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Si riaccende la guerra nel Golfo: colpita una nave GNL americana

Trump promette di “colpire duramente l’Iran”. Raid Usa‑Arabia Saudita sulle milizie irachene, droni e missili iraniani su basi e petroliere: la regione scivola verso un conflitto totale

Francesco Ciotti

Gli effetti dell'incontro avvenuto ieri tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump sono già ben visibili al mondo intero e gli eventi delle ultime ore sembra siano stati benedetti dallo spirito infernale del guerrafondaio neocon Lindsey Graham, a cui, nella giornata di ieri, era stata dedicata una cerimonia di addio con la presenza di Volodymyr Zelensky.

Oggi gli Stati Uniti hanno lanciato i loro primi attacchi aerei da quando, la scorsa settimana, avevano improvvisamente sospeso la campagna di bombardamenti contro l'Iran. Il bersaglio, questa volta, sono stati i gruppi armati sostenuti da Teheran in Iraq, colpiti in un'azione congiunta con l'Arabia Saudita.

Washington e Riad hanno sferrato raid contro le Forze di Mobilitazione Popolare irachene, potenti gruppi paramilitari sostenuti dall'Iran e formalmente integrati nelle forze di sicurezza ufficiali di Baghdad. Secondo quanto dichiarato dalle stesse Forze di Mobilitazione Popolare, almeno 20 membri sono stati uccisi e 32 feriti negli attacchi contro diverse basi sparse sul territorio iracheno. La coalizione ha giustificato l'operazione come rappresaglia per una serie di attacchi con droni contro obiettivi petroliferi sauditi, attribuiti proprio ai gruppi filo-iraniani in territorio iracheno.

 Il 27 luglio l'impianto di Abqaiq, il più grande centro di stabilizzazione del greggio al mondo con una capacità di circa 7 milioni di barili al giorno, è stato colpito da un attacco con droni che ha causato incendi e danni a più unità di processo, stando alle immagini satellitari. L'economista Lukas Ekwueme ha sottolineato che "oltre il 50% delle esportazioni di greggio del paese passano attraverso questo impianto prima di raggiungere i mercati globali", definendo la sua chiusura un colpo diretto al collo di bottiglia dell'export saudita. Contestualmente, gli Houthi yemeniti hanno colpito per la quarta volta in 72 ore impianti petroliferi sauditi, incluso un deposito Aramco a Yanbu, spingendo più di sette petroliere a deviare la rotta verso il Canale di Suez, con un aggravio stimato di 34 giorni e oltre 5 milioni di dollari di costi per nave.

Si tratta dunque della prima volta da quando è scoppiata la guerra che Riad dichiara apertamente il proprio coinvolgimento in un attacco congiunto al fianco degli Stati Uniti. Si realizza il sogno di Washington-Tel aviv di coinvolgere nel conflitto i paesi arabi prima riluttanti. Una scelta che rischia di trascinare il regno sunnita in un nuovo fronte di combattimento diretto contro le milizie sciite sostenute dall'Iran, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l'intera regione.

Uno schiaffo in piena regola che ha costretto il governo iracheno, a maggioranza sciita e da sempre in equilibrio precario tra i due alleati ingombranti — Iran e Stati Uniti — con cui mantiene contemporaneamente stretti legami militari e diplomatici, a convocare una riunione d'emergenza per gestire le conseguenze del raid.

Baghdad ha lamentato che l'aggressione statunitense-saudita "ha ostacolato le indagini riguardanti i presunti attacchi contro l'Arabia Saudita".

"Chiediamo prove e riscontri concreti riguardo al lancio di attacchi dall'Iraq, e nessuna parte ha fornito alcuna prova", ha dichiarato all'agenzia di stampa irachena il portavoce del comandante in capo delle forze armate irachene.

I responsabili della sicurezza stanno lavorando a un piano per "prevenire gli attacchi e preservare la sovranità dell'Iraq", ha aggiunto il portavoce.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha affermato che il bombardamento rappresenta una "palese aggressione contro la sovranità nazionale e l'integrità territoriale dell'Iraq" e una "flagrante violazione dell'articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite e delle norme fondamentali del diritto internazionale", avvertendo, per l’appunto, che gli attacchi sono "in linea con le ambizioni degli Stati Uniti e del regime sionista di espandere la portata della guerra e del conflitto nella regione dell'Asia occidentale".

