La prima cosa che imparai da Piero Fagone fu, che se volevo mettere piede a Palazzo dei Normanni, la mitica sede dell’Autonomia siciliana, avrei dovuto indossare la cravatta. Sì, la cravatta.
Non c’erano santi, non c’erano discussioni, era obbligatoria. Ancor prima del taccuino, di penna e del registratore. E con il nodo fatto a regola d’arte.
Una parola.
Io, che iniziavo il mestiere di cronista a L’Unità, che venivo dalle manifestazioni di piazza del ’68, da quelle che si tenevano al porto contro la sesta flotta americana diretta in Vietnam, dalle cariche della polizia e da quelle, non meno simpatiche, dei fascisti dell’epoca, all’inizio non volevo sentire ragioni. Battaglia persa, la mia.
Fagone, con molto garbo, mi accompagnò dal cavaliere Pustorino, che aveva bottega (che per decenni e decenni fu tempio dell’eleganza siciliana, rinomato in tutt’Italia, dopo essere stato, quel negozio, il fornitore ufficiale di Casa Savoia) ai Quattro Canti di città, in via Vittorio Emanuele, e mi introdusse nel mondo delle cravatte inglesi, di cachemire o seta che fossero, e mi giudicò pronto per l’avventura istituzionale: richiedere il tesserino di “cronista parlamentare”.
Erano i primissimi anni '80.
A Palazzo dei Normanni c’erano il presidente della regione, quello dell’assemblea regionale, gli esponenti dei partiti.
E c’era Piero Fagone.
Poi, gruppone a parte, i rappresentanti delle testate cittadine e di quelle locali. Tutti rigorosamente in cravatta.
Piero Fagone, però, rappresentava un mondo a sé.
Un lord, innanzitutto. E questo si capisce. E ora non parliamo più di cravatte, o eleganza innata, ma di quella sua infinita disponibilità a dialogare con tutti, spiegando loro le regole del mestiere, quello che potevano e che non potevano fare.
Spiegava, ma solo se interpellato, il mestiere del giornalista ai giornalisti e quello del politico ai politici.
Tutti i deputati regionali (tutti) andavano in pellegrinaggio da lui, alla sua scrivania, perché conosceva le leggi, quelle fatte e quelle che si sarebbero potute fare, conosceva vita morte e miracoli dei governi siciliani che si erano avvicendati, sapeva del dopoguerra, dell’occupazione delle terre e della parentesi (controversa e discussa) del milazzismo, sapeva leggere i bilanci, e se era in arrivo qualche polpetta avvelenata, sotto forma di curiosi emendamenti approvati nel cuore della notte, capiva a meraviglia dove i firmatari furbacchioni di quell’articolo volevano andare a parare.
Ricordo un episodio.
Un suo articolo, della lunghezza di un cablogramma dettato dal fronte, che gli vidi scandire “a braccio”, come si dice, a notte fonda, mentre il “Giornale di Sicilia”, il giornale per il quale lavorava a tempo pieno, stava per andare in stampa.
Ricordo il titolo, più che il contenuto, che prendeva spunto da una delle polpette avvelenate di cui dicevo sopra.
Il titolo era questo: “Per i figli dei figli piantammo l'ulivo”.
Seguiva, apparentemente asettica, una manciata di righe di cronaca per denunciare che, chi aveva firmato quella proposta di legge, non intendeva altro che fornire benefici ai parlamentari che sarebbero venuti in un prossimo futuro. Il suo articolo venne pubblicato in prima pagina.
E l’indomani, l’emendamento dello scandalo venne ritirato.
In poche parole, con poche parole, Fagone aveva ridicolizzato i furbacchioni.
Per chi votava Piero Fagone?
Vai a sapere.
Mi risulta che ci fosse una profonda stima - e vicendevole - con Pio La Torre, ma anche con altri dirigenti del Pci di allora. E che non gradisse affatto la decisione del governo nazionale dell’epoca di installare a Comiso la base missilistica americana dei Cruise.
Il resto ha poca importanza.
Per quanto mi riguarda, non gli devo solo una meravigliosa collezione di cravatte, che conservo gelosamente, pur non indossandole, ancora oggi.
Gli devo anche - e voglio ricordarlo, ora che si è spento a 91 anni - di avermi costretto a riscrivere parecchi articoli che non incontravano la sua approvazione.
Anche io ero fra quelli che andavano in pellegrinaggio da lui.
La rubrica di Saverio Lodato












