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Non era un accordo, era una trappola. Ecco l'attacco finale all'Iran per il petrolio

"Il bullo del Medio Oriente è morto": Trump su Truth Social ordina la resa o la distruzione del Paese

Francesco Ciotti

Il moloch ha gettato di nuovo la maschera. Non c’era mai stata la possibilità di raggiungere un accordo con l’Iran e non ci sarà mai.

"L'esercito iraniano è un completo e totale disastro. Gran parte di esso, ad esempio la loro Marina e l'Aeronautica, non esiste nemmeno più, sono stati completamente sconfitti. L'Iran è tutto chiacchiere e niente azione. Il bullo del Medio Oriente è morto!! Hanno impiegato troppo tempo per negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagare il prezzo!!", ha dichiarato Donald Trump su Truth Social, dopo che il suo principale alleato Benjamin Netanyahu non ha nemmeno mai rispettato i termini di cessate il fuoco continuando a bombardare il Libano.

A FOX News, il tycoon ha poi alzato i toni di fuoco minacciando il peggio: "Li attaccheremo, e li attaccheremo duramente. Riprenderemo i bombardamenti. Ne abbiamo il diritto. Hanno abbattuto il nostro elicottero. E all'inizio hanno detto di non essere stati loro. Poi hanno ammesso di averlo fatto. È stato piuttosto facile perché abbiamo la bomba. Abbiamo veramente la bomba. Siamo stati molto fortunati che quella bomba non sia esplosa. Quella bomba era incastrata nell'elicottero. Non è esplosa. Era in fiamme, ma non è esplosa."

Parole che stanno provocando orgasmi di compiacimento ai sacerdoti del complesso militare industriale.  Il guerrafondaio fanatico Lindsey Graham, in occasione del suo trionfo alle primarie repubblicane, ha ben pensato di concedere un assist messianico al tycoon, ormai elevato a strumento divino.

“Voglio ringraziare il grande capo, Dio. Trump viene dopo. Signor Presidente, non è molto indietro rispetto a Dio, ma cominciamo da lui”.

Contestualmente, i media israeliani di i24NEWS hanno confermato che gli Stati Uniti si stanno preparando a lanciare una serie di attacchi più ampi contro obiettivi iraniani nelle prossime ore, che andranno oltre la portata dei precedenti raid.

Il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth è arrivato ad essere ancora più esplicito. “Il CENTCOM sarà impegnato stasera, perché il Presidente Trump ha detto che colpiremo duramente l'Iran, e lo faremo”, ha dichiarato, rivelando che "quando bombarderemo l'Iran stasera, non si tratterà di riprendere la guerra, ma di convincerli ad accettare i nostri termini dell'accordo".

Se non fossero parole tanto drammatiche e criminali ci sarebbe da ridere a crepapelle se tenessimo conto del fatto che quei termini dell’accordo avrebbero dovuto essere raggiunti massimo 48 ore dopo l’inizio degli attacchi del 28 febbraio.

In ogni caso Hegseth, invece di alcolizzarsi e dedicarsi a gare di flessioni con i marines dovrebbe magari studiarsi un po' di diritto internazionale, in particolare l’Articolo 52 della Convenzione di Vienna:

"Un trattato è nullo se la sua conclusione è stata ottenuta mediante la minaccia o l'uso della forza in violazione dei principi del diritto internazionale sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite".

Quali sarebbero le condizioni americane? Trump non ha tardato di esplicitarlo: parlando ad ABC News l’inquilino della Casa Bianca ha suggerito che gli Usa otterranno "la metà del petrolio" dell'Iran come compensazione per la ricostruzione del Paese.

"Qualcuno dovrà costruire tutte queste infrastrutture — ponti, centrali elettriche e altre strutture — e ciò costerà un trilione di dollari, forse anche di più." Alla domanda di un giornalista se si trattasse di qualcosa di simile al Piano Marshall, Trump ha risposto: "Sì, ma noi avremo metà del loro petrolio."

Altro che minaccia nucleare, sembra davvero incredibile che il vero motivo fosse appropiarsi dell’oro nero, prendendo il controllo di un hub che copre 13–15% delle forniture della Cina.

