Strage Bologna: colpevoli i neofascisti servi della Cia e del potere americano
Il presidente dei familiari delle vittime Lambertini: governo porta avanti tentativi di revisionismo storico
La verità è scritta nelle sentenze passate in giudicato: la strage di Bologna è stata coordinata da “funzionari dei servizi segreti e da altri esponenti di apparati dello Stato deviati, che a loro volta hanno risposto alle direttive dei vertici della Loggia P2" - estensione della Cia e del Pentagono in Italia - eseguita da terroristi fascisti e depistata da apparati deviati dello Stato italiano.
Come ogni anno a Bologna migliaia e migliaia di persone hanno preso parte al corteo partito da Piazza Nettuno e poi arrivato fino alla stazione della città emiliana. Il bilancio fu terribile: 85 morti e oltre 200 feriti; bus trasformati in ambulanze di fortuna e semplici cittadini che andavano a scavare tra le macerie a mani nude.
Tutto questo orrore venne poi depistato ordito dalla componente più marcia del potere; ma nessuno di questi componenti ha mai agito di propria iniziativa: la Cia ha deciso o dato grandi aiuti per realizzare questa e altre stragi.
Diamo ancora una volta uno sguardo ai nomi per comprendere: per gli esecutori materiali sono stati condannati i neofascisti Paolo Bellini (avanguardista, killer di ‘Ndrangheta e frequentatore dei servizi segreti), Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Per il reato di depistaggio le sentenze hanno toccato uomini ai vertici dei servizi segreti - il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte - che per questo motivo sono stati condannati con sentenze definitive unitamente a Francesco Pazienza, altro importane agente segreto collegato con i servizi americani. E poi l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia, ex amministratore del condominio dei misteri in via Gradoli, per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini. 
Inoltre per essere stati gli organizzatori e finanziatori sono stati condannati l’ex capo della Loggia P2 Licio Gelli, Umberto Ortolani, ex braccio destro di Gelli, Federico Umberto D'Amato, potente capo dell’Ufficio Affari Riservati al Ministero dell’Interno e uomo della Cia in Italia. Il suo ufficio, e questo anche viene scritto nelle sentenze, è stato frequentato per moltissimo tempo da Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale ed estremista di destra. E poi Mario Tedeschi, ex piduista e senatore del MSI, individuati quali mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato, foraggiato grazie ai soldi del Banco Ambrosiano.
Gelli e D’Amato, secondo l’ultima sentenza, utilizzavano come killer anche Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini ed altri esponenti della destra eversiva garantendo loro denaro e impunità. Il vero nervo scoperto quindi è il rapporto che c’è tra la componente Cia in Italia e le strutture che dettano gli ordini ai bombaroli, quale la già citata loggia massonica P2. Non è un segreto tutto questo: innumerevoli documenti dell’Fbi desecretati a luglio di quest’anno grazie al Freedom of Information Act (Foia) descrivono la figura di Gelli, la sua loggia massonica ed i rapporti che hanno avuto in particolare con gli Stati Uniti d'America. Vero è che molte parti sono ancora coperte da segreto ma ciò che abbiamo visto e letto basta e avanza.
I tentativi di revisionismo e il depistaggio istituzionale della ‘pista palestinese’
Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha sottolineato, davanti a migliaia di cittadini riuniti davanti alla stazione di Bologna che nonostante gli esiti giudiziari e i meticolosi accertamenti contenuti nelle sentenze "ancora oggi a 46 anni di distanza, assistiamo a continui tentativi di revisionismo e di disinformazione che hanno come obiettivo quello di normalizzare, nel dibattito pubblico e nella società, le posizioni di stragisti quali Gilberto Cavallini". 
