Putin pronto all'escalation del conflitto. Gli Usa tentano di salvarsi dal crack finanziario
Ratcliffe a Mosca per fermare la mobilitazione e riaprire Hormuz: torna a mani vuote mentre il fronte si allarga a Londra
Diventa sempre più chiaro il senso politico del viaggio lampo del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca, una visita mai annunciata ufficialmente e descritta da fonti statunitensi come il suo primo spostamento pubblico nella capitale russa da quando guida l’Agenzia.
Ne avevamo parlato già ampiamente ieri. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal e ripreso da altre testate, Ratcliffe si sarebbe mosso dopo che l’intelligence americana aveva raccolto segnali di preparativi russi per una possibile mobilitazione, con il timore ulteriore che il Cremlino potesse valutare mosse limitate per “mettere alla prova” la tenuta della NATO.
La visita del capo della CIA suggerisce, dunque, che negli ambienti di sicurezza occidentali sia maturata la convinzione che il conflitto ucraino stia entrando in una fase in cui il rischio di salto di scala non può più essere gestito soltanto con dichiarazioni pubbliche, deterrenza verbale o mediazioni indirette. E il collasso di Zelensky mette a rischio i preparativi europei per la grande guerra con la Russia.
Lo stesso ex ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov ha dichiarato a Reuters che a Kiev restano solo pochi mesi per prendere decisioni cruciali che possano cambiare il corso del conflitto. "Sembra che stiamo perdendo gradualmente, lentamente", ha affermato, sottolineando che, sebbene la vittoria sia ancora possibile, è necessario un piano chiaro. Fedorov ha citato la corruzione, il nepotismo, la dipendenza politica e la mancata adozione di nuove tecnologie come principali ostacoli. Ha valutato l'efficacia dello Stato ucraino a solo il 5%, affermando che le tecnologie esistenti potrebbero rallentare significativamente l'avanzata dell'esercito russo, ma Kiev si rifiuta di utilizzarle.
Mosca prepara un’ondata di colpi su Kiev
Nel frattempo, le indiscrezioni si fanno sempre più concrete su un’imminente escalation delle manovre militari russe in Ucraina. Secondo Bloomberg, il Cremlino considera di fatto esauriti i meccanismi negoziali e starebbe valutando un’intensificazione degli attacchi contro il Paese, compresi attacchi balistici su Kiev e su altre infrastrutture strategiche del paese.
D’altra parte, come abbiamo già evidenziato, l’intesa tra Putin e Trump ad Anchorage è diventata lettera morta con l’Europa che spinge per un’escalation sempre più violenta del conflitto e, come analizzeremo, partecipa, di fatto, attivamente all’uccisione dei civili russi e agli attacchi contro le infrastrutture logistiche vitali.
Londra nel mirino, il fronte si allarga
Non sorprende dunque che, secondo il Daily Mail, il primo ministro britannico Andy Burnham avrebbe ricevuto briefing d’intelligence su possibili “azioni militari dirette” russe contro il Regno Unito, in un contesto di crescente tensione per il sostegno britannico a Kiev. Il contenuto va trattato come informazione di stampa e non come annuncio ufficiale di guerra, ma altre fonti hanno registrato segnali coerenti di minaccia, compresi avvertimenti russi su possibili attacchi o sabotaggi contro fabbriche britanniche coinvolte nella produzione di droni destinati all’Ucraina.
I droni britannici che colpiscono in profondità la Russia
Ebbene, è proprio la Gran Bretagna, come sempre, la capofila quando c’è da fare la guerra a Mosca. Secondo un'inchiesta del Sunday Times pubblicata a metà agosto, le forze armate ucraine impiegano da circa sei mesi droni prodotti da due aziende britanniche per colpire in profondità il territorio russo, inclusi obiettivi militari e industriali. Il modello più citato è il Nyan, un drone jet a delta-wing sviluppato da Callen-Lenz, società parte di FalconWorks, la divisione tecnologica di BAE Systems, con un costo unitario di circa 100.000 sterline e un raggio d'azione superiore ai 150 miglia (oltre 250 km). Un secondo modello di drone britannico impiegato da Kiev non è stato reso pubblico per motivi di sicurezza.
