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Processo Baiardo, Graviano: ''Mio nonno fece una società con Silvio Berlusconi''

L'ex boss di Brancaccio nega di aver mai conosciuto l'ex generale dell'Arma Francesco Delfino

Luca Grossi
antimafiaduemila

Ennesimo show targato Giuseppe Graviano: una marea di "non ricordo", "non mi sembra", accuse fumose e parole scivolose. Molte le dichiarazioni non riscontrate, molte le perplessità.
L'aula numero 2 del tribunale di Firenze ha visto ieri svolgersi l'ultima udienza prima delle discussioni finali, previste per il 2 e 4 novembre, del processo a carico di Salvatore Baiardo, ex gelataio di Omegna - presente in aula - condannato per essere stato ultimo favoreggiatore della latitanza dei fratelli capi mafia di Brancaccio. L'ex boss, ricordiamo, è detenuto da oltre tre decenni per le condanne relative alla stagione stragista e all'omicidio di don Pino Puglisi e non ha mai intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia. Sentito nella veste di testimone assistito (dopo un braccio di ferro durato tutta la mattinata tra accusa e difesa), ha toccato il tema centrale del dibattimento: la (presunta) foto che ritrarrebbe ipoteticamente l'ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino, Silvio Berlusconi e lo stesso Giuseppe Graviano sul lago d'Orta. Questo scatto, secondo Massimo Giletti, gli sarebbe stato mostrato proprio da Baiardo in un bar a Castano Primo.
L'ex gelataio ha negato l'esistenza della stessa, da qui la contestazione del reato di calunnia.
"Non ho mai conosciuto il generale Delfino" e non ho mai "avuto incontri" con Berlusconi sul lago d'Orta, ha detto il boss. "Questa della fotografia di me, Berlusconi e il generale Delfino è una falsità. Prima di dire una cosa del genere si deve andare a verificare", "ho sentito molte bugie in televisione", o meglio nella trasmissione "Non è l'Arena". Sul perché, allora, Baiardo avrebbe mostrato questa foto a Giletti, Graviano ha risposto: "Non lo so perché Baiardo avrebbe detto la falsità della foto a Giletti".
Lo stesso giornalista, accusa Graviano, "ha detto delle bugie": "L'agenda rossa... e anche questa della fotografia col generale Delfino è una falsità", ha ribadito. L'accusa, rappresentata in aula dai pm Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri, ha anche fatto domande sui rapporti tra la famiglia Graviano e Silvio Berlusconi, partendo da ciò che lo stesso ex capomafia di Brancaccio aveva dichiarato a Firenze nel 2020.
Le risposte, molto spesso, sono andate oltre il perimetro della domanda e molte di queste, ripetiamo, sono ancora da verificare e vagliare con attenzione.
"Mio nonno (Filippo Quartararo, ndr), insieme ai suoi amici, ha fatto una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70" per "investire nell'edilizia", ha detto Graviano; "era benestante" e "aveva investito 4-5 miliardi di lire"; per questo "gli era stato promesso ciò che sarebbe stato prodotto da quell'anno in poi". Il totale della ricchezza investita, secondo il boss, si aggira intorno ai "venti miliardi di lire" e di tutto quello che si sarebbe fatto il 20 percento sarebbe andato al nonno. Ha detto di non ricordare l'origine dei rapporti tra l'ex premier e suo nonno e di non sapere nulla più, in quanto tutto era stato "seguito" dal cugino, Salvatore Graviano.
Graviano ha precisato che avrebbe saputo della società con il futuro fondatore della Fininvest dopo la morte di suo padre Michele, assassinato il 7 gennaio 1982, dal nonno materno. Sarebbe stato lo stesso Quartararo poi, tra il 1982 e 1983 (cioè durante il lutto per suo padre), a fargli conoscere di persona Berlusconi: "Sì, sono stato presentato a Berlusconi, me lo presentò il nonno", a Milano, era un "motel di cui non ricordo il nome", che poi si rivelerà essere l'hotel Quark. All'incontro, ha precisato, "eravamo io, mio nonno e mio cugino, penso che Berlusconi era da solo".
C'è stata anche l'occasione di parlare del suo arresto, ma Graviano ha liquidato tutto con una frase: "Io non so chi mi ha fatto arrestare di preciso. Qualcuno ha detto che io andavo al ristorante 'Il Cacciatore' ed è uscita la notizia prima che arrivassero i carabinieri".


