Strage Borsellino: cittadini in via d’Amelio vogliono verità su Stato-mafia e pista nera
Ci sono “avvoltoi” rappresentati “da membri di questo Governo fascista, come Giorgia Meloni, che strumentalizza la memoria di Paolo Borsellino, mentre smantella la legislazione antimafia e riduce gli strumenti di contrasto a mafia e corruzione”. E po c'è “Chiara Colosimo, presidentessa della commissione parlamentare antimafia, fotografata insieme allo stragista Luigi Ciavardini, condannato definitivamente per la strage di Bologna e, in un’altra foto, insieme al busto del Duce”.
Tutti questi non sono degni di pronunciare il nome di Paolo Borsellino: oggi con tenacia resistiamo finché non sapremo tutto. Sono state queste le parole di Sonia Bongiovanni, presidentessa dell’associazione di promozione sociale Our Voice durante il trentaquattresimo anniversario della strage di via d’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddi Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. 
A parlare subito dopo è Marta Capaccioni, che ha criticato aspramente le commemorazioni formali definendole “passerelle politiche” di chi “tradisce la memoria ogni giorno”, annunciando al contempo la creazione di un Presidio Sociale Antimafia per colmare i vuoti lasciati dalle istituzioni. Questa prospettiva è stata approfondita da Daniele Quagliata, il quale ha evidenziato come il sistema criminale vinca offrendo riconoscimento sociale a chi vive nella precarietà. Come ha affermato Daniele Quagliata: “Da un lato noi abbiamo lo Stato assente che si dimentica di te, dei tuoi bisogni, della tua fatica. E dall'altro un sistema alternativo allo Stato che ti riconosce e ti promette una scalata sociale”.
Un punto centrale della discussione ha riguardato l'identità dello Stato e il ruolo di chi indossa la divisa: L'ispettore Luigi Lombardo ha distinto tra uno Stato fatto di persone che credono nella giustizia e uno “stato con la s minuscola che dovrebbe proteggerli e non lo fa”. 
Ha inoltre esortato a non cadere nella trappola di chi vuole dividere la società civile dalle forze dell'ordine, ricordando: “Quando cominciamo a odiare le persone che portano l'uniforme, che sono i figli dei contadini, dei braccianti, dei disoccupati, ci dimentichiamo di quello che sono e diamo ragione a chi ci vuole fare odiare fra di noi”. L'avvocato Armando Sorrentino ha invece posto l'accento sulla necessità di coltivare “il vizio della memoria e la virtù del dubbio”, citando i diari di Giovanni Falcone e l'interesse del magistrato per l'indagine sulla Gladio. Sorrentino ha sostenuto che Paolo Borsellino fosse un testimone chiave mai ascoltato, concludendo che: “Noi vogliamo che la storia venga riscritta sulla base della vera verità”. 
La denuncia si è fatta più specifica con Stefano Mormile, che ha richiamato l'attenzione sul furto dell'Agenda Rossa e sul cosiddetto “Protocollo Farfalla”. Mormile ha rivolto un appello diretto alle cariche governative, affermando che tale patto per l'ingresso dei servizi segreti nelle carceri è stato “cristallizzato” e reso legale attraverso recenti norme del Decreto Sicurezza. Parallelamente, Brizio Montinaro ha sottolineato l'importanza della “verità storica” per le giovani generazioni, citando connessioni tra le varie stragi italiane, dalla Portella della Ginestra fino al '93, e menzionando influenze internazionali legate alle “piste nere”.
Infine, Nino Morana, nipote di Vincenzo Agostino, ha offerto una testimonianza toccante sulla sofferenza dei familiari delle vittime, denunciando la “spettacolarizzazione della violenza” e i continui depistaggi. Morana ha individuato un “filo nero” comune a molti delitti eccellenti: “La presenza di uomini degli apparati delle forze dell'ordine o di sicurezza in pressoché tutte le stragi e delitti eccellenti che hanno insanguinato il nostro paese”.