Il Nyan è già in servizio anche nell'esercito britannico stesso, con il 26° Regiment Royal Artillery come prima unità a riceverlo come sistema di deep-strike a complemento dell'artiglieria. Callen-Lenz ha dichiarato di aver consegnato "migliaia" di questi sistemi, confermando un uso operativo di successo da parte di un "cliente non specificato" ritenuto essere l'Ucraina.
Il supporto britannico si estende anche alla base industriale: Londra si è impegnata a fornire 150.000 droni all'Ucraina entro fine 2026 per un valore complessivo di circa 1,017 miliardi di dollari (di cui 676 milioni destinati ai soli droni). Sul territorio britannico operano inoltre stabilimenti collegati all'Ucraina, come quello da 200 milioni di sterline della Ukrspecsystems a Mildenhall, e la startup Octopus, che produce droni intercettori. Il Regno Unito co-gestisce inoltre, insieme alla Lettonia, l'International Fund for Ukraine, che ha raccolto oltre 2 miliardi di sterline per finanziare tra l'altro la consegna di migliaia di droni a lungo raggio costruiti nel Regno Unito.
Gli ultimi attacchi contro civili russi
Si tratta degli stessi velivoli senza pilota che probabilmente vengono scagliati contro i civili.
Il 26 agosto, secondo quanto riferito dal governatore della Regione Autonoma di Luhansk Leonid Pasechnik, nove persone sono morte quando un drone ucraino ha colpito un autobus in viaggio da Lisichansk a Stakhanov. A bordo c'erano quindici passeggeri.
"Otto persone sono morte sul colpo. Una ragazza di 20 anni è stata trasportata d'urgenza in terapia intensiva. I medici hanno lottato per salvarle la vita, ma non ci sono riusciti. Sua madre è rimasta ferita", ha scritto Pasechnik sulla piattaforma Max. Una diciottenne è rimasta ferita ed è stata ricoverata; altri tre passeggeri e l'autista hanno ricevuto assistenza medica e sono stati dimessi per cure ambulatoriali. Pasechnik ha sottolineato che le forze armate ucraine hanno condotto un attacco deliberato contro un obiettivo civile, aggiungendo che "i responsabili saranno puniti". È stato aperto un procedimento penale per attentato terroristico.
Un autobus di linea su una tratta interurbana, con quindici persone a bordo, nel pieno di una giornata ordinaria. Non c'è nessuna interpretazione tecnica del bersaglio che possa collocare un mezzo di trasporto pubblico dentro la categoria degli obiettivi militari legittimi.
Nelle stesse ore, il bilancio dell'attacco con droni a Krasnodar è peggiorato. La Commissaria per i diritti dei bambini Maria Lvova-Belova ha annunciato che il numero di bambini uccisi in un centro privato per l'infanzia è salito a quattro: "Purtroppo, abbiamo appreso di una quarta vittima: una ragazza di 14 anni. Le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici", ha scritto su Max. In precedenza aveva riferito della morte di tre ragazzi di 13, 15 e 16 anni, precisando che sei persone erano ancora ricoverate e che i medici stavano fornendo tutte le cure necessarie.
Il capo del Kuban, Veniamin Kondratyev, ha riferito che la regione è stata colpita da un massiccio attacco di droni nella notte di lunedì e che i detriti di un velivolo sono caduti sul centro per bambini. La portavoce del Comitato investigativo russo, Svetlana Petrenko, ha osservato che il regime di Kiev sta dimostrando una crudeltà palese prendendo di mira gli istituti per l'infanzia; gli inquirenti hanno aperto un'indagine per terrorismo.
Raffinerie, magazzini e la nuova geografia degli obiettivi
I droni britannici, sempre secondo l'inchiesta del Sunday Times, sono stati impiegati contro raffinerie di petrolio russe nei pressi di Mosca, a Yaroslavl, a Volgograd e nell'area di Belgorod, nel quadro di una campagna ucraina più ampia contro l'industria energetica russa che ha già danneggiato circa un terzo della capacità di raffinazione del paese. Una fonte militare britannica ha confermato alla BBC che i droni del Regno Unito sono stati usati anche contro magazzini del rivenditore online Wildberries, in attacchi che avrebbero causato danni economici stimati in oltre 35 miliardi di sterline, circa 41 miliardi di euro.
