Report: Stragi di Stato, dalla banda della Uno Bianca a Falcone e Borsellino
“Le Piste Nere”: l'inchiesta di Paolo Mondani andata in onda su Rai 3
Viviamo in un Paese segnato da stragi, collusioni, omicidi eccellenti, processi interminabili e paradossi. È la storia di una guerra civile a bassa intensità che inizia con la strage di Portella della Ginestra e arriva fino a quelle del 1992-1994. Da una parte la giovane Repubblica, dall’altra mafie, neofascismo eversivo, massoneria deviata e potentati del Pentagono. Ieri Report, il programma di Sigfrido Ranucci su Rai 3, ha portato alla luce altre due importanti novità. Nel servizio “Piste Nere”, firmato dal giornalista Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persio, viene ripercorsa questa lunga scia di sangue: dalla Banda della Uno Bianca fino alle stragi degli anni ’90. Uno dei fili conduttori rimane Palermo. Ancora oggi il Comune spende circa sei milioni di euro all’anno che finiscono nelle tasche degli eredi di Francesco Vassallo, uno dei principali artefici del “sacco di Palermo” e legato a Vito Ciancimino, tra i protagonisti della trattativa Stato-mafia.Una storia assurda, come abbiamo detto, che fa da contorno alle tragedie che hanno attraversato la penisola. 
La Uno Bianca: storia di una 'strage' dilatata. Al vertice c'era Arnaldo La Barbera?
La banda della Uno Bianca agì dal 19 giugno 1987 al 21 novembre 1994. In sette anni commise 103 azioni criminali, uccise 24 persone e ne ferì 103. Tra le vittime figurano cittadini comuni, extracomunitari, rom, pensionati e appartenenti alle forze dell’Ordine. Sei dei componenti erano poliziotti in servizio. Il gruppo ruotava attorno ai tre fratelli Savi: Roberto Savi, assistente capo alla Questura di Bologna e leader riconosciuto della banda; Alberto Savi, agente scelto della Questura di Rimini; Fabio Savi. Con loro operavano gli agenti scelti Luca Vallicelli e Pietro Gugliotta e il vice sovrintendente Marino Chipinti. A più di trent’anni di distanza, la Procura di Bologna ha riaperto le indagini su esposto dei familiari delle vittime.
Questi ultimi non hanno mai accettato la versione processuale di una semplice banda di rapinatori assassini. Ritengono invece che la Uno Bianca fosse inserita in un progetto eversivo più ampio, con coperture istituzionali. Alessandro Gamberini, avvocato dei parenti delle vittime, ha spiegato a Report che "improvvisamente il numero di omicidi, di rapine, di fatti di sangue aveva assunto un tono esponenziale, cioè come dire Bologna si era trasformata in una sorta di Bronx". La violenza era sproporzionata rispetto ai proventi. Fino al 1991 "gli incassi che hanno avuto non erano molti di più di quelli che ciascun poliziotto poteva farsi con gli straordinari". Nella rapina alla Coop di Rimini del 1988, una delle prime, i banditi entrarono di sabato pomeriggio, uccisero la guardia giurata, ferirono una bambina e non portarono via nulla. Maria Angelini, allora moglie di Savi, raccontò che al ritorno a casa "erano entusiasti, erano eccitatissimi". Fabio Savi, nel 2001 a Storie Maledette, dichiarò: "Io volevo pagare i debiti, avevo bisogno dei soldi".
Ma le armi e le tattiche operative raccontano altro. La banda utilizzava fucili di precisione, SIG Maurin e calibro 38 secondo moduli “sniper, mammut, pirate”: Roberto Savi nel ruolo di cecchino con l’AR-70, Fabio Savi con l’arma pesante, Alberto Savi con il colpo di grazia. Tattiche "che nascono nelle accademie militari anglofone e che certamente non si insegna in nessun corso ordinario delle forze di polizia", ha raccontato un investigatore dal viso oscurato. "I Savi si sono comportati come terroristi", ha commentato.
