VIDEO - Verità mancanti sulle stragi, Tescaroli: menti raffinatissime si trovano fuori da Cosa nostra
L’intervista al Procuratore della Repubblica di Prato a WordNews
Dove le cerchiamo queste menti raffinatissime? Dove si trovano?
“Si trovano all'esterno di Cosa Nostra. Si tratta di comprendere se vi sia stata una convergenza di interessi da parte di soggetti inseriti in entità diverse rispetto a quella di Cosa nostra, che hanno avuto appunto interessi convergenti con quelli preminenti dell'organizzazione Cosa nostra; Giovanni Falcone parlò di menti raffinatissime con riferimento all'attentato dell’Addaura che doveva essere eseguito il 20 gennaio del 1989, nel quadro di un'attività di intossicazione dell'informazione che aveva come obiettivo quello di raffreddare il sistema antimafia dell'epoca. Soggetti ai quali Falcone pensava e che erano in qualche modo accompagnatori dell'azione dei mafiosi”.
Sono state queste le parole del procuratore della repubblica di Prato Luca Tescaroli intervistato nel programma “30 Minuti con” di WorldNews.it con Paolo De Chiara e Antonio Schillirò.
Il magistrato è tornato così a parlare del biennio delle stragi del 1992-1994 con riferimento alle verità scoperte e tracciando un perimetro e entro il quale cercare quelle mancanti: “Ci sono ancora dei vuoti conoscitivi sullo stragismo che inducono a ritenere necessaria la prosecuzione degli sforzi investigativi” ha detto Tescaroli richiamando la sua ultima pubblicazione, ‘Il Biennio di Sangue’, edito con Paper First.
Un libro che serve a conoscere “le ragioni sottese alle stragi, gli importanti risultati conseguiti, condanni, sequestri e confische di patrimoni dei vari autori mafiosi delle stragi, e il fatto di essere riusciti a sequestrare le armi, gli esplosivi di cui avevano, o di gran parte degli armi ed esplosivi di cui avevano a disponibilità, e anche far conoscere gli interrogativi rimasti senza risposta, in modo che i ricordi ingialliti dal decorso del tempo non svaniscano. E possono costituire un monito per le future generazioni in prospettiva di regolare le scelte anche da parte di coloro che detengono il potere, che sono chiamati a legiferare e adottare scelte ricadenti sull'azione di contrasto al crimine organizzato”. Per ora le sentenze passate in Cassazione, in riferimento solo alle pronunce di condanna, parlano “solo per il coinvolgimento degli appartenenti a Cosa Nostra e soggetti a loro vicini per tutte le stragi del triennio '92-'94”; non è un risultato da poco: “Potremmo descrivere lo stato dell'arte come un bicchiere che è quasi pieno per quanto attiene le verità”.
Nel corso dei processi è stato “dimostrato che il momento genetico del disegno criminoso attuato nel biennio terribile '93-'94, affonda le sue origini nel '92 e viene collegato nei processi agli incontri che un esponente della destra eversiva, Paolo Bellini” facente “parte di Avanguardia Nazionale”, fu lui a incontrasi con “Antonino Gioé” nel “20 marzo del 1992, in un momento in cui (Gioè ndr) era impegnato nella fase preparatoria della strage di Capaci”.
L’avanguardista, condannato anche per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, era anche “sicario della 'Ndrangheta”. Bellini “instillava con le sue interlocuzioni con lo stesso Gioè il proposito di colpire la Torre di Pisa per far comprendere che se si colpisce un patrimonio una rappresentazione del patrimonio storico, artistico, monumentale della nazione, si crea un danno indelebile, un danno non più ripristinabile, perché una volta distrutto un bene è distrutto per sempre, lo si può ricostruire ma non sarà mai identico a se stesso. Se invece, e ciò a differenza di quanto sarebbe avvenuto di quanto avveniva se si uccideva un magistrato, perché una volta che lo si uccide può tranquillamente subentrarne un altro e continuare la sua attività”.
Il dato critico è che questa interlocuzione avvenne mentre Bellini era in contatto con i vertici del Ros dei Carabinieri: tra cui Mario Mori per tramite del capitano Roberto Tempesta.
Il contesto politico-istituzionale
Tescaroli ha sottolineato i collegamenti temporali con gli eventi istituzionali: "L'esordio della campagna stragista fu il 14 maggio del '93, 2 giorni dopo l'insediamento del governo" presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Gli attentati "dimostrarono al Paese che quel governo non era nelle condizioni di assicurare la sicurezza collettiva". In particolare, ha precisato che l’attentato previsto per il 23 gennaio 1994 avvenne "in un momento del tutto peculiare [...] posto che fu individuato esplicitamente da Giuseppe Graviano". Pochi giorni prima, infatti, "il 13 gennaio del '94 aveva presentato le proprie dimissioni" il governo Ciampi e "il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva disposto lo scioglimento delle Camere 3 giorni dopo, il 16 gennaio del 1994". Il procuratore ha evidenziato numerosi punti oscuri ancora da chiarire: "Occorre chiedersi se vi sia stato una correlazione con la decisione di aprire la campagna stragista nel '93". Ha citato anche "l'attentato rimasto oscuro da eseguire in Via dei Sabini attraverso un'autovettura, una Fiat 500 imbottita di esplosivo", l’episodio di via Palestro con la donna vista da un testimone, l’accelerazione della strage di via d’Amelio dopo Capaci e "la sparizione dell'agenda rossa di Paolo Borsellino". Un quesito centrale rimane: “Perché quella campagna di strage cessò?". Il magistrato ha osservato che "i processi e i dati di fatto raccolti consentono di dare una risposta solo in negativo, cioè non è certamente dipeso dal mancato potenziale bellico logistico dell'organizzazione Cosa nostra". Ha inoltre ricordato che "i processi celebrati hanno consentito la condanna in via definitiva di 32 imputati", ma molti boss rimasero latitanti a lungo: "Leoluca Bagarella, che rimase libero fino al giugno '95 [...], Giovanni Brusca che venne catturato il 20 maggio del '96. Bernardo Provenzano rimase per molti anni ancora in stato di libertà. Matteo Messina Denaro rimase in libertà sino a gennaio del 2023". Concludendo, Luca Tescaroli ha affermato che "abbiamo una platea di quesiti senza risposta che indurrebbero ad approfondire gli sforzi investigativi". Tra questi, "i legami tra le trattative che esponenti delle istituzioni o soggetti agli stessi collegati avviarono durante la campagna stragista". Per il magistrato "questi elementi sono uno stimolo per ritenere necessario un ulteriore sforzo volto a individuare ulteriori responsabilità oltre a quelle che sino ad oggi sono state accertate con sentenze passate in giudicato. È un obbligo giuridico direi farlo, perché è, diremmo così, un fattore di giustizia. Solo quando avremo una giustizia completa potremmo dire di aver fatto fino in fondo il nostro dovere".
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