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Sull’orlo dell'abisso: Trump sospende nuovamente l'attacco all'Iran

Francesco Ciotti

Cinque diktat a Teheran, operazione Sledgehammer sul tavolo, ma il tycoon frena all’ultimo 

Dopo il suo viaggio a Pechino per incontrare Xi Jinping, il re è ancora una volta nudo e umiliato, rimpatriato a Washington con il cappello vuoto, senza aver esaudito le sue richieste a mani giunte verso il leader cinese per una risoluzione onorevole della crisi iraniana.

D’altronde, come dichiarato dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, “il conflitto non sarebbe mai dovuto scoppiare e non ha motivo di continuare”.

Ed ecco l’inquilino della Casa Bianca per l’ennesima volta schiuma di rabbia e dichiara di "non essere aperto a nulla, al momento" riguardo al programma nucleare iraniano e si rifiuta di discutere una moratoria di vent’anni — riporta il New York Post.

La sua retorica si è fatta ancora più esplicita dopo una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, quando ha dichiarato ai media che "l'Iran sa cosa sta per succedere". Sul suo canale Truth Social, il presidente ha poi scritto che gli iraniani "farebbero meglio a muoversi, VELOCEMENTE, altrimenti non rimarrà più nulla di loro", aggiungendo che in caso di mancato accordo gli Stati Uniti colpiranno "molto più duramente di prima".

Secondo quanto ricostruito da diverse fonti, sabato Trump si è riunito presso il suo golf club in Virginia con i più alti esponenti del suo team per la sicurezza nazionale, tra cui il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della CIA John Ratcliffe e l'inviato speciale Steve Witkoff. 

L'ordine del giorno era uno solo: decidere la prossima mossa nei confronti dell'Iran. Secondo fonti citate dalla CNN, Trump starebbe valutando con crescente serietà un ritorno a operazioni militari su larga scala come leva per costringere Teheran a cedere. Un ulteriore incontro di sicurezza nazionale è previsto martedì alla Situation Room. Vale la pena ricordare che appena una settimana prima, il 14 maggio, Trump aveva aperto a una possibile sospensione dell'arricchimento iraniano per vent'anni se Teheran avesse offerto una "garanzia reale" — una posizione ben lontana dall'obiettivo storico di smantellamento totale del programma nucleare. La sua giravolta repentina verso toni bellicosi testimonia quanto siano instabili le sue vuote promesse incalzata dai poteri guerrafondai dello stato profondo americano.

Me ecco la sorpresa, all’ultimo ha annunciato che oggi non ci sarebbe stato alcun attacco contro l’Iran.

“Mi è stato chiesto dall’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, di rinviare il nostro attacco militare previsto contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che era fissato per domani.

Sono in corso negoziati seri e, a loro avviso, in qualità di grandi leader e alleati, verrà concluso un accordo che sarà molto accettabile per gli Stati Uniti d’America, nonché per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre. Questo accordo includerà, cosa importante, nessuna arma nucleare per l’Iran.

Sulla base del mio rispetto per i suddetti leader, ho dato istruzioni al ministro della Difesa Pete Hegseth, al presidente del Comitato congiunto dei capi di Stato maggiore, il generale Daniel Kane, e alle Forze armate degli Stati Uniti, affinché non effettuino l’attacco previsto contro l’Iran domani. Ho anche ordinato loro di essere pronti per un attacco massiccio su vasta scala contro l’Iran in qualsiasi momento, se opportuno”, ha scritto sul social Truth.


Le cinque condizioni di Washington e la controproposta di Teheran

La diplomazia silenziosa si è nuovamente intensificata nelle ultime ore. Secondo quanto riportato dall'agenzia Fars, Washington ha formalmente posto a Teheran cinque precondizioni per proseguire i negoziati: la rinuncia a qualsiasi indennizzo o risarcimento danni di guerra, il trasferimento immediato di quattrocento chilogrammi di uranio dall'Iran agli Stati Uniti, la riduzione dell'intero programma nucleare a un solo complesso ancora operativo, il rifiuto di sbloccare anche solo il venticinque percento dei beni iraniani congelati, e la cessazione delle ostilità soltanto dopo l'avvio — e non la conclusione — dei negoziati.