Ha concluso esigendo rispetto per il dolore delle famiglie e ribadendo l'impegno a resistere contro chi tenta di infangare la memoria delle vittime. 
Il tema centrale è l'esistenza di un filo conduttore unico che lega il terrorismo neofascista degli anni '70, la strategia della tensione e le stragi di mafia del biennio '92-'93.
Come ha affermato Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei famigliari delle vittime di Bologna, lo scopo dell'incontro è “consegnare ai giovani la forza di una comunità che non si piega” attraverso una battaglia di resistenza democratica. Franco Sirotti, fratello di Silver Sirotti, vittima della strage del treno Italicus, ha ribadito l'importanza di rafforzare l'unione tra le famiglie colpite dal terrorismo e dalla mafia per “portare avanti questo impegno per la memoria, la verità e la giustizia”. Federico Sinicato, presidente dell'Associazione dei Familiari delle Vittime della Strage di Piazza Fontana, ha sottolineato come le stragi di Capaci e Via D'Amelio abbiano per l'Italia “lo stesso valore per la storia italiana... delle stragi fasciste degli anni '70”.
Rosaria Manzo, presidentessa dell'Associazione Familiari Vittime della Strage del Rapido 904, avvenuta il 23 dicembre 1984, ha evidenziato una connessione tecnica tra gli attentati, riportando che l'esplosivo del Rapido 904 “ha la stessa composizione dell'esplosivo utilizzato per la strage di Via D'Amelio”, ponendo l'obiettivo di capire il legame tra la strategia della tensione e le stragi di mafia. Daniele Gabrielli ha denunciato che “uno stesso disegno criminale e diversivo è stato, e temo sia tuttora operante, in tutte le stragi”, sottolineando che i costanti depistaggi dimostrano la volontà di attentare alle libertà costituzionali.
Federico Sinicato inoltre ha ricordato che fin dai primi anni '70 le ricerche sulla strage di Piazza Fontana parlarono di “strage di Stato”, identificando “responsabilità delle istituzioni, responsabilità di uomini degli apparati statali”. Sergio Amato, figlio del magistrato Mario Amato, ucciso dai NAR il 23 giugno 1980, ha fornito dettagli sui mandanti della strage di Bologna, affermando: “I mandanti per Bologna sono Licio Gelli, P2, Federico Umberto D'Amato, Ufficio Affari Riservati, Mario Tedeschi, deputato dell'MSI, direttore del Corriere Borghese, e Umberto Ortolani”. 
Sergio Amato ha citato le parole del padre, il magistrato Mario Amato, pronunciate poco prima di essere ucciso dai NAR: “Sto arrivando alla visione di una verità d'assieme coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi”; ha poi esteso questa analisi sostenendo che tra esecutori e mandanti operano i “depistatori infedeli allo Stato e alla Costituzione, fedeli piuttosto alla controcostituzione, il piano di rinascita democratica, il piduismo mai sconfitto”.
Daniele Gabrielli, vicepresidente dell'Associazione Familiare delle Vittime della Strage di Via dei Georgofili, avvenuta il 27 maggio del 1993, ha esortato le forze politiche a recidere “ogni legame con gli ambienti responsabili diretti ed indiretti delle stragi, Servizi segreti, massoneria, neofascisti, criminalità organizzata”, chiedendo una Commissione Antimafia che non segua impostazioni unilaterali o depistanti. Ha concluso ricordando che, secondo il magistrato Gabriele Chelazzi, l'ultimo miglio per la verità “dipende dal Parlamento e da quella preziosa sede istituzionale costituita dalla Commissione Antimafia”. 
