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Scarpinato: Lodato e Jamil colpiti perché ''reclamano la verità sulle stragi'' del '92-'93

L’ex procuratore generale di Palermo: chiunque disturbi il manovratore deve essere ridotto al silenzio

AMDuemila

Roberto Scarpinato, senatore del Movimento 5 Stelle ed ex procuratore generale di Palermo, ha rilasciato una dura intervista al Fatto Quotidiano sulle vicende di Saverio Lodato - giornalista e scrittore - e Jamil El Sadi, l’attivista di Our Voice e cronista di questo giornale, entrambi querelati per diffamazione dalla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo.
Secondo Scarpinato, il caso rappresenta solo “la punta dell’iceberg di una questione esplosa da quando si è insediato il governo Meloni”. Le stragi – sostiene – oggi più che mai sono tra noi, con il loro carico di segreti indicibili che turbano i sonni di tanti”; e chi pretende verità viene accerchiato "come quelli di Report, o sono stati querelati da Colosimo come Saverio Lodato. I giovani come Jamil, animatori dell’antimafia sociale che reclamano la verità sulle stragi, sono stati prima manganellati e ora pure denunciati”.
A distanza di 34 anni, ha dichiarato che “la questione dei mandanti eccellenti delle stragi, della partecipazione di soggetti esterni, dei depistaggi finalizzati a coprire gli uni e gli altri, resta l’elefante nella stanza che il Palazzo vorrebbe rimuovere dalla coscienza collettiva”. Scarpinato ha spiegato che da quando si è insediata Meloni al governo e Colosimo, sua fedelissima, alla Commissione Antimafia, chiunque tenti di rimettere al centro la questione delle stragi viene “cecchinato”.
Ne ho fatto personale esperienza da quando, il 5 settembre 2023, ho depositato una memoria nella quale ho elencato tutti i buchi neri delle stragi, indicando testi da audire e documenti anche inediti. Nessuno dei nomi da me indicato è stato mai chiamato. A fronte delle nostre insistenze hanno approvato in Commissione un disegno di legge per estrometterci dall’Antimafia ed è cominciata una campagna di fango mediatico”.


lodato roma pbassani

Saverio Lodato


Ha poi sottolineato che la questione delle sue telefonate con l’ex pm Gioacchino Natoli è strumentale: “Tanto è vero che Mario Mori l’ha sollevata prima dell’inizio dei lavori della Commissione recandosi da Colosimo, come dimostra un video su Youtube. È evidente il disegno di questa maggioranza di approfittare degli attuali rapporti di forza per sequestrare i lavori dell’Antimafia e impedire qualsiasi indagine su piste vissute come fumo negli occhi, perché ricollegano la campagna stragista 1992-1993 alla nascita e all’arrivo al potere delle attuali forze di governo. E infatti anche i magistrati che hanno continuato a coltivare queste piste sono stati ostracizzati”.
In merito agli effetti di questa linea, Scarpinato ha citato il caso di Luca Tescaroli, ex procuratore aggiunto di Firenze e oggi procuratore della repubblica di Prato.
Tescaroli, lasciando il suo incarico, ha scritto nel suo ultimo libro ‘Il biennio di sangue’: “Il nostro ufficio è stato oggetto di attacchi istituzionali e mediatici a ogni livello, senza precedenti, derivanti dai doverosi approfondimenti, il che ha reso più difficoltoso il cammino compiuto sulla ricerca della verità”.
Secondo Scarpinato si tratta di una strategia precisa per arrivare a “chiudere una saracinesca sul passato, mettendo il timbro della verità di Stato alla narrazione secondo cui le stragi furono opera solo di ‘brutti, sporchi e cattivi’ come Riina. Quelle bombe, secondo la loro narrazione, furono motivate solo da interessi economici legati agli appalti, con il coinvolgimento di alcune cariatidi dei partiti della Prima Repubblica, senza alcun legame con l’attuale stagione politica. Chiunque, come Jamil, disturbi il manovratore deve essere intimidito e ridotto al silenzio”.

elsadi jamil pbassani

Jamil El Sadi

I legami con FdI e il caso Delmastro

Proseguendo, Scarpinato ha dichiarato che i contatti tra alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e colletti bianchi del clan Senese rappresentano “un altro elefante nella stanza dal quale Meloni non può scappare”.
Ha aggiunto che l’audizione di Delmastro (ex sottosegretario con delega al Dap) in Commissione è stata un tentativo di derubricare la questione, inserendosi in un più ampio “album di famiglia di FdI”.
Ieri l’ex magistrato aveva indicato all’ex sottosegretario essere stato un frequentatore del locale la ‘Bistecchiera d’Italia’ e tutti i danni che da questo comportamento ne sono derivati: i mafiosi “sanno che quello è un locale dei Senese e possono tranquillamente immaginare che chi va in quel locale; soprattutto se è un sottosegretario della giustizia, non può non sapere che quel locale è gestito da un noto riciclatore dei Senese”: quindi “agli occhi dei mafiosi che interpretano tutto come simbolo, come segnale, significa che noi abbiamo nelle mani un pezzo di Stato”.
Scarpinato ha ripreso anche il tema dei collaboratori di giustizia nel processo Hydra, sull’alleanza delle mafie al nord rimarcando il fatto che Bernardo Pace, che volava fare nomi di altissimo livello ai magistrati, è stato ritrovato morto ‘suicida’ in carcere.
Il mondo dei Senese “ha acquisito la notizia che uno di loro era socio del sottosegretario alla giustizia e ha visto in quel locale tutto lo staff del Dap”; dopodiché uno dei colletti bianchi, Pace appunto, “ha iniziato a collaborare a febbraio, malato terminale di cancro, ha fatto i nomi dei politici, ha detto che era terrorizzato dall'idea di essere assassinato in carcere, rifiutava il vitto del carcere per timore di essere avvelenato. La procura di Milano ha segnalato la gravità della situazione. Non è stata disposta nessuna misura particolare di protezione, è stato trovato morto in cella con un cavo intorno al collo”.


colosimo bassani

Chiara Colosimo


“Ora, tenuto conto che il Dap è il vertice della struttura organizzativa che si occupa della gestione della sicurezza all'interno del carcere, dal punto di vista degli imputati e dei collaboratori del Dap
”, con il comportamento di Delmastro è stato fatto un danno “alla credibilità delle istituzioni”. Non si è voluto attribuire nessuna responsabilità a Delmastro ma in questo modo si può essere “generata la prospettiva” nei mafiosi che “il Dap è Cosa nostra” e quindi per collaboratori di giustizia è meglio “stare zitti”.
Delmastro ha riposto con circostanza: “Io non penso che nessuno in Italia possa dire il Dap è Cosa nostra. Cosa ne so, se un magistrato incautamente vende o acquista un bene immobile da un mafioso, credo che nessun mafioso sia legittimato a dire: La magistratura è Cosa nostra”. Una risposta stringata, speriamo che in sede di seduta segreta abbia detto qualcosa in più.

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