In queste ore, i bombardieri americani stanno intanto entrando nello spazio aereo dell’Arabia Saudita.
 

Arrivano i bombardamenti Usa, l'Iran chiude totalmente lo stretto di Hormuz

Ed ecco che nelle prime ore di giovedì, una nuova ondata di attacchi statunitensi ha colpito il sud dell’Iran, come promesso da Trump ed Hegseth. Esplosioni sono state segnalate in diverse aree della provincia di Hormozgan, in particolare nelle contee di Sirik e Qeshm, dove “i sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione” sull’isola strategica affacciata sullo Stretto di Hormuz.

Secondo fonti locali e media statali iraniani, “una località di Kargan è stata colpita da proiettili nemici per ben cinque volte all’1:45 del mattino”, mentre ulteriori detonazioni sono state udite nei pressi del porto di Bandar Abbas, anche se “l’esatta ubicazione degli impatti non è stata ancora determinata”. Segnalazioni non confermate indicano possibili attacchi anche ad Asaluyeh, nodo cruciale per l’industria energetica iraniana.

Il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha confermato la ripresa delle operazioni offensive dopo una pausa di 24 ore, mentre da Teheran si parla apertamente di “aggressione non provocata contro la Repubblica islamica”. Le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) sostengono che i precedenti attacchi americani abbiano colpito Jask, Sirik e Qeshm con il “falso pretesto” di un incidente aereo, causando danni a infrastrutture civili, tra cui una torre di telecomunicazioni e serbatoi idrici.

La risposta iraniana si è rapidamente estesa a livello regionale. Secondo l’IRGC, “la Marina ha effettuato un attacco con droni contro il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein”, seguito da lanci missilistici contro la base di al-Azraq in Giordania, indicando un ampliamento del teatro operativo ben oltre il territorio iraniano.

Parallelamente, la crisi ha assunto una dimensione strategica globale con l’annuncio del Comando Khatam al-Anbiyaa della “chiusura totale dello Stretto di Hormuz”, con la dichiarazione che “ogni singolo movimento attraverso lo Stretto sarà preso di mira”. Si tratta di una misura estrema che, se attuata pienamente, potrebbe interrompere una delle principali arterie energetiche mondiali.

Circolano inoltre informazioni non verificate secondo cui l’Iran avrebbe già colpito imbarcazioni in transito e starebbe valutando “operazioni di minamento su larga scala” dello Stretto, segnando un possibile passaggio da una strategia di deterrenza a una di interdizione attiva del traffico marittimo.


stretto di hormuz ia deposit

Immagine generata con supporto IA

 

Il detonatore: l'Apache abbattuto sullo Stretto di Hormuz

Come evidenziato da Trump, il casus belli questa volta è partito da un elicottero d'attacco AH-64 Apache dell'esercito statunitense precipitato nei pressi delle coste dell'Oman, mentre pattugliava le acque dello Stretto di Hormuz. I due piloti erano stati tratti in salvo nel giro di due ore da un drone navale di superficie, in quella che rappresentava la prima operazione di questo tipo condotta dalle forze americane. Trump aveva scelto sin da subito di non lasciare che l'episodio si risolvesse in sede tecnica: "Sono appena stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi Apache mentre pattugliava lo Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco", aveva scritto su Truth Social. In parallelo, al Wall Street Journal minimizzava: "Non è stato un grosso problema, il pilota sta bene." Le due comunicazioni, lanciate in contemporanea a pubblici diversi, rivelano la struttura portante della strategia retorica presidenziale — incalzare l'elettorato nazionalista, rassicurando al tempo stesso i mercati.

La versione iraniana era stata totalmente opposta. "L'elicottero Apache americano non stava sorvolando acque internazionali. Lo Stretto di Hormuz è acque iraniane. Risponderemo con decisione e immediatamente a qualsiasi attacco statunitense contro l'Iran", aveva dichiarato un alto funzionario di Teheran ad Al-Jazeera.
 