L'ultimo episodio di questa serie è arrivato nella regione di Tambov. Un incendio scoppiato in seguito a un attacco di droni delle forze armate ucraine ha distrutto il centro logistico di Wildberries a Kotovsk. "Due persone sono rimaste ferite: un ragazzo di 19 anni ha riportato una commozione cerebrale e una donna di 49 anni si è rotta un dito. Stanno ricevendo le cure mediche necessarie", ha scritto il governatore regionale Yevgeny Pervyshov sulla piattaforma Max. Pervyshov ha precisato che i dipendenti del magazzino sono stati evacuati rapidamente, e che questo ha salvato loro la vita. In totale, secondo il governatore, le forze di difesa aerea e le squadre antincendio mobili hanno abbattuto sedici droni ucraini. Il sindaco Pervyshov ha convocato per la stessa giornata una riunione sul futuro lavorativo di tutti coloro che erano impiegati nel sito.
Un magazzino di commercio elettronico non è una fabbrica di munizioni. È un nodo della distribuzione al consumo, l'infrastruttura che porta beni ordinari nelle case di milioni di persone. Colpirlo produce due effetti: un danno economico misurabile e un messaggio sociale, cioè la dimostrazione che la vita quotidiana della popolazione civile è raggiungibile. È la stessa logica che Mosca dichiara ora di volere applicare, in senso inverso, ai settori più sensibili dell'economia ucraina. La differenza tra i due schemi non è di natura, è di scala e di direzione.
C’è da chiedersi fino a che punto l’escalation non possa coinvolgere le stesse capitali europee conniventi con questa criminale mattanza fino all’ultimo ucraino.
Mosca guarda anche a Teheran. L’altra ipotesi sul viaggio di Ratcliffe
Nel mentre, accanto alla pista di Kiev, diversi resoconti hanno legato la visita di Ratcliffe a Mosca anche alla crisi iraniana, sottolineando come il viaggio sia avvenuto mentre le tensioni tra Washington, Teheran e il dossier Hormuz restavano altissime. In questa versione, il capo della CIA sarebbe andato a chiedere a Putin di fare pressione sull’Iran per riaprire lo stretto di Hormuz, pena: la minaccia di ulteriori sanzioni. Un piano disperato che sarebbe completamente fallito.
Trump alza la voce, ma parla da una realtà immaginaria
Disperate sono anche le parole di Donald Trump che, in una breve intervista su Al Jazeera, ha affermato che l'Iran "ha un'inflazione altissima, la sua economia sta crollando", che "tratta molto male il suo popolo, sta uccidendo moltissimi manifestanti", e che sia la guerra economica sia gli attacchi militari contro Teheran sono "efficaci". Sui negoziati ha ribadito di non avere fretta: "Non ho una scadenza, nessuna".
Il tutto mentre si intensificano le notizie sull’influenza geopolitica statunitense in Medio Oriente che sta cadendo in pezzi.
Danni senza precedenti ai siti d’intelligence americani
NBC News, citando quattro fonti informate, ha riferito che gli attacchi iraniani con missili e droni hanno inflitto danni senza precedenti a postazioni e apparati di intelligence statunitensi in Medio Oriente, con costi di riparazione stimati in miliardi di dollari. Altri rilanci concordano sul carattere eccezionale del danno, che avrebbe colpito edifici, sistemi di sorveglianza e infrastrutture legate alla raccolta informativa americana nella regione.
Almeno undici installazioni americane sono state danneggiate nelle prime settimane di guerra, quasi la metà dei siti presenti nella regione, con danni stimati in circa 800 milioni di dollari nelle prime due settimane, compreso un radar di difesa antimissile da 485 milioni distrutto in Arabia Saudita. Washington starebbe valutando di spostare parte delle basi del Golfo in Israele, ridimensionando la presenza in Kuwait e Arabia Saudita: una riorganizzazione che, comunque venga presentata, è una ritirata da posizioni avanzate divenute indifendibili.
