Si riaccende la guerra in Iran: attacco statunitense all'isola di Larak
Intanto i generali americani di alto rango avvertono che il conflitto con l'Iran sta portando le forze statunitensi al limite
La campagna militare Usa contro l'Iran è stata vinta, almeno grazie ai video generati dall'IA! È stato il presidente Donald Trump ad annunciare sulla sua piattaforma Truth Social che l'isola di Kharg starebbe venendo "fatta a pezzi". Una promessa accompagnata da un video generato con l'intelligenza artificiale che mostra un serbatoio di stoccaggio del petrolio e una petroliera esplodere sotto i colpi di un presunto raid aereo, accompagnato dalla didascalia: "L'isola di Kharg verrà fatta saltare in aria!!! Presidente DJT". Prima dello scoppio della guerra, va ricordato, Kharg gestiva la quota più consistente delle esportazioni petrolifere iraniane, rendendola un nodo economico di importanza vitale per Teheran. Il tycoon aveva già minacciato più volte, fin dai primi giorni del conflitto, di occupare o distruggere l'isola.
Nel mondo reale, l'America è letteralmente in panne e nella disperazione più totale in questa campagna volta a rovesciare Teheran e riconfermare il dominio del petrodollaro nella regione.
Nella notte tra domenica e lunedì, sei mesi esatti dopo l'inizio delle ostilità, il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha conosciuto la sua escalation più grave delle ultime settimane. Le forze armate statunitensi hanno colpito due rampe di lancio sull'isola iraniana di Larak, un lembo di terra strategicamente collocato all'imboccatura dello Stretto di Hormuz, in quelli che sono stati i primi attacchi americani confermati sul territorio iraniano dalla fine di luglio, secondo quanto riportato da Reuters. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, (IRGC), ha reagito immediatamente parlando di soldati e civili uccisi e feriti, mentre il portavoce Sardar Mohebi ha accusato Washington di aver commesso "una vera e propria svolta strategica e fatale", per la quale gli Stati Uniti "pagheranno le conseguenze sia sul piano economico sia su quello militare".
Il raid Usa affonderebbe le radici in informazioni di intelligence diffuse domenica scorsa, secondo cui le Guardie Rivoluzionarie starebbero pianificando di posare nuove mine nello Stretto, un'ipotesi che si scontra frontalmente con la linea di "tolleranza zero" più volte rivendicata dall'amministrazione Trump, la quale si era anche vantata di aver sostanzialmente normalizzato il traffico marittimo nell'area.
Il ruolo strategico di Larak nella sorveglianza dello stretto
Secondo Sina Azodi, direttore del programma di studi sul Medio Oriente presso la George Washington University, gli Stati Uniti hanno scelto di colpire Larak perché è lì che "l'Iran ha disperso le sue risorse per controllare lo Stretto di Hormuz". L'obiettivo di Washington, ha spiegato, non sarebbe soltanto quello di colpire le imbarcazioni in transito, ma soprattutto di indebolire la capacità iraniana di monitorare e sorvegliare il traffico marittimo lungo la via navigabile. Azodi ha collocato l'attacco in una traiettoria che risale almeno a luglio, quando l'intera costa meridionale iraniana era già stata inserita nella lista degli obiettivi statunitensi, e ha giudicato plausibile l'accusa secondo cui l'Iran si stesse preparando a posare nuove mine, aggiungendo di non sorprendersi se Teheran cercasse di "affermare il loro potere e il loro controllo sullo stretto". Interrogato sull'eventualità che l'Iran stesse semplicemente aspettando un pretesto per colpire la Giordania, l'analista ha risposto in modo netto: i piani di guerra di Teheran, ha detto, "erano stati elaborati in anticipo".
La rappresaglia di Teheran: missili su due basi in Giordania e droni negli Emirati
La replica iraniana non si è fatta attendere. In una dichiarazione ufficiale, l'IRGC ha annunciato di aver lanciato, "in risposta all'aggressione americano-sionista", un attacco congiunto di missili e droni condotto dalla Forza Aerospaziale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. L'operazione, il cui nome in codice è "Ya Muhammad ibn Abdullah", ha preso di mira e distrutto infrastrutture di manutenzione e basi aeree statunitensi in Giordania, colpendo nello specifico la base aerea King Hussein e la base aerea Muwaffaq Al-Salti, con l'impiego di missili balistici che avrebbero inflitto, secondo Teheran, "danni significativi". Il comunicato si chiude con un avvertimento tanto diretto quanto minaccioso: "Quest'ultima aggressione e crimine non risolverà la disperazione del nemico di indebolire il controllo della Repubblica Islamica sullo Stretto di Hormuz e ogni attacco riceverà una risposta ancora più forte".
