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Processo Baiardo, Spatuzza: nel '92 facemmo un colpo di Stato e non eravamo soli

Lo storico collaboratore di giustizia smentisce la falsa pista mafia-appalti

Luca Grossi

Noi "nel marzo-aprile del 1992 abbiamo fatto un colpo di Stato" e oggi, secondo quello che "sto leggendo" dalle cronache, "vogliono fare passare per cose distinte e separate" le stragi in Sicilia da quelle del Continente; ma il mandamento di "Brancaccio è stato operativo da Capaci fino all'attentato all'Olimpico di Roma". A parlare è stato Gaspare Spatuzza, ex killer di fiducia dei boss stragisti Giuseppe e Filippo Graviano e oggi collaboratore di giustizia. La sua deposizione è stata resa da remoto al Tribunale di Firenze nel processo a carico di Salvatore Baiardo, imputato per favoreggiamento personale aggravato dall'agevolazione mafiosa e per calunnia aggravata nei confronti di Massimo Giletti e dell'ex sindaco di Cerasa Giancarlo Ricca. Spatuzza è stato molto chiaro: esiste un collegamento diretto tra le stragi di Capaci, via d'Amelio, Roma, Firenze e Milano, smentendo di fatto la falsa pista del dossier mafia-appalti portata avanti dalla commissione Antimafia e dalla compagine governativa. Un collegamento ormai accertato e scritto nelle sentenze della Cassazione: Giuseppe Graviano è stato condannato, assieme al fratello, come mandante delle stragi del 1992-1994. Cosa nostra, però, non agì da sola e per conto di sé stessa: "Ci stiamo portando dietro dei morti (quelli di Firenze, ndr) che non ci appartengono", disse Spatuzza durante un incontro con Giuseppe Graviano a Campofelice di Roccella (Palermo), in un periodo compreso tra la fine del 1993 e l'inizio del 1994; "c'era anche presente il Mangano Antonino, però non partecipa ai nostri discorsi". Davanti a queste "lagnanze", il boss gli chiese se "capivamo qualche cosa di politica"; "gli abbiamo detto di no e lui ci fa capire che lui è abbastanza preparato e, se va tutto a buon fine, ne avremo tutti dei benefici, a partire dai carcerati". Quindi, ha poi aggiunto, "non è più una questione di Cosa nostra", ma "è una questione di Cosa nostra mischiata con la politica e forse altre cose che nemmeno so" o che "se immagino non posso dimostrare".
In quell'occasione Graviano comunicò l'ordine di preparare un nuovo attentato importante (che sarebbe poi diventato il fallito attentato all'Olimpico del 23 gennaio 1994, contro i carabinieri).
Pochi giorni dopo questo incontro ci fu il famoso appuntamento al Bar Doney, in via Veneto, dove Graviano parlò a Spatuzza di Berlusconi e Dell'Utri. Graviano, ha detto sempre Spatuzza, in quell'occasione "era felicissimo, aveva la felicità che gli illuminava gli occhi".
"Dopo aver fatto il punto della situazione di quello che era il preparativo per l'attentato all'Olimpico - ha raccontato il teste - mi dice che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, che ci eravamo messi il Paese nelle mani, che le persone che avevamo portato avanti questa cosa erano persone serie. Mi fa il nome di Berlusconi (Silvio, ndr), che io tanto tendo a dire che se era quello del Canale 5, di Alberto De Santi. Che c'era di mezzo un nostro compaesano, Marcello Dell'Utri. Quindi avevamo chiuso tutto, eravamo felici, ci eravamo messi il Paese nelle mani". Il boss di Brancaccio non riferì, va precisato, di aver incontrato fisicamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Loro erano, così disse Graviano, "delle persone serie", non "quei quattro crasti dei socialisti che nell'88 si sono presi il voto e poi ci hanno fatto la guerra". Tra gli attori della stagione stragista c'è stata sicuramente la 'Ndrangheta, come cristallizzato dalla sentenza della Cassazione del processo 'Ndrangheta stragista: "Si erano mossi i calabresi che avevano ucciso dei carabinieri", aveva detto Graviano a Spatuzza sempre al Bar Doney. 


