a circa 2,2 milioni di barili al giorno, contro gli 8,5 milioni del mese precedente e rispetto ai circa 20 milioni di barili giornalieri di greggio e prodotti petroliferi che vi passavano prima dell’inizio della guerra.

Il conto materiale di questa guerra sconsiderata, sempre secondo il Wall Street Journal, è già pesante: dall'inizio dell'operazione statunitense "Epic Fury" contro l'Iran, il 28 febbraio, Teheran ha sferrato oltre duemila attacchi con missili e droni contro basi militari americane, danneggiando venti strutture in otto Paesi, per danni stimati attorno ai 13 miliardi di dollari.

Per cui, collassata ogni opzione militare, sembra che la Casa Bianca ora punti sul blocco navale totale, nella speranza che l’Iran sia il primo a cadere.

La replica di Teheran: "Non è politica, è abitudine"

Ma il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha respinto con durezza l'affermazione del Segretario del Tesoro statunitense secondo cui Washington intende "soffocare" l'Iran attraverso le sanzioni economiche, definendola patetica e una prova della dipendenza compulsiva americana dalle misure coercitive.

In realtà, spiega il Ministro, “soffocherà le ultime possibilità di una via d'uscita meno umiliante dalla crisi”.

In una dichiarazione rilasciata lunedì, Baghaei ha aggiunto che le parole del funzionario americano vanno oltre la semplice arroganza e rivelano un'abitudine radicata nella politica estera statunitense. “Al di là del suo puro pathos, l'affermazione è una chiara testimonianza della dipendenza compulsiva dell'America dalle sanzioni”, ha detto. “Ogni volta che Washington si dimostra incapace di perseguire la diplomazia, si rifugia nelle sanzioni; e ogni volta che queste non producono risultati, ne aumenta semplicemente la dose”.

L'ossessione per Hormuz e il nucleare accantonato
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