Trapela un accordo, ma la Casa Bianca smentisce e Trump minaccia anche l'Oman
Accordo o trappola? Il rischio di una nuova escalation pilotata
Sembrava la volta buona che fossimo prossimi a decretare la parola fine di questa incontrollata gestione della fine dell'impero americano in Medio Oriente, finalmente scritta nero su bianco. Ma, evidentemente, molte forze all'interno dell'amministrazione Usa, non vogliono ammettere che i tempi del vecchio ordine mondiale post 1989 non esistono più.
Aveva destato speranza l'annuncio dell'emittente statale iraniana Mizan, di un documento preliminare concordato che delineava un quadro per un potenziale memorandum d'intesa (MoU) tra Iran e Stati Uniti. Secondo il testo trapelato, il piano prevedeva il ritiro delle forze statunitensi dalla zona circostante l'Iran, mentre Teheran consentirebbe che il transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz torni ai livelli prebellici entro 30 giorni. Le navi militari statunitensi non sarebbero coperte dalla bozza per Hormuz, dove il traffico navale verrebbe gestito dall'Iran in coordinamento con l'Oman.
L'agenzia ha sottolineato che il quadro non era ancora definitivo e che l'Iran non sarebbe andata avanti senza una "verifica tangibile" degli impegni americani. Il testo — come riportato da fonti vicine al team negoziale iraniano — prevedeva una clausola finale di rilievo:
"L'America si è impegnata a ritirare le sue forze militari dall'ambiente circostante l'Iran. Se ciò include anche le forze dispiegate nella regione o quelle stanziate nelle basi, richiede negoziati. Se un accordo finale verrà raggiunto entro un periodo di 60 giorni, tale accordo sarà approvato sotto forma di una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell'ONU".
"Falso e completamente inventato": la Casa Bianca smentisce
La risposta di Washington è stata immediata e categorica. La Casa Bianca ha definito "falsa e completamente inventata" la notizia del memorandum d'intesa diffuso dai media iraniani. In una dichiarazione ufficiale, l'amministrazione ha respinto le indiscrezioni sull'accordo di pace come incompatibili con la posizione degli Stati Uniti.
Una riconsegna al mittente ribadita da Donald Trump che, parlando ai giornalisti prima di una riunione di gabinetto, si è comunque mostrato ambivalente: "Finora non ci sono arrivati. Non ne siamo soddisfatti, ma lo saremo. Lo saremo".
"O così, oppure dovremo finire il lavoro", ha aggiunto, minacciando anche l'Oman di aggressione militare. "Lo Stretto sarà aperto a tutti e non sarà controllato da nessuno. Lo terremo d'occhio... L'Oman si comporterà come tutti gli altri, altrimenti dovremo farlo saltare in aria".
Il tycoon ha inoltre insistito di credere che i leader iraniani "desiderino fortemente raggiungere un accordo", pretendendo comunque che Teheran "non riceverà un allentamento delle sanzioni per aver rinunciato all'uranio arricchito" e rispedendo al mittente le illazioni secondo cui vorrebbe chiudere la guerra per motivi elettorali:
"L'Iran pensa che io voglia che la guerra finisca a causa delle elezioni di medio termine. Non è vero, non me ne importa niente".
Per l’ennesima volta, lanciando un occhiolino a Netanyahu, ha poi rilanciato su un’improbabile estensione degli accordi di Abramo già rigettati da Arabia Saudita ed Iran. 
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Ha minacciato addirittura che forse non dovrebbe nemmeno firmare un accordo con l'Iran se l'Arabia Saudita e il Qatar non aderiscono alla normalizzazione con Israele, evocando sostanzialmente la possibilità di continuare a bombardare l'Iran e lasciare che gli arabi del Golfo ne subiscano le conseguenze, a meno che non riconoscano Tel Aviv.
"Un futuro accordo di Islamabad" con garanti cinesi e russi per la fine del petrodollaro
Al di là delle incertezze tempestose del presente, c'è chi guarda oltre le sparate e le minacce a colpi di ultimatum. Secondo l'analista geopolitico Pepe Escobar la crisi Iran-USA potrebbe sfociare in un "Accordo di Islamabad" mediato dal Pakistan e garantito da Cina e Russia. Fonti diplomatiche riportano che il capo delle forze armate pakistane, Asim Munir — reduce da una visita a Teheran prima della quale le aspettative di un imminente deal erano al massimo — avrebbe spiegato a Xi Jinping che per l'Iran "gli impegni statunitensi non hanno alcun valore" senza una firma cinese e russa: Teheran non accetterà mai un nuovo JCPOA in cui "tutte le promesse sono state infrante".