La formazione dei Savi affonda nella destra eversiva
Roberto Savi aveva militato nel Fronte della Gioventù e aveva conosciuto Ernesto Crocesi, transitato in Ordine Nuovo. Nel 2022 lo stesso Roberto Savi ha confessato di aver piazzato ordigni negli anni ’70 per conto dell’estrema destra. Due casi esemplificano i sospetti di complicità. Nell’aprile 1988 l’omicidio di due carabinieri a Castelmaggiore: i militari, fermi a un passaggio a livello, ricevono un ordine via radio, invertono la marcia e vengono massacrati. "Non è mai venuto fuori né l’ordine di servizio né è venuto fuori mai chi disse loro via radio di cambiare itinerario" ha detto il legale.
Nella strage del Pilastro, poco prima delle 22, tre giovani carabinieri — Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini — vengono uccisi a colpi di mitra. Dovevano presidiare una scuola con extracomunitari nel quartiere bolognese, ma si spostano su un ordine di servizio poi scomparso. Gamberini afferma: "Che ci fossero altri complici è indicativo in molti casi". E aggiunge: "Su questo non avrei dubbi, che ci fossero dei fili conduttori eversivi che davano alcune indicazioni e soprattutto davano coperture".
Dopo l’arresto del 1994, Roberto e Alberto Savi assumono tutta la responsabilità. "Siamo stati noi i responsabili di tutto quello che è accaduto e basta". Per l’agente anonimo ripreso da Report questa versione serviva a chiudere ogni approfondimento: "Non andate oltre, non cercate altre persone, è una garanzia per eventuali complici".
Nel febbraio-marzo 1996 il Ros dei Carabinieri sfiora una collaborazione di Alberto Savi. Il generale dell’Arma in quiescenza Michele Riccio ricostruisce: "Verso la fine di febbraio, l’inizio del marzo del ’96 ricevo una telefonata da parte di un legale genovese, il quale nel dettaglio mi rappresenta che uno dei suoi assistiti, un ex sottoufficiale dei Carabinieri detenuto a Peschiera, era entrato in contatto da mesi con Alberto Savi e ne aveva acquistato la fiducia e stava maturando l’intenzione di collaborare con la giustizia. Avrebbe parlato di ulteriori omicidi commessi e mai venuti fuori, avrebbe parlato di depositi di armi, di traffici che loro avevano intrapreso con l’est europeo, anche di ordigni esplosivi, e ovviamente avrebbe parlato di connivenze con ambienti della Questura e dei servizi segreti".
Riccio consegnò una relazione di servizio al colonnello Mori. Poco dopo il maggiore Ubino incontrò Alberto Savi: "Era contentissimo, lo trovai piuttosto euforico, e lui improvvisamente mi confida di essere stato a Peschiera e di aver incontrato Alberto Savi al carcere di Peschiera. E con enfasi mi dice: guarda, mi parlerà di funzionari collusi con loro, e specialmente mi fa il nome di Arnaldo La Barbera. Al che io rimasi un po’ basito dal fatto, perché sapevo che La Barbera era molto amico di Mario Mori". Nel 1997 l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni testimonia al processo di Bologna. Esclude la casualità dell’arresto della banda, avvenuto pochi mesi dopo la sostituzione dei vertici del Sisde (Gaetano Marino al posto di Domenico Salazar) e della Polizia di Stato (Fernando Mazzone al posto di Vincenzo Parisi). Oggi Alberto Savi è in semilibertà. Pietro Gugliotta si è suicidato lo scorso gennaio. La nuova inchiesta dovrà chiarire se la Uno Bianca sia stata solo una banda di criminali o uno strumento di una strategia della tensione parallela a quella delle stragi di mafia, protetta da coperture che ne hanno permesso l’azione per sette anni.
La pista La Barbera non venne approfondita?