Arsenali sotto pressione e tempi lunghi di ricostruzione
Questo senza contare della capacità di deterrenza convenzionale oramai irrimediabilmente compromessa. Un’analisi del CSIS ha evidenziato che gli intercettori Patriot statunitensi sono scesi da 2.330 unità prima della guerra a una forbice compresa tra 759 e 827 dopo i combattimenti di luglio, un calo di almeno il 65%. I sistemi THAAD sono passati da 452 a una stima tra 234 e 278, con una riduzione di almeno il 38%, e alcune fonti parlano addirittura di circa l'80% dell'inventario THAAD consumato. Circa metà dei missili Tomahawk è stata impiegata.
A fronte di questo consumo, i ritmi di produzione restano di appena quindici Tomahawk e venti Patriot al mese, con nessuna consegna di THAAD prevista nel 2026. Gli analisti stimano che il ripristino dei livelli prebellici richieda dai tre ai cinque anni, e funzionari della difesa ammettono che le riserve residue arrivano soltanto al 20% di quanto il Pentagono vorrebbe avere disponibile.
Questi dati spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché il direttore della CIA si sia trovato a chiedere favori a Mosca. Un'architettura di deterrenza globale poggia sulla premessa implicita che il suo garante possa sostenere più crisi contemporaneamente. Con l'80% dell'inventario THAAD consumato e venti Patriot prodotti al mese, quella premessa non regge più. E quando la capacità materiale si riduce, la diplomazia deve compensare: da qui la richiesta a Mosca di fermare la mobilitazione, e la richiesta a Mosca di premere su Teheran. Entrambe le richieste sono state respinte, perché entrambe rivelavano la debolezza di chi le formulava.
Hormuz, il collo di bottiglia che Washington non controlla più
In questo scenario, il 25 agosto 2026 il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha annunciato che Iran e Oman hanno concordato un nuovo corridoio di transito temporaneo, largo sette miglia — 11,3 chilometri — con ingresso nelle acque territoriali iraniane e parte del percorso di uscita anch'essa in acque iraniane. Un portavoce delle Guardie Rivoluzionarie ha precisato che le trattative con Muscat erano iniziate circa un mese prima e hanno portato a un'intesa sulla quota di ciascun paese nelle acque dello stretto e sulle rispettive entrate generate dal passaggio.
Gharibabadi ha ribadito che l'intesa riguarda soltanto il posizionamento di una rotta marittima e non equivale alla riapertura dello stretto, definendola esplicitamente "temporanea". Il portavoce militare iraniano Mohammad Akraminia ha aggiunto che le imbarcazioni saranno sorvegliate dall'Iran prima dell'ingresso nello stretto e potranno transitare solo con autorizzazione iraniana. Teheran, in parallelo, chiede a Washington di rispettare gli impegni del memorandum di giugno, tra cui la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati, come condizione per riprendere i negoziati di pace, ed esorta gli altri paesi a non cedere alle pressioni statunitensi.
Il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi ha incontrato il suo omologo Abbas Araghchi a Teheran per discutere il corridoio temporaneo e un progetto di sminamento, dichiarando su X di sperare in un annuncio imminente e precisando che la gestione futura dello stretto e una soluzione permanente arriveranno "a tempo debito", con colloqui tecnici previsti su condivisione di informazioni, navigazione e sicurezza.
Washington non ha ancora risposto formalmente. Ma Trump aveva minacciato il 17 agosto, in un'intervista a Fox News, di bombardare l'Oman "senza pietà" se si fosse messo di mezzo, ripetendo un avvertimento analogo già lanciato a maggio. Il presidente ha inoltre affermato che le forze statunitensi hanno distrutto tutte le ventotto imbarcazioni iraniane posamine nelle acque internazionali dello stretto, affermazione respinta da Gharibabadi come tentativo di "calmare i mercati" e accompagnata dall'avvertimento che eventuali navi statunitensi per il rilevamento di mine diventerebbero "ottimi bersagli". La settimana precedente Trump aveva annunciato "l'operazione economica più devastante di sempre" contro l'Iran, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che ha varato sanzioni contro sessanta entità globali accusate di facilitare la vendita di petrolio iraniano.