Luana Ilardo, figlia di Luigi Ilardo, infiltrato in Cosa nostra ucciso il 10 maggio 1996, ha dichiarato: "Voglio essere invece qua per questi pochi minuti che mi vengono dedicati per dire un’altra volta che noi non ci siamo. Non ci siamo questa volta per l’ennesimo sgambetto che è stato fatto al procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, a cui esattamente per ben la terza volta viene ancora negato un ruolo decisivo e di importanza fondamentale per lui e soprattutto per noi"
Luana Ilardo ha spiegato: "Ci chiediamo perché il CSM ancora una volta rifiuta Sebastiano Ardita ad avere il ruolo che merita, essendo un esperto da anni ormai, ha partecipato, sa tutti i segreti di Cosa nostra e della mafia e non capiamo ancora perché una volta tutto questo gli venga negato".
Ha poi aggiunto che Sebastiano Ardita "è stato bocciato per la sua corsa al procuratore capo a Catania, è stato bocciato a Catania e oggi invece è stato bocciato nuovamente per andare a dirigere la DNA insieme ovviamente al dottor Di Matteo e tutti quegli uomini e quei magistrati che abbiamo sempre sostenuto". 
Secondo Luana Ilardo, via D’Amelio rappresenta "il luogo principale per la commemorazione della strage di Stato che c’è stato nei confronti di Paolo Borsellino e dei suoi uomini, ma è anche un luogo dove abbiamo tutti quanti l’opportunità di ribellarci a questo sistema, a questo Stato che non vuole darci verità e giustizia, e non vuole che uomini come Sebastiano Ardita, come Di Matteo, come Scarpinato, come Gratteri, come Tescaroli, come tutti quelli che noi sosteniamo, arrivino alle e a darci quella verità che chiediamo oggi da 34 anni".
Luciano Traina, fratello di Claudio Traina, ha affermato: "Se oggi sono qui come ogni anno è giusto per rendere memoria ai caduti, mio fratello in primis, come tutti gli altri". Interrogato dai giornalisti sulla verità, ha precisato: "Io non sono un politico, non posso saperlo. Bisogna domandarlo a loro, perché dopo 34 anni di verità nascoste, depistaggi e quant’altro, io penso che la verità non la sapremo mai". 
Proseguendo, Luciano Traina ha dichiarato: "Non ditemi che sono pessimista, ma finirà in una bolla di sapone come l’aereo di Ustica, né più né meno. E se quel giorno verrà appunto la verità, ci diranno la minima, quella che fino ad oggi hanno voluto dire loro".
Ha poi sottolineato: "Io veramente oggi non volevo, non me la sentivo di stare sul palco, però mi è doveroso, mi è doveroso perché come ogni anno ringrazio a voi tutti che a vostre spese da lontano venite qua, nessuno vi sostenta. E quello è vero amore, vera vicinanza a cui noi manca tutt’oggi una vicinanza vera. E siete voi, popolo sincero, e non quelli che fanno le passerelle".
Luciano Traina ha raccontato: "Purtroppo oggi c’è questo e io sono molto arrabbiato, molto arrabbiato perché, come ho detto ogni anno, io il 19 luglio del 1992 anch’io ero un poliziotto. Vengo qui alle 17:20 come poliziotto per fare le mie indagini. Non sapevo che c’era mio fratello. L’ho capito quando il collega mi ha trattenuto. L’ho capito quando ho visto quello che non dovevo vedere. E di mio fratello ho riconosciuto la scarpa in una gamba che era distaccata e appiccicata. Appiccicata davanti un cerchione, che mancava anche la gomma di quella macchina".
Ha aggiunto con dolore: "E sentire nel tempo che mentre io urlavo per la disperazione, molta gente sia dal carcere che da casa sua magari in poltrona, brindava con champagne a questa strage. Non è una cosa che mi sono inventato io, è la pura realtà. Quindi se siamo arrivati a 34 anni senza soluzioni, sarò pessimista, ho ben poche speranze. Invece di andare avanti si va sempre indietro".