Nel 1996 Arnaldo La Barbera era questore di Palermo. In precedenza aveva collaborato con il Sisde, il servizio segreto civile, con il nome in codice Rutilius. La Barbera ricordiamo è stato colui che indusse il falso pentito Vincenzo Scarantino a depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio. Secondo la sentenza del processo Borsellino Quater fu anche coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa del magistrato Paolo Borsellino. A fine 2023 la Procura di Caltanissetta indagò la moglie e la figlia di La Barbera per il presunto tentativo di disfarsi dell’agenda, senza che l’ipotesi abbia finora trovato conferma definitiva.
Michele Riccio ricorda i fatti di quell’anno: "I primi di luglio del ’96 ricevo una telefonata da Mori che mi dice: guarda, ci dobbiamo recare l’indomani a Bologna per essere sentiti sulla vicenda Savi. Arrivo a Bologna, Mori viene sentito velocemente e subito dopo vengo introdotto io. Quello che mi colpisce è che l’ispettore che seguiva al computer la mia verbalizzazione ogni 5 minuti si alzava e usciva fuori dalla stanza. Mi dette la chiara impressione che… andasse a riferire quello che avveniva nella stanza e ricevere molto raramente domande o direttive". 
All’esterno della stanza si trovava il dottor Mazza, all’epoca capo della Mobile di Bologna. Alberto Savi, nelle comunicazioni con il suo avvocato, aveva espressamente raccomandato di non coinvolgere la Questura di Bologna "perché esistevano delle connivenze".
Secondo quanto emerso, Alberto Savi era disposto a mettere a verbale che il burattinaio della banda della Uno Bianca fosse proprio Arnaldo La Barbera. Quella pista non ebbe seguito giudiziario.
Non vennero approfondite neppure altre dichiarazioni di Pietro Gugliotta. Il componente della banda riferì che Roberto Savi gli aveva parlato di contatti con un reparto dei servizi segreti per gestire esplosivi. Gugliotta aveva inoltre raccontato l’esistenza di un reparto occulto dei servizi che si avvaleva di legionari e mercenari. Dichiarazioni che assumono maggior peso alla luce di un documento desecretato del Sismi, Divisione 7 — la stessa di Gladio —, nel quale si parla proprio dell’utilizzo di mercenari e legionari per missioni particolari. Riccio, interrogato sul perché il Ros non abbia indagato sui rapporti tra Savi e La Barbera, risponde: "Secondo me c’erano direttive a cui dovevano attenersi che quella vicenda non doveva emergere". E a chi fossero dirette quelle direttive indica "il generale Subranni. Subranni anche quando è andato alla divisione ha sempre svolto un’operazione con Mori, erano legatissimi. Subranni era espressione di un altro potere, sia di una parte del comando generale e anche di un’espressione politica. Era molto amico, per esempio, del vecchio ministro Mannino. Mannino, Cossiga, Berlusconi".
Mario Mori e la Rosa Dei Venti
Il Ros guidato dal generale Subranni e dal colonnello Mario Mori non avrebbe approfondito nel 1996 la pista che indicava Arnaldo La Barbera come possibile burattinaio della Uno Bianca. Mori, in quel periodo, aveva già alle spalle una storia complessa. Nel 1993 era finito sotto inchiesta per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. In seguito, insieme al maggiore Mauro Obinu, fu processato per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, sulla base delle dichiarazioni del colonnello Riccio. Questi aveva ricevuto, tramite il confidente Luigi Ilardo, la segnalazione di un summit di Provenzano a Mezzojuso nell’ottobre 1995, ma il blitz non scattò. Subranni e Mori finirono entrambi sotto processo anche nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. In tutti questi procedimenti sono stati assolti. Tuttavia, da maggio 2024 la Procura di Firenze indagò Mario Mori per strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo: secondo l’accusa non avrebbe impedito le stragi del 1993 pur avendone avuto anticipata notizia. Nino Di Matteo, nel 2021, ricostruiva così il passato di Mori: il giovane capitano venne “coinvolto nelle investigazioni della procura di Padova, nell’indagine cosiddetta Rosa dei Venti, a proposito di un’ipotesi di suoi contatti con esponenti di spicco di Ordine Nuovo in Veneto. Fatto sta che improvvisamente nel 1975 Mori venne allontanato repentinamente dal SID". A ordinare il trasferimento fu il vicecapo del Sid, generale Gianadelio Maletti, ex piduista condannato per i depistaggi su Piazza Fontana. Maletti, poco prima di morire nel 2021, spiegò via mail che il capitano Mori era sospettato di contatti con l’estrema destra eversiva. Tre anni dopo, l’11 marzo 1978, mentre Aldo Moro veniva rapito, Mori venne nuovamente destinato a Roma, ma il Sismi si oppose. Durante il processo Trattativa, il colonnello Massimo Giraudo depositò i verbali del maggiore Mauro Venturi, collega di Mori al Sid negli anni Settanta. Emerse un’attività di proselitismo di Mori per affiliazioni condivise in una lista riservata della P2 di Licio Gelli.
