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Pagliani opta dunque per la linea difensiva del contrattacco. “Si potrà discutere dell'opportunità di quel tipo di difesa - si legge nella sentenza - e sostenere che fosse più opportuna una richiesta pubblica di scuse adducendo un errore dì valutazione della caratura criminale dei soggetti che lo avevano coinvolto nell'iniziativa, ma non si può negare che egli stesse difendendo se stesso […] Non vi sono elementi per sostenere che i sodali si servissero ancora di Pagliani, che non era più il promettente uomo politico della cena del 21 marzo, ma era un uomo politico in forte difficoltà. E in ogni caso, non può sostenersi che Pagliani stesse dando attuazione all'accordo politico-mafioso del 2 marzo, sol considerato che le condizioni di quell'accordo non c’erano più […] Non vi sono elementi univoci che consentano di ritenere che la linea di condotta del Pagliani sia stata determinata dalla volontà di fornire la propria attiva collaborazione all'associazione in un momento di gravi difficoltà e non dalla necessità di difendere politicamente il proprio precedente operato. Tale conclusione non muta alla luce dell'apparizione pubblica del Pagliani, ancorché massimamente inopportuna e fonte di disagio nella pubblica opinione: la partecipazione alla trasmissione televisiva in onda su Telereggio del 10/10/2012 condotta da Marco Gibertini insieme all’avvocato Stefano Marchesini denominata Poke Balle e, quella sera, intitolata "La cena delle beffe". Pagliani era ospite di Gibertini e, nel corso della trasmissione, era mandata in onda un'intervista registrata il giorno prima dagli stessi Gibertini e Marchesini di Gianluigi Sarcone”. Anche il Maggiore Leuzzi, durante l’udienza del 2 febbraio, ha lungamente parlato di questa vicenda: “sono interviste, e lo appuriamo anche con le intercettazioni, che sono state preventivamente preparate. Pagliani si incontra con Gibertini prima della trasmissione e si mette d’accordo con lui” - Bisogna prepararsi! Se vuoi ci vediamo prima! dice Gibertini a Pagliani”.
È questa la vicenda di Giuseppe Pagliani, ricostruita attraverso l’incrocio delle deposizioni, delle motivazioni della sentenza, dell’ordinanza di custodia cautelare, insieme ad articoli di giornale e servizi televisivi. È dunque certo che Pagliani conosceva alcuni protagonisti. È certo che agli occhi di Nicolino Sarcone, Pagliani fosse dotato delle caratteristiche adeguate per farsi protagonista del suo progetto. “Né può dirsi che Sarcone si fosse sbagliato - scrive il giudice - sol si pensi alla facilità e all'entusiasmo con le quali Pagliani si era messo subito al servizio del boss. Ciò senza porsi alcun interrogativo, che invece si erano posti gli altri partecipanti alla cena del 21 marzo. Pagliani non si era posto siffatti interrogativi perché, in primo luogo, a differenza degli altri, aveva stipulato un patto ed attendeva che '"ì voti lo portassero in cielo" e, soprattutto, perché sapeva già le risposte. Infatti, è da escludere l'ipotesi che Pagliani ignorasse la qualità criminale di Nicolino Sarcone. Sirammenta altresì che Pagliani, tramite l’intermediazione di Paolini, avrebbe dovuto incontrare anche Alfonso Diletto.Né vale a modificare il giudizio di consapevolezza del Pagliani il passo della conversazione con l'avvocato Sarzi Amadè nel corso del quale, alle manifestate preoccupazioni di quest’ultimo circa i partecipanti alla cena che non erano di suo gradimento, Pagliani chiedeva di specificare e Sarzi Amadè rispondeva "Sarcone". L'atteggiamento di Pagliani non muta nettamente, non si registra una decisa presa di distanza e sarà Pagliani a chiedere un aiuto a Paolini per la lista elettorale di Campegine […] Il punto è che Pagliani, si è visto offrire adesso nuovi argomenti, una nuova linfa vitale che, sommata ai voti dei calabresi comunque promessi, era divenuta un'opportunità che poteva essere decisiva per la sua carnera politica. Un richiamo per lui irresistibile”.