Catalano ha dichiarato: "Il nostro è una normale, diciamo, commemorazione per noi familiari. Il ringraziamento va a voi che anche in una giornata così calda volete anche voi commemorare questi nostri morti, che non sono nostri". Ha proseguito ricordando di aver visto il fratello nella camera mortuaria: "Ho visto mio fratello, perché io ero a Messina a lavorare, però ho visto mio fratello nella camera mortuaria, me l’hanno fatto vedere quello che è rimasto. Ho visto la guancia riconoscibile e basta, non c’era nient’altro sotto quel lenzuolo". 
Pina Catalano, sorella di Agostino, ha raccontato un episodio emblematico della generosità del fratello: "Mio fratello il 16 di maggio aveva compiuto 43 anni e per festeggiarsi il suo compleanno era andato con i suoi ragazzi nel mare di Mondello. Solo che ad un certo punto sentiva la gente che gridava e andò a vedere cosa succedeva e c’era un ragazzino di 14 anni che al largo, lontano 50 metri, stava annaspando e se ne stava colando giù perché aveva bevuto molta acqua".
Pina Catalano ha precisato: "Oggi questo ragazzo ce l’abbiamo presente qua e lui è proprio, come si dice, il miracolo presente, che mio fratello gli ha ridato la vita perché lui era morto. [...] Agostino cominciava una cosa e la doveva portare a termine, e così è stato. E qua abbiamo l’esempio vivente".
Nel messaggio letto da Nicola Hassan Di Cola a nome di Silvia Steiner, nipote di Eddie Walter Cosina, si ricorda: "Era una persona generosa, altruista, molto legato alla sua famiglia, e queste sue qualità lo hanno portato alla scelta di essere un servitore dello Stato. Per lui la famiglia era il cuore dello Stato e lo Stato era nel suo cuore. Amava l’Italia, era fiero di essere italiano, con grande orgoglio indossava l’uniforme".
Il testo sottolinea: "L’eredità che Eddie lascia a tutti noi è che il cambiamento nasce nella nostra coscienza e si concretizza nel nostro impegno, nell’essere cittadini attivi e consapevoli, animati da valori profondi come giustizia e legalità. Perché non esistono eroi, ma solo uomini e donne che fanno il proprio dovere".
Maria Claudia Loi, sorella di Emanuela Loi, nel messaggio letto da Stella Borsellino, ha affermato: "Quella maledetta domenica del 19 luglio 1992 in via Mariano D’Amelio a Palermo, condannati a morte con l’unica colpa di difendere lo Stato e tutti noi". Ha aggiunto: "La mafia si è portata via il suo corpo, ma non le sue idee. Come diceva il giudice Falcone, bisogna farle camminare con le gambe di tutti noi". 
Concludendo, Maria Claudia Loi ha rivolto un messaggio ai giovani attraverso le parole attribuite alla sorella: "Cari ragazzi, ho intrapreso la carriera nella Polizia di Stato quando avevo 21 anni, ero poco più grande di voi. Volevo dimostrare a me stessa, a tutti voi, che i sogni si possono realizzare. Spero siate un pochino orgogliosi di me. Se volete raccontare la mia storia, fatelo con il cuore".
Salvatore Borsellino ha dichiarato che “non è ispirarsi a Paolo Borsellino passare davanti al suo poster solo per la cerimonia di insediamento. Non è ispirarsi a lui distruggere il patrimonio di leggi che Falcone e Borsellino avevano dato alla magistratura per combattere la mafia: ergastolo ostativo, 41-bis, collaboratori di giustizia, intercettazioni. Hanno depenalizzato l’abuso d’ufficio e tolto al Parlamento il suo ruolo, governando solo a decreti". Proseguendo, il fratello di Paolo Borsellino ha affermato: "Questo governo ha anche dato ai servizi segreti la possibilità di commettere reati gravissimi senza rispondere alla magistratura. È la stessa logica che ha attraversato decenni di stragi in questo Paese".