Paolo Bellini e il Sismi
Una storia rimasta coperta per 34 anni ruota intorno a un ex agente del Sismi e a un traffico di materiale nucleare. Nel tardo agosto del 1992, a Rimini, viene arrestato Luigi Baratiri con una valigetta contenente un contenitore di piombo con 10 grammi di uranio 238. Baratiri, ex collaboratore del Sismi, racconta di essere stato reclutato come agente provocatore. Luigi Baratiri ha dichiarato durante la trasmissione di collaborare “con il Sismi, ero civile, non ero militare, sia chiaro. Quando mi arrestarono, c’avevo una valigetta e un campionario di armi di tutti i tipi, ma me li diede loro, non è che ce l’avevo io". Il suo referente nel Sismi era un maresciallo che si presentava come Paolo Oronzi. Baratiri poi collega questo nome con quello di "Paolo Bellini". Il rapporto con lui durò dal 1989 al 1992. Il superiore di Oronzi/Bellini era il colonnello Acquafredda, capocentro Sismi di Bari. Un documento del Reparto Eversione del Ros dei Carabinieri, datato 3 settembre 1992, conclude che l’alias “maresciallo Paolo Oronzi” corrisponde a Paolo Bellini. Lo stesso Bellini condannato in via definitiva per la strage di Bologna del 2 agosto 1980? La Procura di Firenze, nell’inchiesta sul generale Mario Mori, ha acquisito questo documento nel 2024. Paolo Bellini era già noto come ladro d’arte, killer di Avanguardia Nazionale e killer per una cosca di ’Ndrangheta. Dieci anni prima della vicenda di Rimini erano emersi suoi rapporti con i servizi segreti. Secondo Baratiri, Bellini aveva un ruolo di riferimento per il Sismi. Le coincidenze si accumulano. Carlo Maria Maggi, leader di Ordine Nuovo, parlando della strage di Bologna aveva fatto riferimento a un “aviere”. Bellini era aviere. Negli stessi anni Mori era stato allontanato dal Sid nel 1975 proprio per sospetti di contatti con Ordine Nuovo emersi nell’inchiesta padovana sulla Rosa dei Venti. Nel 1991 Mori avrebbe poi utilizzato Bellini come infiltrato in Cosa Nostra per recuperare opere d’arte, operazione finita senza risultati concreti.
Bellini, l'infiltrato che trattava con la mafia mentre si preparavano le stragi
Paolo Bellini, militante di Ordine Nuovo con precedenti da pilota e legami documentati con il Centro Sismi di Bologna, risulta presente in Sicilia nei mesi chiave della strategia stragista di Cosa Nostra. Le carte giudiziarie descrivono un soggetto che incontra Nino Gioè, elemento del gruppo di fuoco di Capaci, e imbastisce una trattativa mentre Totò Riina pianifica gli attentati. Il maresciallo dei Carabinieri Roberto Tempesta lo utilizza per recuperare opere d'arte rubate. Il biglietto con cinque nomi di boss da trasferire in strutture sanitarie arriva fino al colonnello Mario Mori.