Xi Jinping ha ricevuto in poche settimane Trump, Putin e una delegazione pakistana di alto livello, mentre Pechino e Islamabad avrebbero costruito "in modo molto discreto" il quadro diplomatico ben prima che Trump riconoscesse pubblicamente i negoziati. L'intesa preliminare tra Iran, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar prevede un "cessate il fuoco a tutto tondo", la riapertura dello Stretto di Hormuz e la "fine del blocco navale statunitense", seguiti da 30-60 giorni di trattative su revoca delle sanzioni, sblocco di circa 12 miliardi di beni iraniani e definizione del capitolo nucleare.
Sul tavolo, fughe di notizie saudite parlano di revoca delle sanzioni sul petrolio iraniano in cambio dell'impegno di Teheran a non superare il 3,67% di arricchimento, a inviare all'estero 400 kg di uranio al 60% (in Cina, Russia o Pakistan) e a conservare solo circa il 10% delle scorte di qualità quasi militare. Parallelamente, l'Iran aggirerebbe già il blocco USA esportando 100.000 barili di petrolio aggiuntivi al giorno soprattutto verso la Cina, mentre la Marina dei Guardiani della Rivoluzione avrebbe fatto transitare le proprie petroliere imponendo pedaggi in bitcoin — fino a 2 milioni di dollari per nave — attraverso la nuova Autorità dello Stretto del Golfo Persico.
Uno scenario che, come evidenziato da Escobar, significa già "il tramonto del petrodollaro" e la transizione verso un ordine multipolare in cui la Cina si consolida come "nuovo ancoraggio geoeconomico a lungo termine dell'Asia occidentale".
Lo scetticismo sulla condotta americana da parte degli analisti statunitensi
In molti negli Stati Uniti, tuttavia, fotografano una situazione ben più drammatica che riguarda la leadership statunitense. Il colonnello in pensione Lawrence B. Wilkerson, ex capo di gabinetto del Segretario di Stato Colin Powell, ha usato la metafora del teatro giapponese per descrivere la situazione: "Stiamo assistendo a un altro spettacolo Kabuki."
Wilkerson sostiene che Trump stia "disperatamente cercando di tirarsi fuori dall'Iran senza essere visto come un perdente" e che l'unica opzione che vede sia quella di iniziare i negoziati di pace solo per preparare futuri attacchi: "Gli iraniani pensano di trovarsi in uno scambio diplomatico quando le bombe ricominciano a cadere".
L'ex analista CIA Larry Johnson è ancora più netto. "Non c'è nessun accordo. Non ci sarà alcun accordo", ha dichiarato, indicando come fattore determinante la pressione dei grandi donatori, citando i 250 milioni di dollari versati da Miriam Adelson — una delle figure più influenti del fronte filo-israeliano e conservatore negli USA — a Donald Trump.
Il colonnello Douglas Macgregor ha invece fotografato il caos strategico con parole durissime, affermando che cercare di seguire la politica di Trump sull'Iran è sufficiente a causare "un caso acuto di schizofrenia":
"Assisteremo a una contrazione dell'economia globale stimata al 36%. Tanto per fare un paragone, la Grande Depressione ridusse l'economia mondiale del 20%".
Il retroscena degli attacchi del 26 maggio
Mentre le aspettative diplomatiche si facevano ottimistiche, nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 maggio, le forze statunitensi hanno condotto quello che il CENTCOM ha definito attacchi "di autodifesa" nel sud dell'Iran, colpendo siti di lancio missilistici e imbarcazioni "che tentavano di posizionare mine" nello Stretto di Hormuz. Il portavoce Tim Hawkins ha dichiarato che "il Centcom ha agito per difendere le nostre forze mantenendo moderazione durante il cessate il fuoco in corso".
Le esplosioni sono state udite nelle città portuali di Bandar Abbas, Sirik e Jask, nell'area della provincia di Hormozgan. Il ministero degli Esteri iraniano ha risposto con una condanna "nella maniera più forte possibile", denunciando che il vero comportamento di Washington sarebbe stato smascherato ancora una volta:
"La perpetrazione di queste azioni aggressive, in concomitanza con il processo diplomatico in corso mediato dal Pakistan, ha ancora una volta messo a nudo la cattiva volontà e la malafede dell'establishment al potere negli Stati Uniti nei confronti della nazione iraniana, dei popoli della regione e della comunità internazionale."
L'Iran ha promesso che "la Repubblica islamica non lascerà impunito alcun atto di aggressione". Qualcuno al Pentagono è forse intenzionato a sabotare l’intesa. 
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La fronda dei guerrafondai: il GOP contro l'accordo
Non può passare inosservato come, proprio mentre il fronte diplomatico si stava risvegliando, sabato 24 maggio un uomo di 21 anni, identificato come Nasire Best, del Maryland, è stato ucciso dagli agenti del Secret Service dopo aver aperto il fuoco a un posto di blocco vicino alla Casa Bianca. L'attentatore ha ferito un passante ma non ha colpito agenti né il presidente Trump, che si trovava all'interno dell'edificio, ma secondo fonti di polizia e dei media statunitensi, Best era già noto alle autorità per precedenti problemi di salute mentale e aveva tentato più volte di avvicinarsi alla residenza presidenziale.