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Esmaeil Baghaei © Imagoeconomica 


La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che le posizioni iraniane sono state "comunicate alla parte americana tramite il mediatore Pakistan". Una fonte pakistana ha rivelato a Reuters che Islamabad ha già trasmesso agli Stati Uniti una proposta rivista dell'Iran, ma ha aggiunto con tono preoccupato: "Non abbiamo molto tempo. Entrambi i paesi continuano a cambiare i propri obiettivi.". La valutazione americana, riportata da Axios, è stata però immediata e negativa: la Casa Bianca non considera la nuova proposta iraniana "un miglioramento significativo o sufficiente per un accordo", giudicandola come una versione con "solo cambiamenti di second'ordine" rispetto alle versioni precedenti.

Il testo riveduto amplierebbe il linguaggio sul non perseguimento di armi nucleari, ma mancherebbe ancora di impegni dettagliati sulla sospensione dell'arricchimento o sulla consegna delle scorte esistenti di uranio altamente arricchito. Un alto funzionario statunitense ha smentito le voci di un alleggerimento delle sanzioni, affermando che "nessun allentamento delle sanzioni avverrà gratuitamente" senza passi reciproci da parte di Teheran. La stessa fonte, in un'affermazione che ha gelato gli osservatori, ha concluso: "Se non accadrà, avremo una conversazione attraverso le bombe, il che sarebbe un peccato."


Il Pentagono pianifica l'escalation. L’operazione Sledgehammer

L’opzione bellica è stata già in ogni caso messa in conto. Secondo quanto riportato dalla CNN, il Pentagono ha preparato piani di contingenza nel caso in cui Trump autorizzi una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, con obiettivi che includono impianti energetici e infrastrutture chiave iraniane. I piani sarebbero stati battezzati "Operation Sledgehammer", come successore dell'"Operation Epic Fury" che aveva già colpito siti nucleari e militari iraniani nelle settimane precedenti.

Il Pentagono avrebbe riposizionato gruppi di portaerei e bombardieri B-52 nella regione, segnalando uno stato di prontezza operativa elevata. Tra le opzioni allo studio figurerebbero anche operazioni delle forze speciali per raggiungere materiale nucleare sepolto in profondità sotto terra, uno scenario che testimonierebbe un salto qualitativo nella pianificazione militare americana rispetto alle ondate di attacchi precedenti.


La voce critica dell'intelligence: "È un burattino"

Al di là del teatro demenziale dell’assurdo con le sparate sceniche di pubblico dominio del tycoon, c’è chi guarda con analisi chirurgica il sinistro che si cela dietro le quinte.

L'ex analista della CIA Larry Johnson ha dichiarato che i post bellicosi di Trump su Truth Social "non sono strategia, ma propaganda che alimenta l'ego, scritta da dilettanti e approvata da un uomo che non ha una reale comprensione dell'intelligence". Johnson ha indicato come segnale allarmante le fantasie visive di Trump — uno dei recenti posti raffigura esplosioni nucleari, immagini della Forza Spaziale, navi da guerra — come prova che il presidente viene spinto verso un'escalation senza esercitare "alcuna capacità di pensiero critico".

