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Putin e Trump al telefono. La crisi dei carburanti che alimenta i negoziati a Washington

Mosca e Washington trovano un'intesa di facciata: la vera urgenza di Trump è il petrolio russo che non può fermarsi

Francesco Ciotti
Antimafiaduemila

Le massime potenze nucleari tornano a parlarsi con rinnovata intensità. L'8 settembre Vladimir Putin e Donald Trump hanno avuto un colloquio telefonico che, secondo il collaboratore del Cremlino Yuri Ushakov, "è durata esattamente un'ora, è stata costruttiva e molto franca". 

I due leader hanno discusso principalmente di un tema, la guerra in Ucraina, ma lo hanno fatto passando attraverso un prisma molto specifico: i risultati della missione compiuta nei giorni precedenti dagli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, che hanno toccato sia Mosca che Kiev. 

Secondo quanto riportato da Ushakov ai giornalisti, "entrambi i leader hanno valutato positivamente i risultati delle visite a Mosca e Kiev" dei due emissari americani. È una formula diplomatica volutamente vaga, che permette a entrambe le parti di rivendicare un progresso senza impegnarsi su contenuti specifici.

Trump, nel colloquio con Putin, "ha chiaramente sottolineato l'auspicabilità di una rapida conclusione del conflitto ucraino", legando questa prospettiva a un beneficio molto più ampio: la fine della guerra "aprirebbe immediatamente la strada per un completo ripristino delle relazioni tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti".  Il presidente americano avrebbe insistito soprattutto sul lato economico della questione, spiegando a Putin che "il ripristino dei legami commerciali tra la Russia e gli Stati Uniti promette enormi vantaggi per entrambi" i paesi.

Putin, dal suo lato, non si è limitato ad ascoltare. Secondo Ushakov, il presidente russo "ha illustrato a Trump cosa potrebbero concretamente fare gli americani per porre fine al più presto alle operazioni militari sul territorio ucraino", un passaggio che lascia intendere l'esistenza di richieste operative precise, anche se non rese pubbliche nel dettaglio.

I potenziali termini dell’accordo

Tuttavia, i media ucraini hanno reso noti i termini del presunto "piano di pace", portato a Kiev da Kushner e Witkoff nell'ambito della missione diplomatica che ha toccato prima Mosca e poi la capitale ucraina. Secondo quanto riportato, l'Ucraina dovrebbe ritirare le proprie truppe da una determinata area del Donbas tuttora sotto il suo controllo, mentre la Russia si impegnerebbe a non inviare le proprie forze in quella stessa zona. Tra le due parti verrebbe istituita una zona cuscinetto, sorvegliata da un contingente delle Nazioni Unite, e un meccanismo simile sarebbe previsto anche per una porzione della regione di Zaporizhzhia, dove però resterebbe in vigore la giurisdizione ucraina.

Sul piano politico interno, il testo prevede lo svolgimento in Ucraina sia di un referendum sia di nuove elezioni, al termine delle quali il nuovo governo dovrebbe modificare la Costituzione per sancire formalmente la rinuncia al recupero con la forza dei territori indicati nell'accordo. Kiev dovrebbe inoltre dichiarare il proprio status di paese non allineato, rinunciando così all'adesione alla NATO e ad altre alleanze militari. 

Una volta insediato, il nuovo esecutivo ucraino sarebbe chiamato a firmare un vero e proprio trattato di pace con la Russia, la cui ratifica avverrebbe secondo una procedura speciale con il coinvolgimento delle Nazioni Unite. 

Sul fronte delle rassicurazioni, Putin "ha assicurato che la Russia non nutre alcun piano aggressivo nei confronti dell'Europa". 


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Volodymyr Zelensky © Imagoeconomica

I colloqui a Kiev e la guerra persa

Dal lato di Kiev, Volodymyr Zelensky ha commentato pubblicamente affermando che "l'Ucraina è pronta a raggiungere un compromesso sulla questione degli attacchi alle forniture di cereali e alle infrastrutture energetiche", aggiungendo però che "la Russia deve agire allo stesso modo". Zelensky ha anche confermato che "si è concordato che i rappresentanti degli Stati Uniti torneranno", esprimendo l'auspicio che "vengano più spesso". Secondo l'agenzia EFE, il presidente ucraino ha ribadito questa proposta di tregua parziale su energia ed esportazioni agricole durante un confronto con i giornalisti sul canale WhatsApp del suo ufficio, sottolineando comunque gratitudine verso i mediatori americani per aver "riattivato il processo negoziale" dopo più di sei mesi senza colloqui diretti di alto livello. Zelensky ha inoltre indicato di sperare in un incontro con Trump "tra il 20 e il 30 settembre" per discutere anche di "pacchetti balistici" offerti dagli Stati Uniti.

