Trump verso la resa mascherata: Medio Oriente in fiamme
L’Iran non arretra, Netanyahu rilancia, i falchi repubblicani gridano al disastro
Continuano gli scontri diplomatici con rilanci e puntate improbabili da parte di Donald Trump che più che una pace in Medio Oriente sembra che trattino i termini di un’onorevole facciata in grado di nascondere l’umiliante sconfitta subita dagli Stati Uniti.
Il tycoon, nelle ultime ore ha fatto gli annunci più improbabili per tentare di uscirne come vincitore. Ha dichiarato che i negoziati con l'Iran "stanno procedendo bene" e che i colloqui restano attivi, delineando al contempo una visione regionale più ampia che collega qualsiasi potenziale intesa all'estensione degli Accordi di Abramo. Secondo Trump, diversi Paesi — tra cui Qatar e Arabia Saudita — potrebbero essere incoraggiati a normalizzare le relazioni con Israele qualora si registrassero progressi con Teheran, con l'obiettivo dichiarato di plasmare quello che lo stesso presidente ha definito un "nuovo ordine in Medio Oriente".
Neanche a dirlo che pochi minuti dopo una fonte saudita ha ridimensionato le aspettative riferendo alla CNN che Riyadh normalizzerà le relazioni con Israele solo quando si aprirà una “strada irreversibile” verso la creazione di uno Stato palestinese, sottolineando che la posizione del regno rimane “la stessa di sempre”. La risposta iraniana è stata ancora più netta. Il Ministero degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi ha dichiarato che “la Repubblica Islamica dell'Iran non riconosce 'Israele' e non lo farà mai, in quanto entità illegale e occupante” e che “sarebbe meglio per l'Iran, una civiltà che esiste da migliaia di anni, essere martirizzato nella sua interezza, piuttosto che intrattenere relazioni diplomatiche o di qualsiasi altro tipo con l'assassino dei musulmani”.
I nodi del negoziato
La bozza di memorandum tra Iran e Stati Uniti, secondo Axios e il New York Times, delinea un accordo temporaneo di 60 giorni con misure graduali e condizionate.
Sul piano economico, l’intesa prevederebbe lo sblocco potenziale di circa 25 miliardi di dollari di asset iraniani congelati, ma non immediatamente: Washington accetterebbe di negoziare la revoca delle sanzioni e il rilascio dei fondi durante la tregua, subordinandoli però a verifiche e a un accordo finale. In parallelo, gli Stati Uniti concederebbero deroghe per consentire a Teheran di tornare a esportare petrolio e rimuoverebbero il blocco dei porti iraniani.
Sul piano operativo, lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto senza pedaggi e l’Iran si impegnerebbe a bonificarlo dalle mine. Le forze Usa resterebbero nella regione durante i 60 giorni e si ritirerebbero solo in caso di accordo definitivo.
Sul nucleare, il testo resta preliminare: l’Iran si impegnerebbe a non sviluppare armi nucleari e a negoziare la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, oltre alla rimozione delle scorte altamente arricchite. Finora, secondo le fonti, Teheran avrebbe fornito solo impegni verbali sulla portata delle concessioni. Sul piano regionale, la bozza includerebbe anche la fine della guerra tra Israele e Hezbollah, con una clausola che consentirebbe comunque a Israele di intervenire se Hezbollah tentasse di riarmarsi o lanciasse attacchi.
Il nodo centrale che non ferma l’impasse in corso è certamente l’uranio arricchito, che è stato in realtà pretesto per la guerra della grande Israele, dato che Teheran, durante gli accordi di Ginevra del febbraio scorso, aveva comunque accettato di convertire a combustibile nucleare le sue scorte di 440 kg arricchite al 60%. Si è vista rispondere con lo spietato attacco a sorpresa.
Sul piano tecnico, il noto giornalista israeliano del Canale 12 Amit Segal ha offerto un quadro dettagliato delle difficoltà in corso:
“Al momento, l'Iran è disposto solo a impegnarsi a non sviluppare armi nucleari, mentre gli Stati Uniti premono per misure concrete per ridurre l'uranio arricchito, vendendolo, trasferendolo all'estero o diluendolo”. Segal ha inoltre evidenziato che “un punto critico è lo Stretto di Hormuz: l'Iran lo vuole sotto il proprio controllo, mentre gli Stati Uniti insistono sulla piena libertà di navigazione” e che “non c'è nemmeno un accordo sugli aiuti finanziari”. In questo contesto il Qatar è intervenuto con una proposta per fornire all'Iran un prestito umanitario di dodici miliardi di dollari, mentre il Libano è entrato a far parte del quadro diplomatico complessivo in discussione.