Come se si trattasse di detenuti comuni e non di eversori dell’ordine democratico. Come se lo stragismo fosse considerabile un reato qualsiasi, anziché un attentato alla nostra democrazia e alla libertà collettiva. Dal palco è arrivato anche un richiamo netto al passato e alle sue connessioni istituzionali: "Giovanni Falcone e Mario Amato avevano ragione: il male è anche dentro a parti importanti dello Stato e delle Istituzioni. Ed è il male che ferisce più profondamente". L’omicidio di Amato, ha aggiunto, "al netto delle bugie raccontate nel tempo dai suoi assassini, rappresentò un passaggio basilare della strategia adottata dai neofascisti per poter realizzare senza ostacoli, poco più di un mese dopo, la strage di Bologna. Senza quell’omicidio, infatti, la trama che si andava componendo sarebbe stata svelata ed i piani stragisti vanificati". Oggi, ha proseguito, "quella verità d’insieme di cui parlava Mario Amato l’abbiamo raggiunta. Dalle sentenze pronunciate nei confronti di Paolo Bellini e di Gilberto Cavallini si colgono molto chiaramente le linee di continuità che hanno contrassegnato la violenza politica in Italia anche all’inizio degli anni Novanta, con la riproposizione di logiche stragiste". Lambertini ha poi spostato l’attenzione su un documento storico ancora di grande attualità. "Oggi dobbiamo ricordare, che su quello stesso documento", il piano di rinascita democratica della P2, "è indicato come obiettivo anche il Presidenzialismo. Un progetto volto allo stravolgimento dell’assetto costituzionale nato insieme alla Repubblica ottant’anni fa, come frutto della Resistenza partigiana antifascista". E ha aggiunto, suscitando fischi dalla piazza quando ha citato il nome del ministro: "Noi non possiamo permetterci di fare come il Ministro Nordio che ha dichiarato di non conoscere il Piano di Rinascita democratica. Lo deve conoscere quel Piano signor Ministro! Se lo legga, per cortesia!". Il presidenzialismo, ha ricordato, era stato riproposto già nel 1981 dal presidente del Consiglio Craxi e da sempre sostenuto dal segretario missino Giorgio Almirante, "lo stesso Almirante che ancora oggi viene ricordato negli anniversari della sua morte come grande statista e uomo politico, dimenticando e omettendo parti rilevanti della sua vita politica". Sul fronte della memoria documentale, Lambertini ha segnalato criticità ancora aperte: "Molto è stato fatto, ma le criticità sono numerose: interi archivi sono scomparsi, come quello del Ministero dei trasporti che è stato il più coinvolto negli attentati degli anni Ottanta: treni, aerei, stazioni ferroviarie. Per questo è stata appena istituita una commissione di indagine amministrativa che dovrà fare chiarezza sul buco enorme nella documentazione dello stesso Ministero proprio per gli anni coevi alle stragi". 
"Le carte non spariscono da sole. E noi vogliamo che venga fatta chiarezza su questa enorme lacuna di una importante amministrazione dello Stato che ha l’obbligo di conservare al meglio i propri archivi". Dal Quirinale è arrivato il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: "Il segno profondo impresso dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna è inciso nella storia repubblicana e nella coscienza degli italiani. Il dolore infinito per tante vittime inermi, donne, uomini, bambini; la commozione per lo strazio e i patimenti dei familiari; lo sgomento per la distruzione portata nel centro della vita civile della città e dell’intera nazione si rinnovano oggi, come in ogni giorno di ricorrenza. È una consapevolezza che riguarda la nostra comunità, i giovani anzitutto. E rilancia l’impegno a salvaguardare il futuro da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di democrazia. I valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere".
Il presente nero
Il presente non è meno ‘nero’ del passato: alla presidenza della commissione antimafia è stata eletta la onorevole Chiara Colosimo, fotografata con un busto di Mussolini in bella vista e amica dell'assassino del giudice Mario Amato e responsabile della strage del 2 agosto stragista Luigi Ciavardini; affinità dimostrata con tanto di foto postata su Facebook.
E la stessa Giorgia Meloni lo aveva invitato nel 2004 a Catania durante un congresso di Azione Giovani. I fatti narrano di una saldatura fra ambienti diversi il cui scopo è riscrivere la storia a favore dei carnefici, consegnando all'oblio le verità che con tanta fatica sono state conquistate. Una saldatura descritta con dovizia nel libro dello storico avvocato Luigi Li Gotti e del giornalista e scrittore Saverio Lodato, “Stragi d’Italia. Il caso Almasri e tutto quello che Giorgia Meloni e il governo non vogliono ammettere” (ed. Fuoriscena). Lodato scrive che "nello stragismo italiano si avverte – e sono gli storici innanzitutto a segnalarla da tempo – una ‘matrice nera’. Un filo nero il cui principio risale alla Repubblica sociale di Salò e che, in maniera carsica, è arrivato sino ai nostri giorni. Matrice non unica, certo. Comprimaria spesso di altre matrici, di diversi orientamenti, alimentati da interessi di Paesi stranieri e di servizi segreti deviati di casa nostra". Senza contare che il nostro Paese "fa la guerra ai magistrati e non ai mafiosi. Solo in alcune autocrazie chi sta in alto pretende di riformare il funzionamento della giustizia, entrando in rotta di collisione proprio con gli operatori del diritto. Quanto più il magistrato indaga, cerca la verità, intende provare eventuali responsabilità dei cosiddetti ‘colletti bianchi’, tanto più risulta indigesto. Il tutto, ricordiamolo ancora una volta, all’insegna di quella regola cui si faceva riferimento all’inizio: lasciare il minor numero di tracce possibili. Anche su tutti questi aspetti l’avvocato Li Gotti, nel libro, esprime il suo duro punto di vista". In nome dell’anticomunismo e della fedeltà atlantica sono stati commessi nel nostro Paese crimini inconfessabili con cui è difficile fare i conti ancora oggi. Ecco perché oggi è necessario parlare non solo dei fascisti ma anche dei loro padroni, la Cia e il potere americano.
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