Usa al collasso puntano all'Armageddon economico prima di usare il nucleare
Sanzioni record, debito a 40mila miliardi e arsenali esausti: Washington gioca l'ultima carta contro Teheran
Oramai Zio Sam gioca alla roulette russa nella speranza spasmodica di non essere destinato a ricevere il proiettile in fronte. Sono gli ultimi latrati della bestia abituata all’onnipotenza della sua forza militare, incredula nel vedere che altri attori nel mondo hanno alzato la testa e non sono minimamente disposti a cadere nei diktat dell’impero.
Senza il raziocinio di una leadership disposta al passaggio di consegne dell’egemonia, la situazione si fa sempre più pericolosa.
Nei giorni scorsi Donald Trump ha annunciato su Truth Social quella che ha definito "la più schiacciante operazione economica mai intrapresa contro qualsiasi Paese". Teheran è ancora nel mirino ovviamente.
Ha avvertito che chiunque permetta alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o entità governative di fornire qualunque tipo di ancora di salvezza all'Iran affronterà TREMENDE conseguenze economiche". Il pacchetto, formalizzato il 24 agosto sotto il nome "Operation Economic Outcast", arriva dopo quasi sei mesi di guerra statunitense fallita su tutti i fronti, con i colloqui di pace bloccati e l'Iran che impedisce la maggior parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz.
Dietro la retorica muscolare, i numeri raccontano però una storia più indicibile: quella di un impero che tenta di imporre l'"Armageddon economico" a un avversario proprio nel momento in cui le sue stesse fondamenta finanziarie e militari mostrano crepe profonde.
L'offensiva del Tesoro: cinque arterie vitali sotto attacco
Ebbene, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato oggi in conferenza stampa che gli Stati Uniti stanno lanciando "un'offensiva economica contro i legami finanziari dell'Iran in tutto il mondo", con l'obiettivo dichiarato di "recidere ogni ancora di salvezza economica che sostiene questo regime tirannico, finché Teheran non rimarrà sola". Il Dipartimento del Tesoro ha colpito cinque settori identificati come "arterie vitali" dell'economia iraniana: asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi, imponendo sanzioni a quasi 60 entità, individui e navi. Bessent nella sua spavalderia, ancora allucinato dal mito dell’invincibilità, evoca un'immagine pugilistica: "un uno-due: abbiamo il blocco e avremo le sanzioni più severe della storia".
Il funzionario ha inoltre chiarito che non ci sarà più margine di manovra per chi opera in zone grigie: "Non è più accettabile operare nelle zone grigie" del conflitto, ha detto, aggiungendo che "non ci siano ambiguità sulla posizione degli Stati Uniti". Qualsiasi "impegno economico" con l'Iran, ha avvertito, "esporrà i responsabili alla piena portata del potere americano". Bessent ha anche anticipato un'escalation imminente: "Entro la fine di questa settimana assisteremo a sanzioni contro un'importante istituzione finanziaria per la sua attività in Iran", promettendo che "chiederemo conto a tutti, e questa sarà la soffocazione economica di questo regime". Le entità coinvolte nel riciclaggio di denaro per Teheran, ha precisato, "saranno escluse dal sistema del dollaro statunitense".
La replica di Teheran: sfida, resistenza, resilienza
Poteva l’ennesima minaccia della disperazione intimorire la risolutezza delle guardie rivoluzionarie?
"Gli americani sanno che nessuno crederà alle loro sciocchezze", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che guida anche la delegazione negoziale con Washington, aggiungendo che gli Stati Uniti "non sono economicamente in grado" di limitare le relazioni dell'Iran con altri Paesi, sostenendo che i partner commerciali di Teheran hanno già comunicato, sia pubblicamente che tramite canali diretti, di non tenere in considerazione le minacce statunitensi.
Anche Pechino ha preso una posizione netta: il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha replicato secco che "sanzioni e pressione non aiuteranno a risolvere la questione". Sul piano interno, però, la pressione non manca certo di farsi sentire: la popolazione iraniana affronta un'inflazione elevata, prezzi in aumento e una valuta locale che tra domenica e lunedì ha toccato un nuovo minimo storico nel tasso di cambio con le valute estere.
Ma che dire degli Stati Uniti. Allo stato attuale, le scorte di petrolio greggio negli Stati Uniti basteranno per 41 giorni, il livello più basso degli ultimi cinquant’anni. “Chi sarà a cadere per primo?”, viene da chiedersi.