A complicare il quadro si aggiunge un altro episodio apparentemente lontano dai teatri di combattimento tradizionali. Poche ore fa, nel clima apparentemente tranquillo delle normali operazioni marittime nel porto egiziano di Damietta, sul Mediterraneo, esplode il caos.

Un drone di provenienza non ancora accertata ha colpito una nave che trasportava gas naturale liquefatto (GNL) legata agli Stati Uniti e che batteva bandiera delle Isole Marshall. L'attacco ha innescato incendi nel terminal portuale, coinvolgendo anche altre navi cargo ormeggiate nelle vicinanze. Attacco iraniano od ennesimo sabotaggio per aizzare all’escalation?

Il fronte yemenita: gli Houthi e il possibile pedaggio su Bab el-Mandeb

In precedenza era stato il movimento Houthi, allineato con l'Iran, ad annunciare la scorsa settimana il blocco delle esportazioni di petrolio saudita e ad aprire il fuoco contro navi e impianti petroliferi nell'area. Una notizia particolarmente rilevante riguarda un'ulteriore possibile escalation commerciale: secondo quanto riportato da Reuters, gli Houthi yemeniti starebbero valutando l'introduzione di veri e propri diritti di transito per le navi commerciali che attraversano lo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei colli di bottiglia più strategici del commercio marittimo mondiale. Le previsioni indicano che le navi cinesi sarebbero esentate da tali diritti, un dettaglio che rivela la crescente convergenza di interessi tra il movimento yemenita e Pechino.

Questa proposta, secondo le fonti citate da, sarebbe emersa a seguito di discussioni con funzionari iraniani ed è stata avanzata pochi giorni dopo l'annuncio del blocco navale contro l'Arabia Saudita. Se effettivamente attuata, la misura costituirebbe un ulteriore fattore di disturbo per una delle rotte marittime più trafficate al mondo, aumentando ulteriormente la pressione sul commercio globale e sui già fragili mercati energetici.

L'Iran colpisce navi e basi, Trump minaccia una risposta durissima

In ogni caso, poche ore prima dell'attacco congiunto in Iraq, l'esercito statunitense aveva reso noto di aver intercettato un attacco a sorpresa iraniano diretto contro le proprie truppe nella regione. L'esercito giordano ha confermato che la propria difesa aerea aveva abbattuto cinque missili iraniani lanciati verso il territorio del regno hashemita, dove si trovano basi americane diventate ormai obiettivi primari di Teheran: tre dei quattro militari statunitensi uccisi nel corso del mese sono infatti caduti proprio in Giordania. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato il lancio di diversi missili balistici contro le installazioni militari statunitensi in territorio giordano, dichiarando al contempo di aver colpito tre petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz lungo una rotta considerata "non autorizzata" da Teheran.

La reazione di Trump non poteva essere più virulenta, soprattutto dopo essere stata aizzata dalle mefistofeliche compagnie sioniste nella giornata di ieri.

In un'intervista rilasciata a Fox News Trump ha promesso di "colpire duramente l'Iran".

"Abbiamo intenzione di sistemarli per le buone, dannazione", ha dichiarato il tycoon, aggiungendo che "sferreremo loro un colpo devastante: avranno ciò che si meritano". Non è un caso che, proprio in concomitanza con queste dichiarazioni, il prezzo del petrolio Brent sia salito in borsa, superando gli 86,5 dollari al barile, a testimonianza di quanto i mercati energetici restino ipersensibili a ogni segnale proveniente dalla Casa Bianca.

Sul fronte dello Stretto di Hormuz, l'agenzia di stampa Tasnim ha riferito che la Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha dichiarato di aver "preso di mira e fermato" tre petroliere dopo che queste avevano ignorato ripetuti avvertimenti. Non sono stati resi noti né i nomi delle imbarcazioni, né la proprietà, né l'ubicazione esatta, né i dettagli delle presunte violazioni contestate nella via navigabile. Secondo la dichiarazione ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie, gli "interventi e gli ordini illegali" degli Stati Uniti non resteranno "senza risposta da parte delle navi nella regione".