Salvatore Borsellino ha poi continuato dicendo: "Via D’Amelio non è una strage isolata: è la diretta conseguenza di Capaci. Ho creduto a lungo che Paolo fosse stato ucciso così in fretta perché si era opposto alla trattativa. Sicuramente lo fece, ma l’accelerazione della strage ha altre spiegazioni. Gli esplosivi usati, i mezzi, il doppio comando non erano a disposizione della mafia tradizionale". In merito alla presenza di simboli politici nella via, ha precisato: "Voglio dire una cosa a Giovanni Paparcuri: sono stato io a volere che i fascisti non entrassero in questa via e li ho confinati lontano. Volevano rubarci anche il palco. Qui i fascisti non entreranno. Non c’è accordo possibile con loro. Voglio ricordare a tutti che qui, in questa via, non accetto la presenza di chi arriva con simboli neofascisti. Per questo ho preparato dei cartelli, nel caso servissero".
All’inizio del suo intervento Salvatore Borsellino ha spiegato: "Sono felice di essere riuscito ancora una volta a venire in questa via. Le mie gambe non hanno più la forza di portarmi ovunque, ma ci sono altre gambe che camminano al posto mio. La mia voce non grida più come una volta, ma ci sono altre voci, più giovani, che gridano al posto mio". Ha poi aggiunto: "Ho voluto delegare quest’anno l’organizzazione ai giovani di Our Voice, del Comitato 23 Maggio e delle altre realtà giovanili. È il loro momento". Giovanni Paparcuri ha preso la parola esprimendo delusione per l’organizzazione della giornata: "Due parole sono difficili. Ogni volta che si avvicinano gli anniversari mi sento male per tutta la retorica che circola. Oggi però sono rimasto ancora più deluso. Fino all’anno scorso c’era il palco, le agende rosse, Salvatore Borsellino e i ragazzi di quel periodo. Poi la fiaccolata. Quest’anno invece loro hanno allestito il palco in fondo alla strada. Non è vero che l’antimafia unisce: ci divide, e questo non è bello".
Paparcuri ha sottolineato: "Io non sono né di destra né di sinistra, a me piace l’unione. Non troveremo mai la verità, dopo 34 anni è difficile. Tanti anni fa dicevo che speravo arrivasse un magistrato ad alzare la mano e dire: “Ragazzi, ho la verità”. Quella speranza si sta spegnendo". Ha poi ricordato l’ispettore Gianni Capparella: "Voglio salutare l’ispettore Gianni Capparella della Polizia Penitenziaria, che per quasi trent’anni ha custodito con amore l’auto blindata di Falcone. Per arroganza gliel’hanno tolta e portata qui solo per fare spettacolo. Non è stato onesto, così come non è stato onesto dividere le salme. L’antimafia non si fa togliendo oggetti o ricordi agli altri. Tutti dobbiamo farla".
Antonio Vullo, unico sopravvissuto della scorta, ha dichiarato: "Essere l’unico sopravvissuto non è facile. Da 34 anni mi porto dentro questo peso. Quella domenica ero qui, come Agostino, Walter, Claudio, Emanuela e Vincenzo. Una giornata bellissima, poi il buio. Da allora non ne siamo più usciti". Vullo ha aggiunto: "La chiave per riaccendere questa storia è quell’agenda rossa che era nella borsa di Borsellino. Si nascondono dietro “non ricordo”, false testimonianze o la facoltà di non rispondere. Abbiano almeno un po’ di onestà intellettuale". Secondo l’agente sopravvissuto, "la figura di Borsellino per noi era quella di un supereroe: forte, coerente. E forse è proprio quella coerenza che ha dato fastidio a qualcuno". 
Nino Di Matteo ha manifestato profonda inquietudine per l’attuale clima, rimarcando come la ricerca della verità completa stia subendo un chiaro regresso, anche per via di decisioni politiche. Il magistrato ha dichiarato testualmente: “la ricerca della verità completa si allontana: non si è avvicinata, ma si è allontanata, anche attraverso delle scelte politiche assolutamente e clamorosamente in controtendenza rispetto alla ricerca della verità”. Di Matteo ha rivolto dure critiche alla Commissione parlamentare antimafia, accusandola di aver isolato l’eccidio di via D’Amelio dal contesto più vasto delle stragi. 