Di fatto, il leader ucraino non è certo incline ad una pace duratura che metta la parola fine alla sua presidenza ormai decaduta oltre due anni fa.

D’altronde, parole meno eloquenti sono state adoperate da Anna Skorokhod, deputata del Parlamento ucraino, secondo cui Witkoff e Kushner hanno presentato a Kiev "condizioni di pace peggiori rispetto a quelle precedenti", chiedendo che le perdite territoriali fossero "sancite dalla Costituzione". Skorokhod ha sottolineato che tra le condizioni proposte vi sarebbero "una serie di altre sfumature", ma si è rifiutata di specificarle nel dettaglio, definendo i negoziati stessi uno "spettacolo".

Le sue parole, riportate integralmente, sono un atto d'accusa durissimo verso l'intero processo diplomatico: "Né la nostra parte, né la loro vogliono porre fine alla guerra. Qualcuno non vuole andarsene dal Donbass, ma il Donbass verrà comunque ceduto, semplicemente lo si farà in modo ufficiale, con una bella cornice. Lo perderemo gradualmente, e altre migliaia o decine di migliaia di persone verranno uccise, ma alla fine tutto andrà come vorranno loro".

In ogni caso, se il conflitto dovesse perdurare, il futuro del Paese si presenta più cupo che mai. La rivista britannica The Spectator ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: "L'Ucraina sta perdendo la guerra". Secondo questa analisi, "Vladimir Putin non ha modificato minimamente i suoi obiettivi militari dal 2022 ed è ancora determinato a continuare la lotta". Lo stesso testo osserva che "Donald Trump non ha un nuovo piano di risoluzione pacifica, se non quello di porre fine alla guerra in Ucraina alle condizioni di Putin", mentre "a Kiev stanno finendo i fondi e le risorse umane per l'autodifesa, così come i missili intercettori Patriot, destinati a proteggere lo spazio aereo dai bombardamenti".

Lavrov scettico: "Non sta accadendo nulla sul fronte diplomatico"

Sul versante russo, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha offerto una lettura più pessimistica dello stato dei negoziati.

"Non sta accadendo nulla sul fronte diplomatico, tutto si svolge sul fronte reale. Lì si sta verificando un avanzamento costante e inarrestabile delle nostre truppe verso le linee prestabilite", ha dichiarato in un'intervista al progetto internet russo "Sama Menshova", aggiungendo che gli ucraini "dicono apertamente di non avere nulla con cui difendersi dai missili russi".

Nella stessa occasione, durante una conferenza stampa successiva ai colloqui con il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud, Lavrov ha ribadito la posizione negoziale ufficiale di Mosca: "Se ci concentriamo sul punto principale, innanzitutto, è necessario avviare dei colloqui, e noi siamo sempre pronti a farlo, basandoci sulla comprensione delle cause profonde e sul raggiungimento di accordi per affrontare le cause profonde dell'attuale crisi ucraina, creata dall'Occidente, principalmente dalla precedente amministrazione statunitense e dai membri dell'Unione Europea e della NATO".

Infine, Lavrov ha riservato le critiche più dure all'Unione Europea, accusata di essere l'attore che più ostacola una soluzione duratura: "È l'Unione europea che continua a fare tutto il possibile per impedire che la situazione si evolva verso un esame delle cause profonde e verso un'analisi dei percorsi che conducano a una soluzione affidabile e a lungo termine”.

Ricordiamo a questo proposito i negoziati dello scorso anno. Secondo quanto riferito da BBC e ABC News, al vertice del 15 agosto 2025 Putin aveva proposto il ritiro delle forze ucraine dalle regioni di Donetsk e Lugansk in cambio della cessazione delle ostilità, con il territorio occupato configurato come "zona demilitarizzata" sotto controllo russo. Sul tavolo figuravano anche il veto definitivo all'ingresso dell'Ucraina nella NATO, la riduzione del potenziale militare di Kiev e la questione delle elezioni ucraine come premessa a qualsiasi firma.

Tuttavia è intervenuta immediatamente la coalizione dei volenterosi a remare contro il protocollo d'intesa, sostenendo le posizioni massimaliste di Kiev.