Sul piano interno, ci si prepara al peggio e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha esortato la popolazione a "combattere il nemico e a resistere con fermezza, affinché non ci sottomettiamo all'ingiustizia e all'oppressione", aggiungendo tuttavia, secondo quanto riportato dall'agenzia IRNA, che "allo stesso modo, non possiamo opprimere i nostri cittadini né commettere ingiustizie nei loro confronti".

Arrivano i missili cinesi in Iran

Nel frattempo, Teheran si prepara a ricevere i rinforzi dal suo alleato più stretto.  Un'inchiesta separata di Reuters basata su tre fonti a conoscenza diretta dell'accordo riferisce che l'Iran dovrebbe ricevere entro poche settimane una prima fornitura di sistemi missilistici antiaerei portatili di fabbricazione cinese, per un massimo di 400 unità. L'acquisto, del valore stimato tra 60 e 70 milioni di dollari, rappresenterebbe uno dei maggiori sforzi noti compiuti da Teheran per rafforzare le proprie difese aeree a corto raggio dall'inizio della guerra con Stati Uniti e Israele, un conflitto che ha messo drammaticamente in luce le lacune nella capacità iraniana di proteggere siti militari e infrastrutture strategiche.

Il contratto, secondo le fonti, prevede l'acquisto di un numero di sistemi di difesa aerea portatili (MANPADS) compreso tra 300 e 400 unità, inclusi i missili QW-12 e FN-16 di fabbricazione cinese. L'accordo sarebbe stato firmato con la Zhongqing Baoshang International Investment, una società con sede a Hong Kong che avrebbe agito da intermediaria tra la parte iraniana e il fornitore cinese. Interpellato da Reuters, il Ministero degli Esteri cinese ha respinto categoricamente la ricostruzione: "Le notizie in questione sono completamente infondate. La Cina ha sempre svolto un ruolo attivo nella promozione della pace e nella fine del conflitto". Anche la Zhong Qing Bao Shang Group, società madre con sede a Pechino, non ha fornito alcuna risposta alle richieste di commento inviate via e-mail.

Le fonti consultate da Reuters hanno precisato che, sebbene l'accordo risulti già firmato, i tempi di consegna, le quantità effettive e altri dettagli attuativi potrebbero ancora subire modifiche significative. Secondo il piano concordato tra le parti, le consegne avverrebbero inizialmente per via aerea da Urumqi, nella Cina occidentale, per poi transitare attraverso il Pakistan fino a raggiungere il territorio iraniano, sebbene le fonti non abbiano specificato con certezza se i trasferimenti finali avvengano per via aerea o su strada. Interpellato sul punto, l'ISPR, l'ufficio stampa dell'esercito pakistano, ha respinto seccamente ogni coinvolgimento: "Le speculazioni sul coinvolgimento del Pakistan nella fornitura di armi di difesa aerea all'Iran dalla Cina sono assolutamente inventate e false". Anche un portavoce del Ministero degli Esteri pakistano non ha risposto alle richieste di chiarimento.

Gli esperti militari interpellati sottolineano l'importanza strategica di questi sistemi portatili: a differenza delle batterie fisse di difesa aerea, i MANPADS possono essere dislocati rapidamente, gestiti da piccole squadre e spostati con frequenza, risultando così meno vulnerabili agli attacchi di precisione. I sistemi QW-12 e FN-16, lanciabili a spalla e guidati a infrarossi, sono progettati per ingaggiare aerei, elicotteri e droni a bassa quota, e la loro mobilità consentirebbe un rapido dispiegamento attorno a installazioni militari, infrastrutture energetiche e altri siti considerati sensibili. Gli analisti della difesa considerano il QW-12 meno performante rispetto alle varianti più recenti della stessa famiglia, come il QW-18 e il QW-19, ma ritengono comunque che questi sistemi possano fornire un efficace livello di protezione a corto raggio contro droni e bersagli a bassa quota.

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Immagine di copertina realizzata con supporto IA