Secondo le sue parole: “la scelta della Commissione parlamentare antimafia di occuparsi solo ed esclusivamente della strage di via d'Amelio, come se la strage di via d'Amelio fosse avulsa dal contesto delle stragi che l'hanno preceduta e l'hanno seguita”. Il magistrato ha inoltre espresso timori riguardo a possibili pressioni interne alle istituzioni, citando il caso della mancata nomina di Sebastiano Ardita, e ha invitato il Capo dello Stato a fare chiarezza: “i membri del Consiglio Superiore della Magistratura [...] dovrebbero allora avere il coraggio e il pudore istituzionale di dire se queste pressioni ci sono state, chi le ha fatte e come si sono manifestate”. Poi è stata la volta di Roberto Scarpinato che ha ricostruito il significato storico dei funerali degli agenti di scorta, considerandoli un momento decisivo in cui la cittadinanza intuì subito la matrice politica dell’attentato. Il magistrato ha affermato: “quelle migliaia di persone normali avevano capito che la strage di Via D'Amelio non era solo una strage di mafia, ma era una strage di Stato”. 
Scarpinato ha denunciato la continua azione di poteri occulti volti a proteggere i mandanti a volto coperto, ostacolando l’emergere di verità indicibili attraverso morti sospette in carcere – come quelle di Antonino Gioè e Bernardo Pace – o l’eliminazione di collaboratori quali Luigi Ilardo. Ha poi attaccato duramente chi oggi si presenta come erede di Borsellino: “Appartengono a quella commissione antimafia [...] che in questi 3 anni ha impedito in tutti i modi di fare qualsiasi indagine conoscitiva sui mandanti esterni, sui complici, sui depistaggi”.
L’avvocato Fabio Repici ha esaminato le piste investigative privilegiate, contestando l’enfasi quasi esclusiva sul filone mafia-appalti, equiparandolo a un depistaggio simile alla pista palestinese usata per la strage di Bologna. Repici ha dichiarato: “Oggi alcuni depistatori si intestardiscono a dire che l'unica ragione della strage di via D'Amelio è mafia appalti, esattamente come gli stessi o i loro d'anticausa per decenni hanno detto che la pista per la strage alla stazione di Bologna [...] era la pista palestinese”. 
L’avvocato ha ricordato i collegamenti tra esponenti della destra eversiva e Cosa nostra, citando Paolo Bellini, e ha criticato il sostegno governativo al generale Mario Mori, “l'uomo che è stato ricevuto ufficialmente a Palazzo Chigi dal sottosegretario Alfredo Mantovano perché gli venisse data la solidarietà del governo”. Repici ha sottolineato inoltre l’importanza delle intercettazioni di Giuseppe Graviano su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, elementi ritenuti trascurati nelle richieste di archiviazione. Luigi Li Gotti ha concluso con pesanti accuse al procuratore di Caltanissetta De Luca, reo secondo l’avvocato di aver omesso informazioni rilevanti davanti alla Commissione Antimafia, specie sui contatti tra Stefano Delle Chiaie e la Sicilia nel periodo delle stragi. Li Gotti ha affermato: “il procuratore De Luca è un depistatore perché non ha consentito alla Commissione Antimafia di conoscere ciò che lui stesso aveva sostenuto con un provvedimento del 16 giugno 2024”. L’avvocato ha ricordato l’interesse di Giovanni Falcone per l’organizzazione Gladio, suggerendo che proprio in quelle strutture potrebbe trovarsi la radice degli attentati. Ha citato le confidenze riportate da Arlacchi: “Arlacchi riferisce ciò che Giovanni Falcone gli aveva confidato. Ossia che attendeva la nomina a procuratore nazionale antimafia per rioccuparsi di Gladio [...] perché capiva che lì c'era la radice di ciò che avveniva nel paese”.