Ma i tentativi di Washington di strangolare l’Iran attraverso lo Stretto di Hormuz si fanno sempre più vani. Secondo The Cradle, Teheran sta cercando di ridurre la propria vulnerabilità alle interferenze statunitensi nello Stretto sviluppando rotte commerciali alternative con Russia, Cina e Iraq. Il fulcro della strategia è il Corridoio internazionale di trasporto Nord-Sud, noto come INSTC, che collega l’Iran alla Russia e, più in generale, alla rete commerciale eurasiatica.
Attraverso questo corridoio, i volumi di merci sarebbero aumentati del 12% nel 2025, fino a raggiungere 3,5 milioni di tonnellate. Nello stesso quadro, le esportazioni russe verso l’Iran sarebbero cresciute di oltre il 56% nei primi quattro mesi del 2026. Un tassello centrale è la ferrovia Rasht-Astara, ancora in fase di completamento, destinata a rafforzare il collegamento ferroviario tra Iran, Azerbaigian e Russia. Parallelamente, acquista peso il trasporto nel Mar Caspio tra i porti iraniani e russi, che offre un’ulteriore via commerciale al di fuori del Golfo Persico.
A est, il porto iraniano di Chabahar, affacciato sul Golfo dell’Oman, garantisce un accesso diretto all’Oceano Indiano senza la necessità di attraversare Hormuz. La prevista entrata in funzione della ferrovia Chabahar-Zahedan dovrebbe collegare lo scalo alla rete ferroviaria nazionale iraniana e aprire una rotta più ampia verso l’Asia centrale.
Crescono inoltre i collegamenti ferroviari fra Cina e Iran attraverso l’Asia centrale, mentre la linea Shalamcheh-Basra, in costruzione, punta a rafforzare gli scambi tra Iran e Iraq. La logica della strategia iraniana è semplice: fare in modo che lo Stretto di Hormuz resti importante, ma non diventi mai indispensabile.
Quaranta trilioni: il fronte interno
C'è poi un fronte che non compare in nessun bollettino militare ma che condiziona tutti gli altri ed evidenzia il carattere ipercaotico della crisi imperiale in corso. Senza una risoluzione della guerra contro l’Iran che rafforzi il meccanismo del petrodollaro atto a garantire un flusso di cassa ancora più cospicuo verso i titoli del tesoro Usa, l’economia americana rischia il collasso.
Gli Stati Uniti si sono abituati a prendere denaro in prestito vendendo il proprio debito, i titoli del Tesoro, ad altri paesi, principalmente Giappone ed Europa. La Russia ha da tempo abbandonato questo circo, e anche la Cina si sta muovendo verso l'uscita: negli ultimi anni ha ridotto drasticamente le proprie partecipazioni in titoli di Stato statunitensi, passando da 1.100 a 600 miliardi di dollari.
Non sorprende quindi che il debito pubblico statunitense abbia raggiunto una nuova cifra astronomica: quaranta trilioni di dollari, pari al 125% del PIL, con una proiezione a cinquanta trilioni entro il 2030. Ma non sono queste cifre a preoccupare l'amministrazione. La sua ansia principale è il rendimento dei titoli, che ha toccato livelli record: i trentennali sono arrivati al 5,5%, un livello che non si vedeva da diciannove anni, mentre i rendimenti decennali sono triplicati in cinque anni raggiungendo il 5%.
Il problema è il costo del servizio del debito. I soli pagamenti degli interessi assorbono il 20% delle spese di bilancio, e il Tesoro deve ancora rifinanziare circa nove trilioni di dollari di debito pubblico entro la fine dell'anno. Il divario tra spese ed entrate si allarga: a luglio il deficit di bilancio è aumentato di quasi il 50% rispetto allo stesso mese del 2025, raggiungendo i 432 miliardi di dollari, il livello più alto degli ultimi cinque anni. All'11 agosto il disavanzo complessivo era stimato a 2,1 trilioni.