La posizione di Teheran è stata ribadita con fermezza da Mohammad Baqer Zolqadr, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale: “Non ci sarà alcuna ritirata”, ha affermato, precisando che la resistenza del popolo iraniano avrebbe messo gli Stati Uniti “in un vicolo cieco”.
Anche per quanto riguarda la presunta assenza di pedaggi il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ismael Baqaei, ha ribattuto con fermezza: "Non ci sono pedaggi e non ce ne saranno nello Stretto di Hormuz, ma le navi dovranno pagare una 'tassa per la protezione ambientale' in un sistema congiunto istituito da Iran e Oman".
Nel frattempo, su Truth Social, il tycoon ha aperto a una soluzione inedita riguardo all'uranio arricchito, dichiarando che questo “verrà immediatamente consegnato agli Stati Uniti per essere riportato a casa e distrutto oppure, preferibilmente, in collaborazione e coordinamento con la Repubblica Islamica dell'Iran, distrutto sul posto o in un altro luogo accettabile”. Si tratta comunque della prima volta che Trump ha apertamente ammesso che l'Iran potrebbe non trasferire le scorte all'estero — un segnale interpretato dagli analisti come una almeno apparente concessione sostanziale a Teheran.
La fronda dei guerrafondai nel panico
Mentre viene velata l’ipotesi di un accordo gli episodi violenti si moltiplicano attorno alla presidenza come in un sinistro monito. Sabato scorso un uomo di 21 anni è stato ucciso dagli agenti del Secret Service dopo aver aperto il fuoco a un posto di blocco vicino alla Casa Bianca, causando anche il ferimento di un passante ma senza colpire agenti né il presidente Donald Trump, che in quel momento si trovava all’interno dell’edificio. Secondo fonti di polizia e dei media statunitensi, il sospetto, identificato come Nasire (o Naseer) Best, era già noto alle autorità per precedenti problemi di salute mentale e in passato avrebbe tentato di avvicinarsi alla residenza presidenziale; le indagini sono ora concentrate sul movente e sull’eventuale pianificazione dell’attacco.
C’è una crescente fronda interna al Partito Repubblicano che teme più di ogni altra cosa un’intesa che la dia vinta a Teheran. Il senatore Lindsey Graham ha scritto sui social media che “se nella regione si percepisce che un accordo con l'Iran consente al regime di sopravvivere e diventare più potente nel tempo, avremo gettato benzina sui conflitti in Libano e Iraq”. Il senatore Ted Cruz si è detto “profondamente preoccupato” e ha avvertito che se il risultato fosse “un regime iraniano che riceve miliardi di dollari, può arricchire uranio e sviluppare armi nucleari, e ha il controllo effettivo dello Stretto di Hormuz, allora sarebbe un errore disastroso”. Roger Wicker, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha definito il cessate il fuoco di sessanta giorni “un disastro”, mentre Mike Pompeo ha liquidato il piano come “per nulla in linea con l'America First”.
Alcuni analisti critici fanno una radiografia ben più cinica delle oscillazioni di Trump. Il professor Mohammad Marandi ha affermato che “sembra che Trump si stesse comportando in modo ragionevole, ma penso che probabilmente dopo aver parlato con Netanyahu e dopo che i neoconservatori e i sionisti hanno iniziato a fare pressione, abbia cambiato di nuovo idea, modificando completamente la sua posizione”. L'ex analista della CIA Larry Johnson ha indicato la pressione dei finanziatori come fattore determinante, ricordando la somma di duecentocinquanta milioni di dollari donata da Miriam Adelson a Trump, e ha aggiunto, in una critica dai toni aspri, che “l'unico Paese che ha sponsorizzato e contribuito a sponsorizzare il terrorismo islamico radicale sono gli Stati Uniti stessi”.
L'escalation in Libano
Nel frattempo Benjamin Netanyahu tenta il tutto per tutto pur di far deragliare i negoziati, ordinando un “aumento della pressione” su Hezbollah, dichiarando che l'esercito avrebbe inflitto “duri colpi” al gruppo e che nelle ultime settimane avrebbe già ucciso seicento suoi membri. “Intensificheremo i nostri attacchi contro Hezbollah e non ci fermeremo”, ha affermato il premier israeliano, forte del fatto che Trump avesse “ribadito il diritto di Israele a difendersi dalle minacce su tutti i fronti, compreso il Libano”. Israele ha quindi approvato i piani per “l'Operazione Frecce di Fuoco”, che includerà attacchi diretti a Beirut.