Il ricordo dei caduti non può ridursi a una cerimonia formale, ma deve trasformarsi in strumento di consapevolezza e resistenza civile.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha sottolineato che i morti affidano la loro memoria ai vivi, i quali hanno il potere di farne celebrazione o coscienza. Secondo la relatrice, la mafia rappresenta non soltanto un fenomeno criminale, ma una “struttura razionale” inserita in una “grammatica del potere” che normalizza l’eccezione e sacrifica vite umane. Albanese ha concluso affermando che: “la legalità non è un insieme di procedure, ma una forma di civiltà, e che ogni volta che il potere pretende di sottrarsi alla legge, la responsabilità di opporvisi ricade su ciascuno di noi”. Sandra Rizza ha invece posto al centro del suo intervento la necessità di fare piena luce sui mandanti e sui depistaggi legati alla strage di Via d’Amelio. 
La giornalista si è chiesta: “La domanda centrale resta ancora oggi: quanto siamo vicini alla verità sulle bombe di Palermo, Firenze, Roma e Milano? E questa non è una domanda rivolta soltanto al passato, è una domanda che interroga il presente della nostra democrazia”. Rizza ha criticato l’orientamento prevalente nella Commissione Parlamentare Antimafia, che rischia di concentrarsi solo sulla pista “mafia e appalti”, trasformandola in una “censura preventiva” capace di bloccare indagini su complicità esterne e su ambienti dell’eversione nera. Ha avvertito che: “una democrazia che rinuncia alla ricerca della verità è una democrazia che rinuncia a difendere se stessa”. Paolo Mondani ha denunciato la decisione della RAI di sospendere le repliche della sua inchiesta sulle “piste nere”, qualificandola come una “censura senza precedenti”. Il giornalista ha ricordato come lo screditamento della vittima rappresenti un metodo ricorrente per ostacolare chi cerca la verità, citando gli esempi di Giovanni Falcone e Peppino Impastato. Come ha affermato Paolo Mondani: “La storia italiana insegna che la verità non viene ostacolata soltanto dal silenzio, a volte viene ostacolata dalla vita della vittima usata come arma”. 
Mondani ha assicurato che Report non si piegherà al “nuovo maccartismo” e ha chiuso il suo intervento con la frase: “Pista nera, incubo vostro, gridiamo noi”. Stefania Limiti ha interpretato la giornata commemorativa come una vera “giornata di resistenza” contro i tentativi di depistaggio. La scrittrice ha parlato di una “politica delle stragi” finalizzata a modificare il corso della storia e a bloccare le energie innovative del Paese. Come ha affermato Stefania Limiti: “Noi oggi abbiamo una destra al governo che non a caso sta facendo un’opera di sbarramento nei riguardi di un’operazione di verità, e questo noi non glielo permetteremo”.
A fine evento, nel panel sul giornalismo, ha preso parola Giorgio Bongiovanni. Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha raccolto la denuncia fatta da altri relatori prima di lui sulle pressioni manifestate dal consigliere Andrea Mirenda al Csm durante il plenum chiamato a decidere sulla candidatura alla carica di procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia. “Presidente Mattarella lei presiede il CSM e il consigliere Andrea Mirenda ha denunciato pressioni per eleggere Franca Imbergamo al posto di Sebastiano Ardita. Chi ha fatto pressioni?”, chiede Bongiovanni. 
Il presidente della Repubblica “deve convocare una riunione urgente al Csm e chiedere a quei consiglieri chi ha fatto pressione”. Nel suo intervento il direttore di ANTIMAFIADuemila ha ricordato al pubblico di via d’Amelio che dietro le stragi della prima e della seconda Repubblica c’è la mano occulta di Gladio e quindi della Cia americana. “E’ la Cia che ha fatto le stragi: da Portella della Ginestra, a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, stazione di Bologna fino a qui in via d’Amelio. Quando si parla di servizi segreti dobbiamo parlare dei servizi segreti americani, l’Italia non conta niente”.
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