Ranucci: ''Vogliono colpire me per dare un segnale a tutti gli altri giornalisti''
Dall’attentato al caso Lavitola fino allo scontro con la Rai: il giornalista ripercorre gli ultimi mesi e le campagne subite

Sigfrido Ranucci ritorna sulla rimozione dalla conduzione di Report, sulla contestazione disciplinare avviata dalla Rai e sulla questione Lavitola. “Rimuovermi è stato un autogol per la democrazia”. E sull’attentato: “Non so se c’è una regia dietro la bomba, ma so per certo che c’era una regia dietro la comunicazione”.
Intervenuto a Turi, in provincia di Bari, in occasione dell’“Oscar del libro nei paesi e nei borghi di Puglia”, Ranucci ha ripercorso gli ultimi mesi, soffermandosi sulle campagne mediatiche che ha dovuto subire, oltre che sul rapporto con Valter Lavitola, reo confesso di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo avvenuto davanti all’abitazione del giornalista il 16 ottobre 2025. Sono soprattutto i risvolti dei continui attacchi che il giornalista ha dovuto subire a meritare una particolare attenzione. Come lo stesso Ranucci ha precisato, si tratta infatti di uno scontro molto più ampio, che impatta negativamente sul ruolo del servizio pubblico, sull’indipendenza del giornalismo e sul diritto dei cittadini a poter essere informati in maniera adeguata.
E a chi invece gli ha chiesto direttamente se fosse pentito di avere frequentato Lavitola, Ranucci ha risposto senza esitazioni: “Sì, ma non soltanto lui, una serie di persone… Diciamo che dopo quello che è successo ho cambiato il mio concetto di amicizia”.
Lo scontro con la Rai: “Un’operazione di gravità inaudita”
“Alla fine dei 3.000 articoli, 3.000 di numero, che mi sono stati dedicati soprattutto dai giornali del gruppo Angelucci, ma comunque soprattutto dai giornali di governo, e spesso anche dal Corriere della Sera, alla fine - ha proseguito - in base proprio ai ‘coni d’ombra’ mi hanno rimosso dalla conduzione di Report. Tu capisci che è stata fatta un’operazione, secondo me, di una gravità inaudita, che nasce da dichiarazioni di politici”.
Quello che Ranucci ha descritto, ricordando la lunga campagna di delegittimazione costruita congiuntamente alla questione Lavitola, è in realtà il punto di arrivo di uno scontro iniziato diversi anni fa. “Rimuovermi da Report è una decisione di gravità inaudita che nasce da un’operazione politica. C’è un ricorso d’urgenza che sarà discusso il 25 settembre, ma uno molto più complesso nel merito che mette in fila le battaglie affrontate dal 2021 a oggi. Rimuovermi è stato un autogol per la democrazia”.
Ed in effetti, il ricorso urgente presentato dai legali del giornalista sarà discusso il 25 settembre davanti alla terza sezione del Tribunale del Lavoro di Roma. La difesa ha chiesto, tra le altre cose, di sospendere la procedura di ricollocazione e di reintegrare il giornalista nelle mansioni di autore e conduttore di Report prima dell’inizio della nuova stagione, previsto per l’8 novembre.
“Se io fossi stato l’amministratore o un direttore o un dirigente della Rai e fossi stato responsabile di Report, io l’avrei difeso a morte, perché era l’esempio che tu potevi esercitare liberamente la libertà di informazione all’interno del servizio pubblico”. E aggiunge: “Oggi fa le pulci a me che governo, domani fa le pulci a un altro. Non deve essere il cane da salotto dei potenti, deve essere il cane da guardia della democrazia”.
Ad ogni modo, sul tavolo non c’è soltanto la rimozione dalla guida di Report. La Rai ha inviato a Sigfrido Ranucci anche una contestazione disciplinare, successiva alla relazione del Comitato Etico aziendale. Una procedura che ha suscitato qualche preoccupazione che, inevitabilmente, si va ad aggiungere a quelle già presenti: “Temo l’eventualità del licenziamento, credo che la contestazione disciplinare sia stata strutturata con questa finalità”, ha spiegato Ranucci.
Sull’inchiesta che riguarda l’attentato che ha subito sotto la sua abitazione, Ranucci ha giudicato particolarmente grave il fatto che dei materiali acquisiti siano stati utilizzati: “Trovo veramente aberrante il fatto che un’azienda prenda dei contenuti che non avrebbe mai potuto ottenere, perché erano di una chat privata e non hanno nulla a che vedere sul condizionamento delle inchieste di Report, ma che sono all’interno di un’ordinanza che mi vede vittima di un attentato con l’obiettivo per licenziarmi”.