Lo Stato non risponde. Gioè reagisce con una minaccia esplicita: far saltare la Torre di Pisa. Tuttavia Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato, afferma dalle sentenze che "questo proposito è stato instillato in seno a Cosa Nostra proprio da Paolo Bellini". Il provvedimento della Procura di Firenze del 16 luglio 2024 documenta i rapporti di Bellini con uomini del Centro Sismi di Bologna. L'avvocato Andrea Speranzoni lo definisce "importante" e sottolinea che Bellini "aveva rapporti con uomini del Centro Sismi di Bologna e fosse quindi un referente di alcuni funzionari". Le indagini ricostruiscono una sovrapposizione inquietante tra ambienti neofascisti e Corleonesi. Bellini, legato storicamente a Stefano Delle Chiaie, scende in Sicilia già nel 1991. Il 27 novembre di quell'anno viene fermato nei pressi dell'abitazione di Pietro Rampulla, l'artificiere condannato per Capaci, allora militante anche lui di ambienti di destra.
Nel marzo 1992 e nei giorni immediatamente precedenti al 23 maggio Bellini è di nuovo sull'isola. La giudice Graziella Luparello, nell'ordinanza del 19 dicembre 2024 con cui ha respinto l'archiviazione chiesta dalla Procura di Caltanissetta sui mandanti esterni di via D'Amelio, sottolinea che Bellini "non ricorda dove stava il 23 maggio", giorno della strage di Capaci.
Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, ricostruisce a Report: "La verità che risulta dal fascicolo è che prima che con Nino Gioè, Paolo Bellini tornò in Sicilia sotto le cure di Cosa Nostra catanese e fu addirittura fermato il 27 novembre del 1991 proprio nei pressi dell'abitazione di Pietro Rampulla". Repici aggiunge che Bellini "rientra a Reggio Emilia il 25 maggio provenendo dal sud Italia" e che "ci sono addirittura alcuni giorni precedenti alla strage di Capaci che dimostrano la presenza in Sicilia contemporaneamente di Paolo Bellini per un verso e di Stefano Delle Chiaie".
Secondo la ricostruzione, Bellini incontra Gioè anche su incarico del ROS. L'obiettivo dichiarato è il recupero di opere d'arte. In cambio, la mafia chiede uno "sguardo di riguardo" per alcuni boss in carcere. Il biglietto con i cinque nomi arriva al colonnello Mario Mori tramite il maresciallo Tempesta nell'agosto 1992. Mori non lo conserva e non lo trasmette all'autorità giudiziaria.
Gioè, di fronte al silenzio, pronuncia la frase sulla Torre di Pisa. Bellini riferirà poi di aver ascoltato da Gioè l'idea di colpire il patrimonio artistico. Le carte giudiziarie collocano però Bellini nel ruolo di chi porta la proposta all'interno di Cosa Nostra.
La giudice Luparello impone accertamenti anche su due aerei che sorvolano la zona di Capaci il giorno dell'attentato: uno identificato, l'altro no. Ordina di verificare se fosse operativo l'aereo leggero del Centro Gladio di Trapani e di identificare il secondo pilota. Bellini, pilota, viene citato in un'intercettazione del processo bolognese su piazza della Loggia dove Carlo Maria Maggi parla di un "aviere" coinvolto nella strage di Bologna.
L'ordinanza Luparello fa emergere un altro nome: Rocco Cordella. La Direzione Investigativa Antimafia indica che potrebbe aver fornito riparo a Bellini dopo la strage di Capaci. Familiari di Bellini sentiti dai magistrati lo descrivono come la persona di fiducia a cui ricorrere "nei momenti in cui aveva necessità di darsi alla fuga, di scomparire dalla circolazione".
La Procura di Caltanissetta aveva chiesto l'archiviazione sull'inchiesta dei mandanti esterni di via D'Amelio. La Cassazione ha respinto il ricorso dei magistrati nisseni guidati da Salvatore De Luca. Le indagini sulla pista nera devono proseguire.
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