Parallelamente, l'esercito iraniano ha rivendicato un secondo attacco, questa volta contro la base statunitense di Al Minhad negli Emirati Arabi Uniti, colpita da decine di droni lanciati, secondo le agenzie di stampa iraniane, "dalle prime ore del mattino". Il dipartimento di pubbliche relazioni dell'esercito ha precisato che l'azione avrebbe preso di mira le postazioni in cui erano di stanza forze ed elicotteri statunitensi, presentandola come una rappresaglia diretta per i membri dell'IRGC e i civili uccisi nel raid su Larak. Il governo di Abu Dhabi ha reagito con durezza, definendo l'attacco con droni "una pericolosa escalation" e una violazione flagrante della propria sovranità nazionale. Il ministero degli Esteri emiratino ha reso noto lunedì che la difesa aerea militare è riuscita a intercettare il drone iraniano sopra le proprie acque territoriali, riservandosi comunque esplicitamente il diritto di rispondere.
Sul fronte diplomatico, il viceministro degli Esteri iraniano per gli affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, ha rincarato la dose sostenendo, secondo l'agenzia Fars, che "gli stranieri devono essere isolati" dalla regione dopo il bombardamento di Larak, e che gli Stati Uniti devono "imparare una lezione importante" per evitare di "ripetere le loro aggressioni". Toni ancora più bellicosi sono arrivati dal capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, che ha promesso una "risposta devastante", intimando ai militari statunitensi di "semplicemente fuggire" e ammonendo che qualunque nuova provocazione da parte americana avrebbe soltanto aumentato "il costo delle umilianti sconfitte" di Washington. Con parole scelte per restare impresse, Azizi ha concluso: "Mettete alla prova la nostra volontà ancora una volta, e pagherete un prezzo più alto. La risposta è in arrivo; semplicemente fuggite!".
Lo stretto chiuso, le mine e la superpetroliera in fiamme
Al netto delle dichiarazioni ufficiali, è sul piano marittimo che si misura oggi la parte più concreta e pericolosa della crisi. Le stesse Guardie Rivoluzionarie hanno reso noto che una superpetroliera, mentre tentava di attraversare lo Stretto di Hormuz lungo la rotta meridionale, ha preso fuoco ed è stata completamente immobilizzata dopo essere stata colpita da due mine marine. "La Marina delle Guardie Rivoluzionarie avverte ancora una volta che la sorte delle navi che violano le norme di sicurezza dello Stretto di Hormuz non sarà diversa", si legge nel comunicato dell'IRGC, che ribadisce come sia "obbligatorio rispettare le norme emanate dalla Marina delle Guardie Rivoluzionarie per il passaggio e la navigazione". Il testo prosegue con un avvertimento diretto alle compagnie di navigazione internazionali: "Non dovrebbero lasciarsi ingannare dalle provocazioni dell'esercito americano, responsabile dell'uccisione di bambini, e non dovrebbero esporre inutilmente alla distruzione i beni e le vite degli equipaggi delle loro navi".
Sebbene l'Iran abbia di fatto chiuso gran parte dello Stretto di Hormuz al traffico ordinario, alcune imbarcazioni hanno continuato a transitare nelle acque più prossime alla costa dell'Oman, talvolta con l'assistenza diretta delle forze statunitensi. Teheran ha reiterato più volte i propri moniti contro l'utilizzo di quelle che definisce rotte "non autorizzate" o "illegali", lasciando intendere che ulteriori incidenti sono tutt'altro che improbabili nelle prossime settimane.
Altro che "Hormuz è nostro", come sostenuto ossessivamente dal leader americano ormai costretto a generare filmati con l'intelligence artificiale per esaltare la grande deterrenza americana.
L'impatto immediato sui mercati petroliferi
I nuovi lanci missilistici hanno ovviamente avuto una forte ripercussione sui mercati energetici in modo rapido e marcato. Lunedì i prezzi del greggio sono balzati di oltre il 3,5 per cento dopo la notizia dell'attacco statunitense a Larak e della successiva rappresaglia rivendicata da Teheran, in un conflitto che secondo Reuters è ormai giunto al suo sesto mese.
Alle 9:03 GMT i future sul petrolio Brent segnavano un rialzo di 3,15 dollari, pari appunto al 3,58 per cento, portandosi a 91,25 dollari al barile, mentre il greggio statunitense West Texas Intermediate guadagnava 2,96 dollari, ovvero il 3,55 per cento, salendo a 86,36 dollari. Si tratta di movimenti che testimoniano quanto i mercati globali continuino a considerare lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita storicamente una quota rilevantissima del petrolio mondiale, come il vero termometro geopolitico del conflitto.
A pesare sulle prospettive future non sono soltanto i timori di nuovi blocchi alla navigazione, ma anche i dati sulle scorte strategiche statunitensi, che secondo le stime attuali basterebbero appena per quarantuno giorni di consumo, il livello più basso registrato negli ultimi cinquant'anni. Una cifra che spinge inevitabilmente a interrogarsi su quale delle due parti, tra Washington e Teheran, sia più vicina al punto di rottura sul piano della resistenza economica e logistica.