La 'scrittura privata'

Graviano ha dichiarato in aula l'esistenza di una presunta "scrittura privata" - ad oggi mai trovata e che lui dice di aver probabilmente visto - che documenterebbe l'avvio dei rapporti tra il nonno materno e altri imprenditori palermitani con Silvio Berlusconi. Una versione che il boss Graviano aveva già accennato al processo 'Ndrangheta Stragista nel 2020 a Reggio Calabria. Dopo la morte del nonno, il boss e il cugino Salvatore avrebbero preso in mano la cosa e l'incontro del dicembre 1993, poco prima del suo arresto, mentre era ancora latitante, con Berlusconi a Milano sarebbe servito "per sistemare tutto" e per fissare una data "del febbraio 1994 per formalizzare i nomi delle persone che dovevano entrare nella società".
Nel verbale datato 20 novembre 2020, Graviano aveva dichiarato che tale carta sarebbe stata firmata da tutte le “persone che avrebbero fatto l'investimento con Berlusconi" e che "forse c'era anche un notaio".
"Io non so dove sia la carta privata" - ha aggiunto - "io da quando sono stato arrestato, da allora, non so niente. Hanno fatto la perquisizione e non l'hanno trovata. Io non so. Ve l'ho detto che esiste, ma non so più niente, non so se c'è ancora". In un passaggio successivo, il pm Gestri ha chiesto se "prima o poi tale carta" potrebbe "diventare disponibile, se esiste, visto che lei ha detto che c'è la firma di Berlusconi". "Se ne occupava mio cugino Salvatore. Io non so più niente", ha replicato Graviano. In conclusione di testimonianza, Graviano, rispondendo al pm De Gregorio, ha detto che "ora non mi interessa più far rispettare quei patti".  


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Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Cioè quelli tra Berlusconi e il nonno.
Il secondo incontro con l'ex premier avvenne, sempre secondo l'ex boss, nel 1986: fu a "Milano, se non erro, allo stesso albergo". Graviano era latitante dal 1984: "Penso che Berlusconi sapesse che ero latitante", ha detto, e con "lui ho avuto solo discorsi economici". L'ultimo incontro avvenne poco prima dell'arresto di Graviano (gennaio 1994) a "Milano 3", in "un appartamento"; a partecipare "c'era mio cugino e Berlusconi forse aveva qualche altra persona, ma non mi ricordo chi". 


Latitante a Omegna

Giuseppe Graviano ha riferito davanti alla corte che da latitante si era "trasferito nel 1991 a Omegna". 
Baiardo? Conosciuto attraverso "Lupo Carmelo". 
L'ex gelataio accompagnava Graviano e "si intestava gli affitti", trovava case. 
Tutto questo lo faceva perché "era parente di Lupo Carmelo". "Mi ha accompagnato anche a Milano", ha aggiunto l'ex boss, ma "non mi ricordo" se anche per gli "incontri con Berlusconi".
E poi soldi che sarebbero serviti per acquistare, tramite Salvatore Baiardo, uno o due appartamenti a Omegna; soldi provenienti da restituzioni di profitti di vecchi investimenti del nonno Filippo Quartararo in società di Berlusconi. 
Il pm Leopoldo De Gregorio ha evocato la somma citando dei verbali. Graviano ricordava "10 milioni di lire per comprare l'appartamento, ma non mi ricordo di preciso". "Forse erano invece 125 milioni?", replica il pm. "Non mi ricordo", ha risposto Graviano, ma "in parte il denaro veniva da restituzioni di Berlusconi a mio cugino Salvatore da investimenti del nonno". Gli è stato chiesto se ha finanziato la gelateria di Baiardo a Omegna. "No, io l'ho trovata già avviata, la gelateria, e lavorava tantissimo - ha risposto -. Io non mi sono mai intromesso nella sua attività". "Ma Baiardo dice di aver ricevuto 70.000 euro da lei", gli è stato contestato. "Io - ha replicato Graviano - non ho mai dato un centesimo per la gelateria, se io devo dare dei soldi devo fare la società", "io non presto soldi, faccio una società". Giuseppe Graviano ha poi detto di essere rimasto "fino al settembre 1992 a Omegna", dove Baiardo si intestava l'affitto delle case, così come "quando andavamo in vacanza al Carnevale di Venezia, a Riccione e Baiardo veniva con noi". "Baiardo l'accompagnava anche a Milano?". "Sì". "Anche con Berlusconi?". "Non ricordo bene", ha risposto Graviano.
Giuseppe Graviano ha anche ricordato i luoghi di villeggiatura durante la latitanza nel 1992 e nel 1993: "Andavamo a Venezia, a Riccione, a Forte dei Marmi, da cui poi ci siamo allontanati perché avevamo incontrato" una persona, "allora andammo a Gardaland, poi sono andato a Sirmione con mia moglie". "Andavo anche a Viareggio, dove avevo un'azienda, città che io frequentavo". 