Un ordine mediorientale che si sta dissolvendo
A questo proposito, sono gli stessi analisti occidentali a lanciare l’allarme. Mentre Washington intensifica la pressione economica, un'ammissione sorprendente arriva da Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations, think tank storicamente allineato all'establishment americano: l'ordine mediorientale in cui gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano dal 1991 "è finito". La pubblicazione traccia un parallelismo diretto con la crisi di Suez del 1956, che pose fine al potere imperiale britannico e francese nella regione, sostenendo che il declino del primato americano "non scomparirà da un giorno all'altro" ma il suo destino "è segnato". L'articolo non usa mezzi termini: "Sotto quasi ogni indicatore economico, politico e di sviluppo, il Medio Oriente sotto il dominio americano ha registrato risultati di gran lunga peggiori rispetto a qualsiasi altra regione".
Il testo elenca un catalogo di fallimenti: le guerre israeliane contro vicini più deboli, il deragliamento del processo di pace con la Palestina, la disastrosa invasione dell'Iraq del 2003 dopo anni di sanzioni e bombardamenti, e i conflitti che hanno dilaniato Libano, Libia, Sudan, Siria e Yemen sotto la guida statunitense. Le riforme neoliberiste sponsorizzate da Washington avrebbero "alimentato le privatizzazioni, arricchendo le élite e impoverendo gran parte della popolazione", mentre la guerra al terrorismo avrebbe spinto gli alleati regionali ad ampliare sorveglianza e repressione del dissenso. Il colpo probabilmente più duro alla credibilità americana è arrivato proprio quando l'Iran ha reagito all'intervento di Trump chiudendo lo Stretto di Hormuz: gli Stati Uniti si sono trovati "completamente impreparati", e la loro incapacità di proteggere gli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani "ha minato la giustificazione della loro presenza militare nella regione".
Verso la recessione: i segnali dell'economia americana
Gli indicatori macroeconomici statunitensi disegnano un quadro tutt'altro che solido. L'anno scorso Deutsche Bank aveva avvertito che l'enorme ondata di spesa per infrastrutture legate all'intelligenza artificiale era l'unico fattore a impedire la recessione, pur ammettendo che presentava "tutte le caratteristiche di una gigantesca bolla speculativa". Gli investimenti si concentrano sempre più nelle grandi aziende tecnologiche, "privando il resto dell'economia di capitali". A luglio i datori di lavoro statunitensi hanno tagliato improvvisamente 23.000 posti di lavoro, mentre quasi il 25% dei lavoratori americani è descritto come "funzionalmente disoccupato".
Il mercato immobiliare è in calo e le dichiarazioni di fallimento aziendale hanno raggiunto un livello record, con oltre 600.000 casi registrati nell'anno terminato a giugno. I costi di finanziamento delle imprese si stanno avvicinando a livelli che storicamente hanno preceduto una recessione statunitense. Il quadro debitorio è ancora più eloquente: il 18 agosto 2026 il debito pubblico americano ha superato per la prima volta i 40.000 miliardi di dollari, precisamente 40.047 miliardi, di cui 32.266 miliardi detenuti dal pubblico. Nei primi dieci mesi dell'esercizio 2026 il governo ha pagato 931 miliardi di dollari di interessi, contro 842 miliardi nello stesso periodo dell'anno precedente, e già nel 2025 la spesa per interessi, pari a 970 miliardi, aveva superato l'intera spesa effettiva per la difesa, ferma a 916 miliardi. Nei primi dieci mesi del 2026 gli interessi hanno superato anche la spesa sanitaria di Medicare, diventando la seconda voce del bilancio federale dopo la previdenza sociale.
Anche le mosse dello stesso Bessent, definito il segretario al Tesoro "più interventista" visto dai mercati negli ultimi decenni, mettono in evidenza i "problemi profondi" dell'economia statunitense. Il Tesoro ha raddoppiato l'intervento sul lato a lungo termine del mercato obbligazionario, acquistando fino a 4 miliardi di dollari di debito a lungo termine per operazione, in un tentativo di sostenere i prezzi e contenere i rendimenti in un momento in cui il debito nazionale statunitense ha superato i 40mila miliardi di dollari. Bessent è intervenuto anche a sostegno dello yen giapponese, prima sollecitando le banche sui tassi di cambio e poi facendo acquistare valuta giapponese al Tesoro statunitense insieme a Tokyo: un'operazione che, se non effettuata, avrebbe costretto il Giappone a vendere titoli del Tesoro americani, facendo salire rendimenti, costi di finanziamento e tassi sui mutui.
Il patto della Mecca e la fine della fiducia nello "Zio Sam"
Con l’impero in crisi, incapace di esercitare efficacemente le proprie misure di deterrenza, gli storici alleati nelle regioni del Golfo sono in preda al panico.
