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Omicidio Mattarella, il retroscena di Ninni Cassarà: ''Ucciso perché pericoloso''

AMDuemila

Repubblica pubblica il colloquio segreto tra l’investigatore e il senatore dell’Antimafia Sergio Flamigni 

Nei giorni scorsi Repubblica è venuta in possesso di un documento eccezionale: ventiquattro pagine dattiloscritte, fitte di riflessioni e di appunti corretti a mano, redatte dal vicequestore Ninni Cassarà, assassinato da Cosa nostra il 6 agosto 1985. Una delle parti più interessanti, oltre alla lucida analisi che fa del potere mafioso del tempo, riguarda il delitto Mattarella. 
Cassarà, capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo e stretto collaboratore di Giovanni Falcone, nel 1984 - stando a quanto ricostruito da Salvo Palazzolo su Repubblica - aveva incontrato in gran segreto il senatore del PCI e componente della commissione parlamentare antimafia, ex partigiano, Sergio Flamigni. Il colloquio avvenne con la presenza dell’agente Natale Mondo, anche lui poi assassinato dalla mafia nel 1988. 
Dalle pagine dattiloscritte emerge un Cassarà consapevole della portata delle proprie indagini: “Concedere dei permessi ai mafiosi è fatto che incide sulla sicurezza pubblica. La presenza sul territorio può turbare delle situazioni”. E ancora: “C’è un pezzo di imprenditoria palermitana che ha un rapporto organico, di mutuo soccorso con l’organizzazione mafiosa”. L’investigatore racconta la vita di sacrificio degli uomini della Mobile: “Da quattro giorni non vedo i miei figli, e per me tutto questo è normale… è un ritmo di lavoro che ho assunto, è una scelta che ho fatto”.
Sull’uccisione del presidente della Regione Piersanti Mattarella è netto: “Aveva un modo nuovo di governare. Non aveva una corrente con cui controllava il partito, però aveva aggregato attorno a sé tutta una serie di forze sociali, sindacali e voleva essere davvero un modo di governare più pulito”. Per l’investigatore, il movente è chiaro: “Mattarella cade sulla storia degli appalti delle scuole, ho fatto un rapporto su questa storia… Cade non perché fossero importanti sei miliardi per sei scuole, ma perché se il presidente della Regione comincia a rompere le scatole e si inserisce in questa storia diventa un uomo pericoloso”.


piersanti mattarella pd

Piersanti Mattarella


Nel documento, Cassarà risponde a domande serrate del senatore, raccontando i limiti tecnici della lotta alla mafia: “Microfoni direzionali non ne abbiamo… Palermo è una città particolarmente inquinata per cui a volte certi telefoni diventano muti. Ci sono impiegati della Sip che sono parenti, amici, conoscenti dei mafiosi, e all’improvviso sentiamo: ‘Il telefono ha la tosse’”. Parla del metodo investigativo: “Già da tempo abbiamo iniziato a schedare le imprese mafiose… È importantissimo centralizzare i dati”. E denuncia la carenza di risorse: “La legge La Torre è importante… ma come facciamo la lotta alla mafia con cinque auto? Io ho bisogno di uomini e risorse per trovare i prestanome”. 
Cassarà dimostra di avere anche un’ampia visione del fenomeno mafioso, che va oltre l’Italia: “C’è un tavolo rotondo al quale si siedono in 10, 20, che sono quelli che detengono il potere in questa città, e tutti sono interessati al traffico internazionale di stupefacenti… Poi i loro soldi vengono investiti: a Roma, per esempio, ritengo che ci siano… grosse imprese di costruzioni che hanno 10 cantieri in contemporanea”. Ma conosce a fondo anche le dinamiche locali: “Al centro c’è il mondo mafioso, poi c’è un altro cerchio… lì sta certa imprenditoria, che dice: ‘Lo Stato non mi garantisce il lavoro e allora io un rapporto con certe persone lo devo mantenere’”. 
“Non è davvero una situazione facile… il cittadino si sente estraneo al problema mafioso - aggiunge -. Qual è invece il suo problema? Lo scippo o il furto. Sembra che la questione della lotta alla mafia riguardi magistrati e poliziotti, mentre tutti gli altri sono degli spettatori”. “Io ritengo che all’Investigativa siamo persone pulite”, continua. Il senatore, nelle sue note, scrive: “Il tono dell’affermazione è piuttosto serio e preoccupato”. Parole che oggi assumono un peso ancora maggiore, sapendo che l’allora capo della Mobile Ignazio D’Antone e l’ex dirigente Bruno Contrada sono stati condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.  

Fonte: La Repubblica

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