L'Iran ha subito avvertito Washington che qualsiasi attacco alla capitale libanese avrebbe “gravi conseguenze” e potrebbe “far deragliare completamente il percorso diplomatico”.
Il tutto mentre la crisi umanitaria nel Libano meridionale rischia di raggiungere proporzioni drammatiche. Dopo il cessate il fuoco, migliaia di persone erano rientrate nelle proprie abitazioni non volendo restare sfollate a lungo termine. Il governo libanese non dispone delle risorse per far fronte a uno sfollamento di massa: su oltre un milione di persone già colpite in precedenza, circa il novanta percento non aveva alcun punto di riferimento per ricevere assistenza statale, inclusi farmaci e beni di prima necessità. Ora che Israele ha esteso il raggio d'azione verso aree un tempo considerate sicure — tra cui zone molto più vicine a Tiro — la crisi torna ad aggravarsi in modo allarmante.
Scontri navali nello stretto
Nelle stesse ore, la tensione ha raggiunto un punto critico anche nello Stretto di Hormuz. Due motoscafi della Marina delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche sono stati presi di mira da aerei da combattimento americani nel Golfo Persico, con quattro soldati iraniani uccisi. Rapporti successivi hanno indicato che la Marina delle Guardie Rivoluzionarie avrebbe lanciato missili antinave contro navi da guerra statunitensi nel Golfo dell'Oman, mentre si segnalava un'incursione ostile di droni a Isfahan. Nella stessa notte di frenetici negoziati diplomatici, tra i venti e i trenta colpi d'arma da fuoco sono stati uditi all'esterno della Casa Bianca, secondo NBC News, inducendo i Servizi Segreti a evacuare immediatamente i giornalisti verso la sala stampa. Secondo fonti iraniane, diversi droni americani (probabilmente MQ-9 'Reaper') sono stati abbattuti circa un'ora fa, probabilmente mentre cercavano di identificare il punto di lancio dei missili iraniani diretti verso le navi da guerra statunitensi.
"Le forze statunitensi hanno condotto oggi attacchi di autodifesa nel sud dell'Iran per proteggere le nostre truppe dalle minacce poste dalle forze iraniane. Gli obiettivi includevano siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane che tentavano di posizionare mine. Il Comando Centrale degli Stati Uniti continua a difendere le nostre forze, pur mantenendo la moderazione durante il cessate il fuoco in corso", ha dichiarato un portavoce del CENTCOM a Fox News.
I mercati Usa sotto pressione
A complicare ulteriormente la partita di Trump ci pensa il mercato obbligazionario. Con i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi balzati oltre il 4,5% sul decennale di riferimento — con un picco al 4,69%, il livello più alto da gennaio 2025 — un funzionario della Casa Bianca ha ammesso che tra il personale serpeggia “una notevole ansia per i prezzi della benzina e per l'andamento del mercato obbligazionario”. Greg Faranello, responsabile della strategia sui tassi presso AmeriVet Securities, ha commentato che “i mercati gli stanno mostrando segni di sofferenza e lui deve capire come porre fine a questa situazione, e non è così facile”, avvertendo che i livelli attuali “si ripercuoteranno sui tassi dei mutui e, di conseguenza, sull'intero mercato immobiliare”.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che i rendimenti elevati siano attribuibili allo shock energetico causato dalla guerra in Iran, destinato a rivelarsi “temporaneo”, posizione ribadita dal portavoce della Casa Bianca Kush Desai, secondo cui l'amministrazione resta concentrata sul programma volto ad “accelerare la crescita economica, ridurre la burocrazia e contrastare le frodi nella spesa pubblica”. Gli analisti, tuttavia, avvertono che le opzioni sono limitate: Sam Lynton-Brown di BNP Paribas ha osservato che l'aumento è dovuto “meno ai timori sull'indebitamento pubblico e più all'inflazione persistente, alla forte crescita economica e agli elevati prezzi dell'energia legati alle tensioni geopolitiche”. Per il momento, ha concluso, “le azioni e il credito se la sono cavata bene con questi rendimenti elevati” — ma la finestra di tolleranza potrebbe chiudersi rapidamente se la diplomazia dovesse fallire.
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