A tal proposito, secondo Seyed Mohammad Marandi, professore all'Università di Teheran ed ex consulente del team negoziale iraniano sul dossier nucleare i veri soggetti a rischio di collasso non sarebbero l'Iran ma proprio gli alleati regionali di Washington, ossia Emirati Arabi Uniti, con circa un milione di cittadini, Qatar, con circa 350.000, e gli altri piccoli Stati del Golfo, definiti "non veri paesi" per le dimensioni demografiche.
L'Arabia Saudita rappresenterebbe un caso a parte per la popolazione più numerosa, ma resterebbe comunque fragile dopo le spese ingenti nella guerra in Yemen e nei mega-progetti come "The Line", il cui costo stimato prima della sospensione ammontava a 50 miliardi di dollari. Come ricorda Marandi, gran parte della ricchezza di questi Paesi, stimata "forse in un paio di migliaia di miliardi di dollari, forse anche di più", è stata investita in asset statunitensi come azioni, obbligazioni e depositi bancari, e non potrebbe essere ritirata senza scatenare una crisi in un mercato obbligazionario americano già definito "in modalità crisi". Lo swap valutario annunciato da Bessent con gli Emirati non sarebbe dunque un salvataggio, ma una misura per impedire la vendita di asset americani da parte di questi Stati.
Senza contare che Riad l’anno scorso aveva promesso di investire 1000 miliardi di dollari di investimenti e scambi con gli Stati Uniti nell’arco di quattro anni. Che ne sarà di questo ossigeno di biglietti verdi atti ad alimentare il deficit USA, ora che i palazzi sfarzosi adagiati sull’oro nero stanno andando in rovina.
Il segnale più concreto del riposizionamento regionale è il nuovo patto di sicurezza firmato da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, interpretato come prova che "lo Zio Sam non gode più della fiducia" dei suoi tradizionali partner mediorientali. Vi sono inoltre notizie, non confermate ufficialmente dai ministeri degli Esteri coinvolti, secondo cui l'Iran sarebbe stato invitato ad aderire al nuovo patto di difesa della Mecca, con colloqui che sarebbero in corso da tempo tra Teheran e Riad su un più ampio accordo di sicurezza regionale. In questo contesto si inserisce la visita a Teheran del capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, definita dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghai come un tentativo di "rafforzare la cooperazione bilaterale" e di "mantenere il ritmo e la sicurezza nella regione". Secondo gli analisti, questa visita è direttamente collegata alla proposta di adesione dell'Iran al Patto della Mecca.
Non sembra un semplice patto militare. L'analista finanziario Alex Krainer lo ha letto come una manovra finanziaria, ipotizzando che Riad versi una "protezione" nell'ordine di "1 miliardo di dollari al mese" ciascuno a Turchia e Pakistan, in un meccanismo che permetterebbe di far uscire capitali dalle banche statunitensi in modo formalmente ineccepibile, attraverso fatture di servizi di difesa che Washington non potrebbe contestare.
Bilanci in fiamme dal Golfo al Bahrein
I dati settoriali confermano la fragilità del blocco che gli Stati Uniti chiedono di mobilitare contro l'Iran. L'Arabia Saudita ha presentato nel dicembre 2025 un bilancio con un deficit di 165 miliardi di riyal, circa 44 miliardi di dollari, per l'intero 2026, mentre nel primo trimestre il disavanzo è stato di 125,7 miliardi di riyal, il più grande disavanzo trimestrale dal 2018. La spesa è aumentata del 20% a fronte del calo dei proventi petroliferi, che continuano a rappresentare il 54% del bilancio, e il Fondo Monetario Internazionale ha già rivisto tre volte le previsioni di crescita del Regno negli ultimi sei mesi, passando dal 4,5% di gennaio all'1,7% di luglio. Riyad ha iniziato a smantellare il sistema di sussidi che per decenni ha rappresentato il patto sociale del Paese, provocando un'ondata di malcontento sui social media, mentre due terzi delle nuove richieste di fallimento provengono dal commercio al dettaglio e dall'edilizia.