Le sanzioni settimanali e "l'Operazione Esclusione Economica"
Ma è sul fronte economico che Washington ora spera davvero di vincere. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato domenica che il prossimo passo nell'inasprimento delle sanzioni secondarie contro l'Iran potrebbe consistere nell'esclusione totale di un'istituzione finanziaria dal sistema basato sul dollaro, qualora venga dimostrato che questa gestisce fondi riconducibili a Teheran. La dichiarazione arriva pochi giorni dopo che Washington ha imposto, lo scorso venerdì, sanzioni alle filiali emiratine della banca egiziana Banque Misr, accusata di intrattenere legami finanziari con l'Iran. Parlando a margine di un incontro del g20 tra i ministri finanziari nella cittadina di Asheville, in North Carolina, Bessent ha promesso che nuove sanzioni secondarie verranno annunciate su base settimanale, avvertendo apertamente: "Cominceremo dalle banche, e diremo loro che non è accettabile detenere denaro iraniano e aiutare il regime".
L'offensiva finanziaria, ribattezzata dal Tesoro americano "Operazione Esclusione Economica" e lanciato la settimana scorsa, punta esplicitamente a "recidere ogni ancora di salvezza economica che sostiene questo regime tirannico, finché Teheran non rimarrà sola", come dichiarato dallo stesso Bessent in una precedente conferenza stampa. Il Dipartimento del Tesoro ha già colpito cinque settori identificati come le "arterie vitali" dell'economia iraniana, ovvero gli asset digitali, la tecnologia, l'oro, l'aviazione e i trasporti marittimi, imponendo sanzioni a quasi sessanta tra entità, individui e navi. Con un linguaggio dal sapore pugilistico, il segretario al Tesoro ha rivendicato: "Un uno-due: abbiamo il blocco e avremo le sanzioni più severe della storia". Bessent ha inoltre chiarito che non esisterà più alcun margine di manovra per chi opera in zone d'ombra, sostenendo che "non è più accettabile operare nelle zone grigie" del conflitto e che "non ci siano ambiguità sulla posizione degli Stati Uniti". Qualunque forma di "impegno economico" con l'Iran, ha avvertito, "esporrà i responsabili alla piena portata del potere americano", con un monito che suona come un ultimatum rivolto tanto ai governi quanto alle imprese private: "O siete con noi o siete con gli iraniani".
Le forze armate statunitensi al limite della sopportazione
Se sul fronte iraniano i segnali di logoramento riguardano soprattutto l'economia domestica, dal lato americano a destare allarme è lo stato delle proprie forze armate. A sei mesi esatti dall'inizio del conflitto, i vertici militari statunitensi hanno lanciato un avvertimento severo: le forze armate sono ormai al limite della sopportazione operativa. Secondo una valutazione riservata datata 14 agosto e ottenuta dal Washington Post, i capi di Stato Maggiore dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica, insieme ai comandanti a quattro stelle responsabili delle aree di Europa, Asia e America Latina, avrebbero inviato un messaggio inequivocabile al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, avvertendo che mantenere l'attuale ritmo operativo in Medio Oriente sta diventando "insostenibile".
I comandi europeo, del Pacifico e meridionale delle forze armate statunitensi avrebbero formalmente espresso il proprio dissenso rispetto agli ordini di continuare a fornire navi, aerei e personale alla campagna contro l'Iran, citando l'esaurimento delle truppe e la progressiva usura delle attrezzature militari. Il quadro più cupo, secondo la stessa fonte, sarebbe stato tracciato dall'ammiraglio Daryl Caudle, Capo delle Operazioni Navali, che avrebbe avvertito Hegseth come la Marina non possa sostenere l'attuale livello di impegno senza una data di fine chiara, soprattutto in una fase in cui meno di un cacciatorpediniere su quattro risulta effettivamente pronto al dispiegamento.
Il documento riservato rivela inoltre che alcune unità dispiegate in Medio Oriente, tra cui elementi chiave dell'82ª Divisione Aviotrasportata, considerata la punta di diamante di qualsiasi eventuale operazione di terra, insieme a reparti dell'Aeronautica e della difesa aerea, sono ora vincolate a restare sul teatro operativo almeno fino a settembre, mentre altre unità potrebbero rimanervi addirittura fino al 2027. La pressione sul personale, tuttavia, racconta solo metà della storia: la guerra sta lentamente ma inesorabilmente esaurendo l'arsenale americano.
Un’analisi del CSIS ha evidenziato che gli intercettori Patriot statunitensi sono scesi da 2.330 unità prima della guerra a una forbice compresa tra 759 e 827 dopo i combattimenti di luglio, un calo di almeno il 65%. I sistemi THAAD sono passati da 452 a una stima tra 234 e 278, con una riduzione di almeno il 38%, e alcune fonti parlano addirittura di circa l'80% dell'inventario THAAD consumato. Circa metà dei missili Tomahawk è stata impiegata.
A fronte di questo consumo, i ritmi di produzione restano di appena quindici Tomahawk e venti Patriot al mese, con nessuna consegna di THAAD prevista nel 2026. Gli analisti stimano che il ripristino dei livelli prebellici richieda dai tre ai cinque anni, e funzionari della difesa ammettono che le riserve residue arrivano soltanto al 20% di quanto il Pentagono vorrebbe avere disponibile.
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