Via d'Amelio, 34 anni dopo ''Mafia e appalti'': la pista Colosimo non regge ai fatti
34 anni fa. Il giudice ucciso per altri motivi: così la Commissione si arrampica sui vetri
La maggioranza di destra-centro della Commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo, ha pregiudizialmente assunto come unica possibile causa della strage di via d’Amelio, in cui furono uccisi Paolo Borsellino e la sua scorta, la questione “mafia-appalti”, in perfetta sintonia con gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno. Ma le cose sono, con tutta probabilità, andate in modo diverso. Partiamo da una frase del mafioso Salvatore Montalto, capo del mandamento di Villabate, che si legge a pagina 106 del libro Vita di un uomo di mondo (Ponte alle grazie, 2017) scritto da Angelo Siino – il cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Riina – col suo difensore Alfredo Galasso.
La frase pone un interrogativo: “A chistu chi ci ’u purtava a parrare di certe cosi?”. Secondo Siino, Montalto si riferiva alle parole pronunciate da Paolo Borsellino in un intervento del 25 giugno 1992 a “Casa professa” (Palermo), quando aveva parlato di “convinzioni” che si era fatto “raccogliendo le confidenze di Falcone”, elementi che doveva “assemblare per riferirli all’Autorità giudiziaria”, per “ricostruire l’evento che aveva posto fine alla vita di Falcone”.
Quelle di Borsellino sono parole di un uomo incupito, addolorato per la scomparsa dell’amico, ma nient’affatto disposto ad arrendersi, che anzi vuol continuare la “battaglia”. Quindi un discorso che evocava un grave pericolo, come una bomba pronta a esplodere, che ben poteva spingere Cosa nostra a sbarazzarsi del temibile “testimone”. Il che può spiegare la frase di Montalto sopra ricordata, collegando la causale di via d’Amelio all’intervento di Casa Professa. Che in ogni caso è l’unico evento di rilievo, nuovo e inaspettato, che si potesse individuare.
C’è ancora un fatto da considerare. In un lasso di tempo che non riesce meglio a precisare (orientativamente fra la strage di Capaci e i primi giorni di luglio 1992, data ben compatibile con quella di via d’Amelio), Giovanni Brusca riceve da Riina l’ordine di sospendere la preparazione dell’omicidio dell’onorevole Mannino di cui era stato incaricato, perché c’era un’urgenza da affrontare: uccidere Borsellino. Una accelerazione improvvisa, che di nuovo può ben ricollegarsi all’intervento di Casa professa.
Occorre inoltre valutare la convergenza di due dati:
1) La riapertura del bando a Procuratore nazionale antimafia, con Martelli e Scotti che sponsorizzavano pubblicamente Borsellino;
2) L’intervista di Borsellino (il giorno prima di Capaci) alla TV francese Canal+, che può aver preoccupato industriali del Nord, tant’è che in Italia fu trasmessa soltanto parecchi anni dopo.
Infine va segnalato che Angelo Siino e Antonino Giuffrè (un pentito di grande rilievo) hanno rivelato che nell’estate 1987, già Balduccio Di Maggio si era interessato di Borsellino per ucciderlo; questa convergenza tra le dichiarazioni di Siino e Giuffrè porta con tutta evidenza a riconsiderare, fino a escluderla, la pista mafia-appalti. A questo punto si può ben dire che la tesi della maggioranza della Commissione Colosimo evoca l’immagine di chi si arrampica sui vetri.
Tratto da: il Fatto Quotidiano
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