Negli Emirati Arabi Uniti i prezzi del carburante sono balzati dell'80% in un anno, costringendo le autorità a raddoppiare il sostegno finanziario alle famiglie a basso reddito, con un aumento della spesa pubblica pari a 28 miliardi di dirham, circa 7,6 miliardi di dollari. Ma i cittadini emiratini rappresentano solo il 10% della popolazione: il restante 90%, composto da lavoratori stranieri, non riceve alcun sostegno e ha già iniziato a scioperare contro l'aumento dei prezzi del carburante. In Kuwait il deficit di bilancio dell'anno fiscale 2025-2026 è cresciuto dell'11,9%, raggiungendo 6,31 miliardi di dinari, circa 20,5 miliardi di dollari, mentre circa l'80% dei dipendenti pubblici kuwaitiani è indebitato e gli stipendi non aumentano da sedici anni. Il Bahrein resta l'anello più debole: il debito pubblico è pari al 152,4% del Pil e i credit default swap sono aumentati di quasi il 40%, con 37 violazioni dei diritti di attivisti registrate nel solo 2025. Secondo l'Onu, le perdite complessive della regione araba negli ultimi sei mesi si aggirano tra 120 e 194 miliardi di dollari, una cifra superiore all'intera crescita economica del 2025, con la disoccupazione destinata ad aumentare di 4 punti percentuali, ovvero 3,6 milioni di posti di lavoro persi, e fino a 4 milioni di persone a rischio di povertà.
La disperazione dell'impero secondo Pepe Escobar: hanno provato a corrompere l’Iran
La situazione che stiamo vivendo è semplicemente esplosiva. L'analista Pepe Escobar, in un'intervista rilasciata sul canale di Glenn Diesen, ha rivelato che sarebbe esistito "un canale posteriore relativamente dormiente stabilito da Tulsi Gabbard quando era ancora al governo, in maggio, tra la Casa Bianca e il governo regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani". Obiettivo; comprare l’Iran come avvenuto in Venezuela.
L'ossatura del racconto trova conferma in fonti indipendenti, secondo cui l'allora direttrice della National Intelligence contattò Barzani per aprire un canale con il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi, con un telefono cifrato consegnato all'ufficio di Erbil per una chiamata sicura.
"Trump voleva corrompere Vahidi per una cifra di miliardi di dollari, miliardi non specificati, e non solo Vahidi ma altri membri dell'IRGC", continua Escobar, descrivendo una manovra che l'analista definisce "una riedizione del copione venezuelano: provocare, dividere e governare dall'interno" con "valigie piene di contanti non tracciabili".
Yuan, corridoi e hawala: la resilienza iraniana ha un prezzo
"Qualunque cosa facciano, non possono trasformare l'Iran in un'isola", sostiene il giornalista, spiegando che le banche cinesi avrebbero recepito il messaggio di Pechino secondo cui devono rispettare "la legge cinese", non le sanzioni americane. Il 2 maggio il ministero del Commercio cinese ha effettivamente emesso un ordine formale che vieta, all'interno della Cina, l'osservanza delle sanzioni statunitensi imposte alle raffinerie accusate di acquistare greggio iraniano, mentre l'architettura finanziaria basata sullo yuan e sul sistema di pagamento CIPS ha permesso a Teheran di neutralizzare parte della campagna sanzionatoria. La quadratura del cerchio non è però indolore: le esportazioni iraniane di greggio sono passate da circa 2 milioni di barili al giorno prima della guerra a una media di circa 287.000 barili al giorno nei primi giorni di agosto, con la Cina scesa a 523.000 barili giornalieri contro oltre 1,7 milioni all'inizio del conflitto. A maggio, sotto il blocco navale entrato in vigore il 13 aprile, l'export era crollato a 260.000 barili al giorno, il minimo in sei anni, contro una media 2025 di 1,67 milioni.
Sui corridoi terrestri, invece, la resilienza iraniana appare più solida: il corridoio internazionale Nord-Sud ha movimentato circa 26,9 milioni di tonnellate nel 2024, con una crescita del 19%, e nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni russe verso l'Iran sono aumentate di oltre il 56%. Il presidente della commissione economica del Majles, Shamseddin Hosseini, ha dichiarato il 20 agosto che occorre "ridurre la dipendenza dai porti meridionali sotto blocco e ampliare le rotte del confine nord-orientale".
L'ombra del nucleare tattico
Ma se le sanzioni economiche non dovessero bastare a fermare l’ineluttabile crollo dell’egemonia americana, cosa sarà disposto a compiere un potere sempre più violento, disperato e senza remore?
Escobar denuncia "una campagna per normalizzare l'uso di armi nucleari tattiche", descrivendola come "la banalità del male" che include "la normalizzazione di un genocidio e dell'uso di armi nucleari contro un Paese non nucleare, senza provocazione", prevedendo che "quando la decisione arriverà al pubblico scrutinio, sarà già stata presa". Pochi giorni fa, l'ex deputata Marjorie Taylor Greene ha scritto sui social che nelle recenti riunioni strategiche l'amministrazione stava "discutendo l'uso di armi nucleari sull'Iran", precisando: "sì, avete letto bene, è reale, non sto speculando, lo so".
Si tratta solo della “soluzione finale”.
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