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Tescaroli e Trocchia spiegano la mafia albanese alla conquista del Mondo

Il magistrato alla rassegna Trame: “La criminalità albanese è in continua evoluzione”. Il giornalista: “Da governo e opposizioni nessuna parola sui loro maxi affari”

Karim El Sadi

La mafia albanese non è più un’organizzazione emergente, ma un fenomeno affermato, fluido, e terribilmente pericoloso per le democrazie. E’ un’organizzazione super moderna da non inquadrare in un solo territorio che fa affari con i grandi cartelli sudamericani e gode il rispetto delle storiche mafie italiane. E come queste, riesce a infiltrarsi agevolmente nella politica, nelle istituzioni, nell’imprenditoria e nella grande finanza. E’ questo il quadro disarmante che emerge dalle pagine del libro “Invincibili. La mafia albanese da Roma alla conquista del mondo” (ed. Rizzoli) scritto da Nello Trocchia. Il giornalista lo ha presentato ieri sera alla rassegna antimafia Trame di Lamezia Terme insieme al procuratore capo di Prato Luca Tescaroli, collegato via streaming. “Il termine invincibili è un termine idoneo a fare comprendere quella che è la realtà che oggi ruota attorno alla criminalità albanese. Ed è anche al tempo stesso una provocazione efficace perché nessuno deve essere mai considerato invincibile”, esordisce Tescaroli, rispondendo a una domanda del giornalista Giovanni Tizian (moderatore dell'appuntamento). 
Sicuramente alcuni gruppi criminali sono più difficilmente aggregabili ma ci sono le attenzioni per potere in essere un contrasto sempre più efficace”. La mafia abanese “è un fenomeno criminale composito. E’ il prospetto di quelle realtà mafiose hanno nel nostro paese. Sono fenomeni in evoluzione. E sicuramente i gruppi albanesi hanno conquistato spazi criminali”, spiega il magistrato. “I componenti di questi gruppi sono ritenuti soggetti affidabili, dagli esponenti degli storici sodalizi mafiosi italiani come la ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita e riescono a interagire in maniera efficace anche con in gruppi cinesi che rappresentano l’altra realtà mafiosa che si sta affermando sempre più nel nostro paese”. I boss di Tirana, continua il procuratore, “investono nel nostro paese in varie direzioni e anche nei centri storici di alcune città italiane più note al Mondo e in plurimi settori imprenditoriali”.  


Si tratta di famiglie potenti da non sottovalutare, avverte Tescaroli. Dagli sforzi investigativi, ricorda, è emerso che “soggetti albanesi si sono trasformati in broker che riescono ad avere rapporti finanche con i produttori di cocaina in Colombia e si sono affermati in diversi paesi del sudamerica. Hanno i controllo dei porti sia in Ecuador sia in altri paesi del continente, sia in Italia. E sono efficienti e ritenuti affidabili”. Il magistrato dichiara che tra mafia albanese e mafia cinese, di cui si sta occupando particolarmente il suo ufficio da ormai due anni, ci sono “rapporti ormai consolidati”. “Sono due realtà criminali che pur essendo in contatto hanno delle specificità. Ed entrambi i gruppi sono compenetrati nel tessuto criminale del nostro paese pur presentando elementi identitarie diversi e dei collegamenti che entrambi i gruppi hanno con le terre d’origine. I gruppi cinesi riescono a far refluire i proventi della criminalità verso la Repubblica Popolare Cinese. E gli albanesi riescono a mantenere un rapporto con la madre patria che è luogo di investimento”. Si tratta di gruppi che “riescono ad incidere nell’ambito delle attività economiche transnazionali, riescono a mentente rapporti con esponenti delle istituzioni a veicolare una penetrante capacità di corruzione. Proprio per questo va potenziato il contrasto che può essere avviato in plurime direzioni”. 

