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Struttura di alto livello dietro attentato a Ranucci: mandanti garantivano soldi e logistica

Luca Grossi

Tutte le piste sono ancora aperte e il contesto camorristico non è da escludere; ma per ora Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone, Luca Amato e Marika De Fulippis sarebbero solo i componenti di una presunta banda collegata ad una struttura logistica di straordinaria e inusuale efficienza. I quattro sono stati arrestati oggi per l’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, consumato la notte del 16 ottobre 2025 a Pomezia. I primi tre hanno ricevuto la custodia cautelare in carcere, mentre l'ultima è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico e il divieto di allontanamento dalla propria abitazione. Sullo sfondo permane ancora un mandante, o più mandanti, non identificati che avrebbero commissionato l'atto contro Ranucci.
I reati contestati sono detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso.
Secondo l’ordinanza di misure cautelari firmata dal Gip Iole Moricca, ognuno di loro avrebbe offerto un "ruolo specifico e determinato" al fine dell'attentato al giornalista: i magistrati scrivono che Passariello è colui che ha piazzato l'esplosivo e si è procurato la macchina Fiat 500X di colore nero. È un individuo dotato di "uno spessore criminale di elevatissima pericolosità" e "spregiudicatezza", dotato di "una non comune freddezza operativa" e dedito all'esecuzione di "reati su commissione" e al traffico di stupefacenti; commette “ininterrottamente” dal 1993 reati che vanno dalla violenza sessuale di gruppo, al sequestro di persona, alla rapina aggravata, alle lesioni personali, all'estorsione, all'incendio, all'evasione e alla resistenza a pubblico ufficiale.
Gli altri avrebbero avuto compiti differenti: Pellegrino D’Avino, già "gravato da una condanna per rissa", si sarebbe procurato l'esplosivo e avrebbe preso parte al sopralluogo alla casa di Ranucci assieme a Mutone (incensurato ma certamente inserito nel gruppo criminale dedito al traffico di droga) e Passariello.
Per gli investigatori si tratta di un soggetto "inserito in un contesto di elevato livello criminale, dotato di cospicui mezzi economici e organizzativi".
"Dobbiamo buttare i palazzi a terra", ha detto in un'intercettazione ambientale D’Avino. L'indagato aggiunge, senza fare riferimenti specifici, che chi gli ha procurato in passato l'esplosivo "me lo fece potente, con un bottone boom, uh mamma che abbiamo combinato". Anche lui è un soggetto molto conosciuto alle forze dell'ordine; ma l'elemento cruciale è stata la sua intenzione di riattivare vecchi contatti per trovare dell'esplosivo. Ma, cosa più importante, scrivono i magistrati, sarebbe lui che aveva "rapporti con i mandanti o comunque con persone ad essi collegati". "Inoltre, è certo che i mandanti si siano già organizzati, qualora gli esecutori materiali siano arrestati, per fornire versioni di comodo e fornire verosimilmente anche false prove a loro sostegno"; si tratterebbe di personaggi particolarmente dotati di grandi risorse, in quanto "hanno dimostrato di poter fornire tutto il sostegno economico e logistico" al gruppo.
Per ora il solo dato certo è che il soggetto era "preoccupatissimo che un eventuale provvedimento cautelare a carico degli esecutori possa portare anche alla sua individuazione" ed è per questo che avrebbe "già fatto arrivare il messaggio di aver già messo a loro disposizione risorse economiche, sostegno legale, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee a eludere eventuali attività investigative a loro carico".

Insomma, una copertura completa.
Marika De Fulippis, invece, è una giovane ragazza, fidanzata di D’Avino, senza alcuna condanna penale; per i pm ha "partecipato personalmente" alle azioni del commando offrendo un "contributo rilevante in tutte le fasi dell’azione", dimostrando "una spiccata capacità di coordinamento e di gestione delle comunicazioni in momenti operativamente sensibili".
Luca Amato, invece, entrerà in un secondo momento, ma per gli investigatori non ci sono dubbi che fosse "pienamente inserito nel gruppo criminale", avendo inoltre, assieme a Saverio, "incendiato dei veicoli nel comune di Roccarainola" il 3 aprile 2026.
Infine Mutone, come scritto, non ha condanne ma "la sua pericolosità" emergerebbe "dalla freddezza operativa dimostrata e dal fatto che ha commesso l’atto criminale nonostante la consapevolezza espressa nelle intercettazioni (“mi vuole buttare dentro”) di poter finire in carcere". Nelle stesse intercettazioni gli arrestati parlano dell'attentato a Ranucci assumendosene, di fatto, la responsabilità. "Ti ricordi quella tarantella che ho fatto a Roma?", ha detto invece Mutone.