Sul piano militare, Johnson ha avvertito che una nuova guerra congiunta USA-Israele contro l'Iran potrebbe significare "luce spenta" nel Golfo: senza il permesso dell'Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait di utilizzare il loro spazio aereo e le loro basi, un nuovo attacco diventerebbe "davvero problematico e molto rischioso". E se Trump prendesse di mira le infrastrutture energetiche iraniane, come ha minacciato? "Pessima idea", ha risposto l'ex analista: una rappresaglia iraniana potrebbe colpire le reti elettriche degli stessi alleati del Golfo, dall'Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, con conseguenze devastanti. Su questa linea si è espresso anche l'analista militare Scott Ritter, secondo cui Russia e Cina sono state informate dall'Iran che, in caso di nuovo attacco americano, gli Emirati Arabi Uniti "cesserebbero di esistere come stato-nazione vitale": senz'acqua dolce, senza energia, senza capacità di estrarre petrolio e gas. 


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Il sinistro attacco alla centrale nucleare di Barakah

Proprio nelle scorse ore, la notte tra il 17 e il 18 maggio ha portato con sé uno degli episodi più destabilizzanti dall'inizio del conflitto. Un drone ha colpito un generatore elettrico esterno al perimetro principale della centrale nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti — l'unica centrale nucleare operativa nel mondo arabo. Le autorità emiratine hanno confermato un incendio, escludendo feriti e fughe di radiazioni, con l'AIEA che ha certificato la normalità dei livelli radiologici.

Il ministero della Difesa degli Emirati ha rivelato che tre droni erano entrati nel paese "dal confine occidentale": due sono stati intercettati, il terzo ha colpito il bersaglio. La formula "confine occidentale" — che potrebbe indicare Arabia Saudita, Yemen o Iraq — ha alimentato speculazioni su una possibile false flag per trascinare la regione nel caos e aizzare allo scontro.

Notizie di stampa della settimana precedente avevano già rivelato che gli Emirati avrebbero condotto attacchi segreti contro l'Iran durante l'ultima ondata offensiva americana, in coordinamento con Israele, che avrebbe anche fornito ad Abu Dhabi batterie di Iron Dome. Per Dareini, gli Emirati "hanno stretto un patto con il diavolo" e se il conflitto dovesse riprendere, l'Iran li considererebbe un obiettivo legittimo.


I mercati crollano: il prezzo economico della guerra

Il tempismo del dietrofront di Trump sull’imminente attacco sembra in sintonia con l’andamento dei mercati finanziari che sono sull’orlo di un collasso generalizzato.

Lunedì 18 maggio i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi a dieci anni hanno toccato il livello più alto da febbraio 2025, raggiungendo il 4,631%, mentre il rendimento a trent'anni ha sfiorato il massimo pre-crisi finanziaria globale, attestandosi al 5,16%. I futures sul Brent hanno raggiunto i 111 dollari al barile, dopo che l'attacco alla centrale di Barakah ha segnalato che la guerra non si ferma.

Tornato dall’incontro con Xi Jinping, il mercato azionario americano ha perso 900 miliardi di dollari.

A Tokyo, i titoli di Stato giapponesi a trent'anni hanno toccato il massimo storico del 4,2%, mentre in Germania il Bund decennale ha raggiunto il massimo degli ultimi quindici anni al 3,193%, ampliando i guadagni della settimana precedente. I mercati ora prezzano una probabilità superiore al cinquanta percento che la Federal Reserve alzi i tassi entro dicembre — l'esatto contrario di quanto si prevedeva prima dell'inizio della guerra. I ministri delle finanze del G7, riuniti lunedì a Parigi, hanno affrontato le turbolenze come priorità assoluta, con il ministro francese Roland Lescure che ha avvertito: "Non viviamo più in un periodo in cui il debito pubblico non è un argomento di discussione."

Kenneth Broux di Société Générale ha sintetizzato la situazione affermando che per fermare questo "crollo a rallentatore" nei mercati obbligazionari globali sarebbe necessario o un calo dei prezzi del petrolio, o un aumento tale dei timori di recessione da innescare una fuga verso i beni rifugio, oppure prezzi così bassi da attirare nuovi acquirenti. Nessuna di queste tre condizioni appare prossima, finché i cannoni non smettono di tuonare sul Golfo Persico. 

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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