La Rai, invece, ha sempre giustificato la sua decisione nei confronti di Ranucci come la conseguenza diretta della propria autonomia nelle decisioni editoriali e disciplinari.
Il nodo Lavitola e l’attentato del 16 ottobre
È proprio il caso Valter Lavitola a rappresentare uno dei punti più delicati della vicenda.
L’attentato avvenne il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci. Una bomba esplose danneggiando le automobili parcheggiate e il cancello della casa, senza provocare feriti. Lavitola, arrestato nell’agosto 2026, ha successivamente ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’azione. La versione da lui fornita, attraverso i suoi legali, è che l’attentato sarebbe stato organizzato per indurre le autorità ad aumentare il livello di protezione del giornalista.
Il 10 settembre il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato la custodia in carcere di Lavitola e anche l’aggravante del metodo mafioso contestata nell’inchiesta.
Ranucci, durante l’incontro di Turi, ha ovviamente evitato di entrare nei dettagli dell’indagine ancora in corso. Tuttavia, ha distinto volutamente due aspetti: da una parte ciò che sarebbe avvenuto dietro la preparazione dell’ordigno, sul quale afferma di non avere certezze; dall’altra quello che definisce l’utilizzo mediatico e politico della vicenda.
“Io non so se c’è una regia dietro la bomba, ma so per certo e ho le prove che c’è stata una regia dietro la comunicazione sulla bomba, che era finalizzata a questo: togliermi dalla conduzione di Report nell’anno delle elezioni. Questo secondo me non è grave per me, ripeto, è grave per la democrazia”.
Oltretutto, come lo stesso Ranucci ha più volte precisato, l’ipotesi che Lavitola potesse aver condizionato le inchieste della trasmissione risulta del tutto infondata. Lo ha sottolineato anche l’ordinanza di custodia cautelare con cui, nell’agosto 2026, la gip del Tribunale di Roma Iole Moricca ha disposto il carcere per Valter Lavitola. Lo ha fatto spiegando che “non è emerso alcun elemento” utile con cui si possa “ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola” e definendo Ranucci “la vittima della manipolazione dell’indagato”.
Colpirne uno per educarne cento
Per il giornalista, in ogni caso, il punto centrale resta quello dell’indipendenza dell’informazione. Ranucci ritiene, infatti, che ad essere colpito sia soprattutto un certo modo di intendere il giornalismo investigativo. In poche parole, colpire Ranucci per colpire “un modello” di giornalismo che dà fastidio. “Colpendo Ranucci colpiscono un modello. È questo il modello di chi si sente indipendente e libero dentro l’anima, di chi - ha precisato il giornalista - non piega la schiena. È questo quello che fa paura. Vogliono dare un segnale a tutti quanti gli altri”. Ecco perché difendere Report avrebbe significato dimostrare che all’interno della Rai può esistere uno spazio nel quale il giornalismo sia libero di controllare il potere, indipendentemente da chi governa.
Una critica che si estende anche al mondo dei social network: “I social sono una sorta di bibliotecario ubriaco, perché non sappiamo se la notizia che mettono in vetrina è la più vera. Anzi, il meccanismo della cliccabilità, dell’algoritmo, premia la cliccabilità, cioè il Pil della notizia, non la verità”. Ed è proprio qui che il giornalismo tradizionale dovrebbe recuperare la propria funzione: “Perché il giornalismo dà fastidio? Perché il giornalismo - ha precisato Ranucci - spiega quei contesti che loro invece non vogliono spiegare. Vogliono solo alimentare l’allarme sociale. Vogliono veicolare dei contenuti che dicono loro”.
Nelle parole di Ranucci la vicenda personale finisce così per diventare parte di un ragionamento più ampio sul rapporto tra informazione, magistratura, tecnologia e potere.
“Io credo che l’unica salvezza veramente che noi abbiamo è quella di appellarci ancora una volta alla Costituzione.” - prosegue - “La libertà dei magistrati di indagare, la libertà dei giornalisti di scrivere, la libertà dei cittadini di sapere”. E rivolgendosi soprattutto a chi vuole intraprendere il mestiere del giornalista, aggiunge: “Noi abbiamo bisogno di gente coraggiosa, libera, preparata e indipendente, perché l’indipendenza è uno stato dell’anima, non te la può minare nessuno. E quindi io credo che noi abbiamo bisogno di questo”.
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