L'ordigno esplosivo: gelatina da cava e miccia a lenta combustione

Secondo gli inquirenti potrebbe essere stato costituito da due-quattro cartucce da 100 grammi di gelatina da cava; l'innesco, invece, era una miccia a lenta combustione molto usata in passato in ambito minerario.
Non si ha ancora la certezza assoluta di questa ricostruzione, dato che non è stato reperito nessun residuo, né del detonatore né della miccia.
Va specificato che "non vi è prova che gli indagati fossero a conoscenza delle caratteristiche di alimentazione dell’autovettura": tradotto, non sapevano che la macchina di Ranucci era alimentata a Gpl e che, facendola scoppiare, avrebbero distrutto un quartiere. "L’ordigno - si legge - non è stato collocato sotto il pianale, né accanto alla parte posteriore dell’autovettura, ma davanti alla parte anteriore e precisamente tra la ruota lato passeggero anteriore e la parte finale del cancello, sul lato, peraltro, in cui accanto al veicolo non erano parcheggiati altri mezzi". La bombola, infatti, era posizionata "dietro l’assale posteriore".
Proprio per questo i giudici sono convinti che "la specifica collocazione dell’ordigno non pare di per sé sintomatica della finalità di uccidere"; una considerazione rafforzata anche dal fatto che la strada, "nel momento in cui è stato fatto esplodere l’ordigno, fosse deserta e che a bordo dell’autovettura non vi fosse né Ranucci – il quale, peraltro, si muove con il personale di scorta - né membri della sua famiglia". Passariello sarebbe stato "perfettamente consapevole dell’assenza di persone che potessero potenzialmente essere coinvolte dall’esplosione": per lui l'esito sarebbe stato un successo, come emerge dalle intercettazioni, "definendola peraltro un 'piacere' compiuto per terze persone".
"Per contro, ciò che si può già affermare con ragionevole certezza è che gli odierni indagati sono stati assoldati per compiere un atto intimidatorio gravissimo dalle conseguenze comunque rilevanti, tali da dimostrare con certezza la piena capacità offensiva del mezzo utilizzato".
Dopo alcuni mesi, il 6 aprile 2026, i pm ricevettero un'email in cui il mittente, rimasto anonimo, aveva scritto il nome di Antonio indicandone la residenza e le macchine da lui utilizzate; scrisse inoltre i numeri di telefono dei membri del commando, specificando che "si vantano dalla mattina alla sera che hanno fatto saltare in aria questa bomba".
Per i pm il contenuto della missiva "risultava pienamente attendibile in quanto tutti i riferimenti in essa contenuti trovavano riscontro oggettivo negli elementi investigativi".


La fuga dall'Italia

Passariello e Mutone sono stati sollecitati "dai mandanti ad allontanarsi dall’Italia", mentre D'Avino e De Fulippis, sebbene a loro non sia stata fatta la proposta, "hanno comunque dimostrato di sapersi spostare velocemente sul territorio e senza, neppure, lasciare tracce complete del loro passaggio". "La rapidità dei movimenti sul territorio è indice della disponibilità di una struttura operativa ben collaudata e di una capacità di una pianificata mobilità strategica", scrivono gli inquirenti. Inoltre, a Passariello, forse proprio dai mandanti, era stata preconfezionata una versione da riferire alle autorità in caso fosse finito sotto indagine: "Avrebbe dovuto dichiarare di essersi recato a Ostia per affari connessi all’attività di narcotraffico e che nell’occasione aveva conosciuto un soggetto albanese che lo avrebbe ingaggiato per il corrispettivo di tremila euro" "per spaventare" un "soggetto che lui neanche conosceva, posizionando" una “botticella” (nel senso di un piccolo ordigno esplosivo) "davanti alla sua abitazione". Mutone avrebbe invece dovuto dire che era con lui e ripetere la stessa cosa.

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Foto © Paolo Bassani