Avvocato di Graviano: mio assistito pensa che forze non vogliano che dica sua verità

"Oggi Giuseppe Graviano riflette se è il caso di continuare a discutere di tutti gli argomenti che conosce o se è arrivato il momento di interrompere ogni rapporto", ha detto l'avvocato difensore Antonio Sanvito dopo il processo Baiardo a Firenze, parlando con i cronisti sui procedimenti a Caltanissetta. Il boss a settembre ha mandato una lettera ai giudici annunciando di voler fare delle dichiarazioni. "Si sono verificate delle situazioni particolari, Graviano è stato informato tramite me - ha detto l'avvocato Sanvito -. Tra queste c'è stata una trasmissione di atti dalla procura di Reggio Calabria per calunnia nei confronti di Gaetano Grado, con un accompagnamento di questa chiusura indagine coincidente con l'udienza del 14 settembre a Caltanissetta", e "Graviano pensa probabilmente ci possano essere delle forze che non vogliono che lui possa chiarire tutto quello che lui sa e possa raccontare tutte le sue storie e tutte le sue verità". "Forse anche oggi - ha proseguito Sanvito - Graviano ha detto che gli avvocati stanno facendo attività di indagine difensive perché dobbiamo comprendere per quale motivo Caltanissetta è stata così importante", "abbiamo un procedimento composto da 5700 pagine e mi chiedo se a Caltanissetta sono stati trasmessi tutti gli atti o è stata trasmessa solo la chiusura indagine. E con essa questa comunicazione di inaffidabilità di Giuseppe Graviano. Perché? Ce lo stiamo chiedendo". "Questa è una carta privata di Graviano Salvatore, che è deceduto, e non si sa che fine abbia fatto. È stata realizzata tra gli anni '70 e '80 allorquando questi imprenditori di Palermo hanno investito denaro consegnandolo a Berlusconi" ha spiegato ai giornalisti l'avvocato. "In quel momento è stata redatta e sottoscritta quella carta - ha continuato questa ricostruzione - ed era necessaria per arrivare a costituire questa società che desse riconoscimento a questo 20% che dovevano Berlusconi e la sua famiglia a questi investitori palermitani". "Soldi leciti - ha sottolineato l'avvocato Sanvito - Quartararo non ha mai subito un sequestro, una confisca". Il cugino "Salvo Graviano - ha detto ancora l'avvocato Sanvito - aveva cercato di recuperare questi soldi, avevano degli incontri regolari. Salvo Graviano si occupava lui di queste questioni e aveva più incontri con Berlusconi, è stato detto, per arrivare alla soluzione", "per cui la carta è stata sfruttata, solo che poi non si è arrivati a conclusione". "Forse - commenta - sono passati un po' di anni, si parla del 1994, se un accordo era stipulato negli anni '70 e '80 forse era carta straccia", comunque "c'era una persona, Graviano Salvatore, che cercava di recuperare" l'investimento", "cercava di riuscire a creare questa società con la famiglia Berlusconi". 


La replica di Marina Berlusconi

Marina Berlusconi ha parlato di “giustizia si è capovolta: un feroce boss si è travestito da pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può nemmeno difendersi. Questo è il processo contro Baiardo: un monumento all’ipocrisia giudiziaria”. La figlia dell’ex premier ha inviato una lettera al Ilgiornale.it, per sostenere che: “Baiardo, accusato di calunnia, è soltanto un pretesto: i veri imputati sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, costretti a un processo surrettizio che fa scempio delle regole dello Stato di diritto”. “Senza alcun riscontro – prosegue Marina Berlusconi -, si è permesso che le farneticanti dichiarazioni di uno stragista su incontri inesistenti e presunti capitali oscuri all’origine di Fininvest si trasformassero in un’ipotesi da prendere in considerazione. Peccato che decenni di indagini, una quantità sterminata di documenti passati al setaccio e verifiche di ogni genere abbiano sempre prodotto lo stesso risultato: di quegli incontri e di quei capitali non c’è alcuna prova, il nulla più assoluto. E non potrebbe essere altrimenti, perché non sono mai esistiti. Eppure, si ricomincia ogni volta da capo, in un assurdo eterno ritorno al punto di partenza, dove ciò che è già stato accertato – e che dovrebbe essere definitivamente chiarito – sembra non contare nulla”. 

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