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Marcello Dell'Utri 


Baiardo? Mai conosciuto. Ho saputo tramite le televisioni

Il teste ha riferito di non conoscere l'ex gelataio di Omegna: "L'ho conosciuto in virtù della televisione, non l'ho mai conosciuto e nemmeno sapevo della sua esistenza", ha detto. Il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha chiesto a Spatuzza se sapesse chi, all'interno della famiglia di Brancaccio, potesse gestire i rapporti con Baiardo per conto di Giuseppe Graviano. La risposta è stata netta: “Non so niente. Chi si muoveva in queste zone per conto dei Graviano non ne sono a conoscenza. Spatuzza ha poi confermato di aver conosciuto Fabio Tranchina, “quello che curava la latitanza di Giuseppe Graviano”. “So che Tranchina è cognato di Cesare Lupo”, ha dichiarato, aggiungendo di non sapere nulla di eventuali rapporti tra Baiardo e Lupo. Una precisazione da parte del teste è stata fatta in merito all'attentato a Maurizio Costanzo, avvenuto in via Fauro: "Questo signor Baiardo va a dichiarare che per l'attentato a Maurizio Costanzo il Graviano si trovasse assieme a lui", ma "sta dicendo il falso perché era con me".


La collaborazione con la giustizia e il legame con i Graviano

Davanti al pubblico ministero De Gregorio, Spatuzza ha ricostruito il suo percorso criminale e il profondo legame con i boss Graviano, definendoli "i miei padri". La sua deposizione ha ripercorso anni di sangue, dal mandamento di Brancaccio fino agli attentati sul Continente. Spatuzza ha iniziato il racconto dalla sua giovanissima affiliazione: “Io ho fatto parte di quello che sia Cosa Nostra dagli anni 11-12 anni, da ragazzino frequentavo la famiglia Graviano, appartenenza della famiglia di Brancaccio”.
Ha proseguito spiegando come già a 15-16 anni fosse a conoscenza di omicidi e persone da uccidere. Ha ricordato i capi del mandamento: “Come responsabile era Benedetto Graviano, poi successivamente Filippo Graviano, e poi negli anni Giuseppe Graviano”. Ha partecipato “direttamente, indirettamente a degli omicidi” e ha “seguito tutta la stagione stragista, dal Costanzo, Firenze, fino ad arrivare all'ultima strage, quella che sia Fornello”.


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Salvatore Baiardo 


Dopo l'arresto di Antonino Mangano, ha raccontato di essere "stato fatto come reggente a capo della famiglia di Brancaccio e di Corso dei Mille, a Roccella e Ciaculli". E perché ha deciso di collaborare?
La mia collaborazione, la mia dissociazione in Cosa Nostra avviene negli anni 2000. Dopo un incontro in carcere con i fratelli Graviano a Tolmezzo, ha intrapreso “un percorso di ravvedimento profondo. Ha scontato “11 anni di 41 bis murato vivo”, definendo il suo trascorso una giusta detenzione perché la reputo e la reputavo giusta, perché tutto quello che avevo fatto era più che meritevole. Solo nel 2008 ha deciso di iniziare la collaborazione con la magistratura, raccontando ciò che sapeva sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Per Capaci "abbiamo procurato noi l'esplosivo e l'abbiamo consegnato”; per via d'Amelio: “Ho rubato la macchina, quella che è stata poi utilizzata come autobomba. Ho avuto un ruolo ancora più partecipe”. Ha ricordato l'incontro con Giuseppe Graviano pochi giorni dopo la strage del 19 luglio 1992 in via Lincoln, dal macellaio Farano: “Mi comunica, praticamente era un incontro per ringraziarci che avevamo fatto successo, avevamo fatto centro quello che è stata la strage. Quindi mi raccomanda di mettere da parte tutti questi screzi perché dobbiamo portare avanti altre cose come di quel genere. Il teste ha poi ricostruito la pianificazione degli attentati sul Continente. Dopo il fallito attentato a Maurizio Costanzo del 14 maggio 1993, in una riunione a Santa Flavia alla presenza di Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Francesco Tagliavia, è stato inserito nel ruolo operativo di primo piano al posto di Fifetto Cannella. Lì “si pianifica l'attentato di Firenze” usando cataloghi e plan per indicare l'obiettivo di via dei Georgofili. Ha poi concluso confermando la sua partecipazione anche alle stragi di Roma e Milano.

Prossima udienza 22 luglio 2026, ore 9,30.

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