Gli americani hanno già sperimentato in prima persona le conseguenze. Gli alti rendimenti si sono trasmessi ai tassi sui mutui, sui prestiti studenteschi e sui finanziamenti alle imprese. Il quadro finanziario non promette bene per l'amministrazione Trump in vista delle elezioni di medio termine di novembre: anche senza considerare i rischi di una bolla speculativa sull'intelligenza artificiale, l'inflazione resta sopra l'obiettivo del 2%, e gli automobilisti — una parte significativa dell'elettorato — sono profondamente insoddisfatti dell'incapacità della Casa Bianca di abbassare i prezzi del carburante. Anzi: la benzina è aumentata del 40% superando i quattro dollari al gallone, e il diesel ha oltrepassato i 5,50 dollari. Una guerra con l'Iran potrebbe costare a Trump perdite politiche ingenti.
Il mutuo pagato con la carta di credito
Il Tesoro non può fare nulla per i problemi del Medio Oriente, quindi agisce sulle proprie leve. Per abbassare i rendimenti ha deciso di raddoppiare, a partire da settembre, la quantità di titoli a lungo termine che acquisterà: comprerà più obbligazioni a scadenza lunga emettendo contemporaneamente titoli a breve. In parole povere, il Tesoro sta pagando un mutuo con una carta di credito. Può funzionare all'inizio, ma è una soluzione temporanea quando il problema è che va rifatto il tetto: il costo del debito viene semplicemente rimandato.
Cosa risolverebbe il problema alla radice? Un aumento mirato delle entrate derivanti dalle imposte sulle società, che oggi contribuiscono per meno del due percento al PIL e solo per l'11 percento al bilancio federale. È una somma irrisoria, considerando lo stile di vita a cui gli americani sono abituati. E gli americani non sono nemmeno abituati a tagliare le spese: si limitano a consigliare agli altri di farlo. Aumentare le tasse equivarrebbe a un suicidio politico, ed è per questo che non solo Trump ma anche i suoi predecessori si sono guardati dal farlo.
Qualsiasi altro paese, a questo punto, non avrebbe alternative: alzare le tasse e tagliare la spesa, oppure dichiarare default come l'Argentina nel 2001 o il Venezuela nel 2018. Ma gli Stati Uniti sono un paese atipico. Possiedono l'anello dell'onnipotenza, la macchina da stampa, e possono emettere tutti i dollari che vogliono. Hanno prosperato grazie al dollaro nell'ultimo secolo e continuano a farlo. La quota della valuta americana nelle riserve nazionali e nei pagamenti internazionali sta gradualmente diminuendo, ma il processo non è rapido: il debito potrebbe salire al 200% del PIL e il rischio di default resterebbe minimo, purché si sostenga la crescita economica, per esempio iniettando investimenti nel settore dell'intelligenza artificiale.
È la strada che il Tesoro sta percorrendo. Perché l'acquisto di obbligazioni a lungo termine non è altro che stampa di moneta, una forma di quantitative easing, e porterà a una svalutazione del dollaro e del valore dei titoli a lunga scadenza. Trump sarebbe perfettamente contento di un dollaro debole: le esportazioni americane diventerebbero più convenienti, la domanda aumenterebbe, il deficit commerciale si ridurrebbe, l'economia crescerebbe. Tutto ciò che serve per continuare a vivere di denaro preso in prestito. La minaccia di una crescente sfiducia nel dollaro apparentemente non lo preoccupa: per ora, pur essendo reale, è lontana.
Tuttavia la stampa incontrollata di dollari mina la fiducia nella valuta americana e regala un vantaggio allo yuan cinese e alle altre valute nazionali. E prima o poi questa situazione produce bolle finanziarie e squilibri economici, che si scaricano attraverso scoppi e recessioni, come è già successo molte volte. È solo questione di tempo e di che cosa esploderà. Mentre gli economisti guardano al settore dell'intelligenza artificiale, inondato di credito, i cigni neri hanno l'abitudine di arrivare da un'altra direzione.
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