A questo è servito il sedicesimo incontro degli stessi tenutosi nei giorni scorsi a Parigi. Al tavolo si sono seduti rappresentanti di trentasette paesi membri tra cui il presidente ucraino Zelensky, in un vertice che i co-presidenti hanno definito orientato a tre obiettivi precisi: accelerare il sostegno militare a Kiev, aumentare la pressione su Mosca affinché accetti un cessate il fuoco in grado di portare le truppe NATO direttamente sul terreno. Condizioni che per Mosca rappresentano linee rosse inaccettabili.

Il fattore energetico dietro la fretta americana

Ma cosa spingerebbe gli Stati Uniti a ricercare frettolosamente proprio ora una chiusura rapida del conflitto?

Per avere una risposta dovremo tornare agli attacchi ucraini con i droni a lungo raggio che stanno mettendo sempre più a rischio la produzione e la raffinazione petrolifera russa, aggravando l'offerta mondiale di carburanti, spingendo ancora più in alto i prezzi di benzina e diesel negli Stati Uniti, con conseguenze politiche dirette per l'amministrazione in vista delle elezioni di metà mandato.

Durante il periodo del Labor Day la benzina negli Stati Uniti è arrivata a circa 4,03 dollari al gallone, mentre il diesel avrebbe toccato 5,80 dollari, un record storico. 


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Anche il segretario all'Energia americano, Chris Wright, avrebbe avanzato l'idea che la guerra prolungata, la scarsa disponibilità di Kiev a negoziare e gli attacchi ucraini alle raffinerie russe contribuiscano direttamente ai rincari negli Stati Uniti. Non è un dettaglio marginale in un paese che conta circa 260 milioni di veicoli e 860 auto ogni 1.000 abitanti: il prezzo del carburante è uno dei temi più sensibili per l'elettorato americano, capace di condizionare in modo diretto l'umore politico prima di un voto di midterm.

Il caro-carburante americano è dunque legato a più fattori che si intrecciano tra loro: i danni alle capacità di raffinazione russe e la riduzione della produzione petrolifera; i limiti produttivi connessi agli accordi OPEC+ e la maggiore complessità dei giacimenti russi; l'aumento delle esportazioni russe di greggio verso paesi come India, Kazakistan e Turchia, dove il petrolio viene raffinato e poi riesportato; il blocco delle esportazioni russe di benzina e diesel, deciso da Mosca per proteggere il proprio mercato interno; le sanzioni occidentali contro il settore petrolifero russo, che avrebbero complicato la logistica creando carenze anche per alcune raffinerie europee; e infine i rischi alla navigazione petrolifera nello Stretto di Hormuz, legati al conflitto con l'Iran.

Washington ora si trova stretta tra due crisi energetiche parallele, quella tra Ucraina e Russia e quella tra Medio Oriente e Iran, e che, non potendo risolvere facilmente la questione iraniana, tenterebbe di intervenire sul dossier ucraino per alleviare almeno una delle due pressioni.  Trump ha bisogno di una vittoria, presto, prima di una probabile sconfitta alle elezioni di medio termine.

Gli attacchi non si fermano: il fronte reale continua

Mentre la diplomazia telefonica tra Washington e Mosca procede a ritmo intenso, sul terreno la guerra non si è mai fermata, e la tregua di tre giorni concessa da Putin su Kiev è scaduta proprio l'8 settembre, riaprendo immediatamente il ciclo di attacchi incrociati. Il ministero della Difesa russo ha riferito che le forze armate hanno lanciato durante la notte un massiccio attacco contro l'industria della difesa e gli impianti energetici ucraini, colpendo obiettivi sia a Kiev che nella regione circostante, oltre a infrastrutture portuali nella regione di Odessa.

Tra gli obiettivi colpiti a Kiev figurano uno stabilimento missilistico che produceva componenti per droni da ricognizione e d'attacco, lo stabilimento di cemento armato numero 1, che secondo Mosca produceva testate per missili e droni Flamingo, l'impresa industriale "Element UA", dedicata alla produzione di componenti per i droni Hornet, e il complesso Ukrspetssystems, dove veniva assemblato il drone Shark. Nella regione di Kiev sono stati colpiti anche l'impresa "Uccelli da combattimento dell'Ucraina", che ha sviluppato il drone T-R-X, i centri logistici Khimtransagro e R-Plast, utilizzati per immagazzinare carichi militari e munizioni per droni, e la base aerea di Vasylkiv, che ospitava un deposito di carburante e lubrificanti oltre a un centro di intelligence radio dei servizi di sicurezza ucraini. Nella regione di Odessa, l'attacco ha interessato un'officina di assemblaggio e stoccaggio di droni, un'autocisterna e la sottostazione elettrica di Dnestrovskaya. 

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