Il "mammasantissima" Artur Shehu e il resort di Kushner

A seguire ha preso parola lo stesso Trocchia, che ha richiamato una delle rivelazioni centrali contenute nel suo libro. Il giornalista ha raccontato di essere stato invitato più volte nei talk show del Paese balcanico per discutere delle informazioni emerse da documenti investigativi italiani relativi a un incontro che sarebbe avvenuto nel gennaio del 2019 nelle Antille Olandesi. "Sono stato intervistato più volte nei talk televisivi albanesi per parlare di quello che ho rivelato nel libro. E cioè che nel 2019, nell'isola di Aruba, nelle Antille Olandesi, la Dia scrive che è stato riscontrato un incontro tra un cartello criminale e i suoi esponenti apicali e 'imprecisati esponenti' del governo Rama per parlare di affari. Rispetto a questo incontro, che la Dia evidenzia come accertato in un'inchiesta della procura di Firenze, è calato un silenzio incredibile", afferma. All’epoca, tra l’altro, a Firenze lavorava come procuratore aggiunto proprio Luca Tescaroli.  Secondo il giornalista, la vicenda assumerebbe oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce di quanto sta accadendo in Albania sul fronte degli investimenti immobiliari e turistici. “In queste settimane assistiamo alle proteste oceaniche che sono in corso in Albania per contrastare il mega resort che dovrebbe costruire nel Paese Jared Kushner, genero di Donald Trump”, ricorda. Trocchia ha quindi sostenuto che tra i partecipanti a quell'incontro figurasse anche Artur Shehu, personaggio che nel libro viene descritto come uno dei principali snodi della criminalità albanese internazionale.


tizian giovanni


Quando svelo di questo incontro ad Aruba io rivelo che tra quei partecipanti c'è anche un signore che vive a Miami che si chiama Artur Shehu, che viene indicato come un mammasantissima e che organizza e gestisce una rete che unisce affari, anche illegali, con rapporti con narcotrafficanti internazionali tra il Belgio, il Centro Europa, Aruba, l'Italia, l'Albania e gli Stati Uniti”. Per l'autore di Invincibili, il nome di Shehu rappresenta uno degli elementi che consentono di comprendere la dimensione globale raggiunta dalle organizzazioni criminali albanesi. Non più gruppi confinati ai Balcani o alle comunità di emigrati, ma strutture in grado di muoversi contemporaneamente tra Europa, Americhe e Mediterraneo, intrecciando traffici di droga, investimenti immobiliari, relazioni politiche e canali finanziari. Una capacità di proiezione internazionale che, secondo Trocchia, emerge proprio dalla geografia dei rapporti attribuiti a Shehu e ai soggetti che gravitano attorno alla sua rete. Il giornalista ha inoltre collegato quella vicenda alle più recenti inchieste giudiziarie che stanno interessando l'Albania. “In questi giorni Artur Shehu è stato travolto da un'inchiesta giudiziaria che si collega al grande affare speculativo dei Trump perché molti dei terreni dove dovrà sorgere il mega resort erano inizialmente proprio di Artur Shehu”, afferma. “Una storia incredibile che ha a che fare con i soldi e con i vertici di organizzazioni mafiose transnazionali e che ci porta dritti verso l'uomo più potente del mondo. Eppure su queste rivelazioni in Italia non parla nessuno”. 


trocchia nello trame

Dare senza ricevere: i soldi per i cpr e il colabrodo della normativa albanese

Da qui la critica alla politica italiana e al modo in cui, secondo l'autore, è stato affrontato il tema dei rapporti con Tirana. Trocchia ha richiamato l'accordo siglato dal governo italiano per la realizzazione dei Cpr in Albania, sostenendo che il dibattito pubblico si sia concentrato quasi esclusivamente sull'aspetto migratorio senza affrontare il nodo del contrasto alle mafie e al riciclaggio. “Noi abbiamo come Italia investito 800 milioni di euro per costruire i Cpr in Albania che non funzionano. Ma c'è un elemento che è sfuggito a tanti, anche alle opposizioni: la cornice entro la quale è stato realizzato questo progetto da quasi un miliardo di euro. Di questi soldi, 120 milioni di euro sono andati direttamente alle autorità albanesi a cui noi però non abbiamo chiesto nulla in cambio”. Secondo il giornalista, Roma avrebbe dovuto subordinare l'intesa a una revisione della normativa albanese sul contrasto ai patrimoni mafiosi e sul riciclaggio. “Non abbiamo chiesto di uniformare la normativa sui sequestri e la confisca dei beni o quella sul riciclaggio di denaro sporco. Non abbiamo chiesto di rivedere gli accordi che avevamo sottoscritto negli anni Novanta per l'espatrio di criminali albanesi che commettono reati qui, quando all'epoca i criminali albanesi facevano reati predatori mentre oggi sono broker e narcotrafficanti. Perché non abbiamo imposto all'Albania di uniformare la normativa a quella italiana prima di dare questi soldi per questo progetto, tra l'altro inutile? Se non togliamo i soldi, le mafie non le sfioriamo nemmeno. La normativa albanese è un colabrodo inefficace, non ha la capacità di colpire come dovrebbe”.

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