Un messaggio sibillino che potrebbe arrivare dalla fronda guerrafondaia americana che si oppone ostinatamente a qualunque mediazione. L'opposizione più virulenta all'accordo arriva dall'interno stesso del Partito Repubblicano. Il senatore Lindsey Graham ha scritto sui social che "se nella regione si percepisce che un accordo con l'Iran consente al regime di sopravvivere e diventare più potente nel tempo, avremo gettato benzina sui conflitti in Libano e Iraq". Il senatore Ted Cruz si è detto "profondamente preoccupato" e ha avvertito:
"Se il risultato fosse un regime iraniano che riceve miliardi di dollari, può arricchire uranio e sviluppare armi nucleari, e ha il controllo effettivo dello Stretto di Hormuz, allora sarebbe un errore disastroso."
E ancora, Roger Wicker, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha definito il cessate il fuoco di sessanta giorni "un disastro", mentre Mike Pompeo ha liquidato il piano come "per nulla in linea con l'America First", paragonandolo al JCPOA del 2015 di Obama.
Israele e i sabotatori dell'intesa
Il ruolo di Israele nel tentativo di impedire l'accordo è stato esplicitato apertamente. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha dichiarato che la leadership israeliana "non può permettere" che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo di pace che danneggi i suoi interessi, promettendo che ciò "non si concretizzerà".
"Ci sono israeliani e altre parti che non vogliono vedere alcun tipo di accordo. Si danno da fare, si impegnano in attività che potrebbero cercare di impedire un accordo. È una cosa che abbiamo già visto. Potremmo rivederla", ha commentato ad Al Jazeera il professore Foad Izadi dell'Università di Teheran.
"Sconfitti militarmente", la guerra ibrida Usa
In questo contesto, il Ministero dell'Intelligence iraniano ha pubblicato mercoledì una dichiarazione in cui ha affermato che i nemici, "non essendo riusciti a raggiungere i loro obiettivi dichiarati attraverso l'aggressione militare", stanno ora intensificando i tentativi di destabilizzare la Repubblica islamica attraverso pressioni economiche, attacchi informatici, terrorismo e guerra psicologica: "Il nemico, sconfitto in guerra, cerca di ottenere successi per sé stesso, anche attraverso una guerra morbida."
Il comunicato ha citato complotti per assassinare personalità, operazioni di sabotaggio, contrabbando di armi, attacchi informatici e traffico di strumenti di comunicazione illegali come Starlink come minacce principali. Ha inoltre denunciato testate giornalistiche straniere in lingua persiana — tra cui BBC Persian, Voice of America e Iran International— per aver sostenuto operazioni ostili contro il Paese.
Il fronte libanese: Israele avanza su Tiro
Mentre sul piano diplomatico si intensificano i colloqui sul futuro dell’Iran, sul terreno il conflitto continua ad aggravarsi. Nel Libano meridionale, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito centri di comando di Hezbollah nella città di Tiro, dopo aver emesso un ordine di evacuazione per la popolazione civile.
Corrispondenti locali riferiscono di una violenta esplosione che ha scosso la città, accompagnata dal sorvolo di caccia israeliani. Attacchi aerei sono stati segnalati anche più a est, mentre nell’entroterra a sud di Nabatieh proseguono intensi bombardamenti di artiglieria. Secondo diverse fonti sul campo, le forze israeliane avrebbero tentato più volte, nelle ultime 48 ore, di attraversare il fiume Litani, venendo però respinte dalle milizie di Hezbollah.
Parallelamente, Israele ha esteso la definizione di “zona di combattimento” a tutte le aree a sud del fiume Zahrani. In un messaggio pubblicato su X, il portavoce militare israeliano in lingua araba ha invitato i residenti ad abbandonare immediatamente le proprie abitazioni, avvertendo che verrà impiegata “forza estrema” contro le postazioni di Hezbollah. L’ordine segue precedenti disposizioni di evacuazione forzata che hanno già interessato Tiro e numerosi villaggi circostanti.
Il bilancio umano del conflitto continua intanto a salire. Secondo il Ministero della Salute libanese, almeno 3.269 persone sono state uccise e oltre 9.840 ferite dall’inizio degli attacchi israeliani nel sud del Paese, a partire dal 2 marzo.
Sul piano umanitario, la situazione viene descritta come sempre più drammatica. Cyril Bassil, operatore di CARE International in Libano, ha parlato di una realtà “assolutamente catastrofica”, sottolineando come la paura sia ormai pervasiva tra la popolazione civile. Le squadre sul campo riferiscono di famiglie esauste, segnate da settimane di bombardamenti e incertezza. “Ricordo una madre che ci raccontava che suo figlio si mordeva le dita per l’ansia, non solo le unghie, ma proprio le dita, a causa del rumore continuo delle esplosioni”, ha dichiarato Bassil in un’intervista ad Al Jazeera.
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