La risposta americana: tre ondate di raid sulle coste iraniane

Ieri sera, il Comando Centrale del Pentagono ha aperto il fuoco sul territorio iraniano, descrivendo l'attacco come rappresaglia per l'incidente dell'Apache. Secondo il giornalista di Axios Barak Ravid, ci sono state tre ondate distinte di attacchi. Le esplosioni hanno scosso Bandar Abbas e Jask, nonché le isole di Qeshm e Sirik. I bombardamenti hanno distrutto due bacini idrici e danneggiato un ripetitore per le telecomunicazioni nel sud del Paese. Secondo un elenco preliminare degli obiettivi diffuso da fonti iraniane, i raid hanno colpito la base navale di Sirik, la base navale di Jask, postazioni di difesa aerea nei pressi di Bandar Abbas, un sito missilistico costiero vicino a Minab e un sito missilistico costiero sull'isola di Qeshm, con la possibilità — non ancora confermata ufficialmente — che fosse stato preso di mira anche il porto commerciale di Qeshm.
 

La contro-risposta iraniana: droni sulla Quinta Flotta e missili in Giordania

La rappresaglia di Teheran non si è fatta attendere. In risposta agli attacchi americani, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha lanciato un attacco con droni alle 2:30 del mattino contro le forze navali della Quinta Flotta statunitense in Bahrein.  L’IRGC ha anche segnalato attacchi contro diverse basi americane nella regione, avvertendo esplicitamente che, se le azioni ostili da parte degli Stati Uniti dovessero continuare, seguiranno misure di rappresaglia più severe.

Il colpo più significativo è arrivato sulla base aerea di Al-Azraq, in Giordania. Il servizio stampa delle Guardie Rivoluzionarie ha affermato che le proprie forze aerospaziali hanno lanciato missili balistici a propellente solido, "distruggendo quattro obiettivi di alto valore, tra cui hangar che ospitavano aerei militari F-35 e un centro di comando e controllo militare statunitense." Al-Azraq — nota anche come base aerea di Muwaffaq Salti — è un'installazione congiunta statunitense-giordana situata a circa 100 km a est di Amman. Le immagini satellitari di febbraio mostravano più di 60 aerei da combattimento statunitensi, tra cui 30 F-35 e 36 F-15. L'attacco ad Azraq ha trascinato la Giordania, alleato nominale degli Stati Uniti, direttamente nel fuoco incrociato, aprendo una nuova dimensione geografica del conflitto.
 

Dietro la facciata della pace: il ruolo di Rubio e Netanyahu

Tutta una grande farsa. Mentre la diplomazia pubblica americana parlava di "mantenimento della pace", un rapporto di Israel Hayom ha rivelato che, per quanto riguarda i bombardamenti su Beirut che hanno per l’ennesima volta oltrepassato la linea rossa stabilita da Teheran,  "Israele ha lanciato l'attacco dopo coordinamento e con il consenso americano — in pratica, con il consenso dello stesso Trump. Anche gli obiettivi sono stati concordati."

L'influenza di Marco Rubio sul presidente avrebbe silenziosamente modificato gli equilibri, e Israele aveva lanciato un attacco contro l'Iran il giorno successivo alle dichiarazioni pubbliche di distensione da parte americana. A porte chiuse, Rubio e Netanyahu avrebbero complottato per colpire l'Iran, mentre Washington recitava la parte del mediatore. I 37 annunci di accordo imminente che si sono susseguiti da marzo, in questo quadro, appaiono soprattutto come una copertura per salvaguardare i mercati finanziari — "è tutto un inganno", come affermano le fonti.

Non è un caso isolato, ma una linea coerente: il falco Lindsey Graham, trionfatore alle primarie repubblicane della Carolina del Sud, ha incassato l'endorsement di Trump e speso, insieme ai gruppi che lo sostengono, più di 18 milioni di dollari in spot politici dall'inizio del 2026, secondo AdImpact. "Voglio ringraziare il grande capo, Dio. Trump viene dopo", ha dichiarato Graham dopo la vittoria, con una battuta che dice molto sulla gerarchia di fedeltà che governa il campo neoconservatore. La sua vittoria rappresenta un segnale politico inequivocabile sulla direzione in cui si muove il Partito Repubblicano in merito alla guerra con l'Iran.
 

Il cambio di Trump dopo Butler: un presidente compromesso dai guerrafondai

In queste ore drammatiche dove assistiamo all’epilogo più folle e pericoloso dell’uomo che aveva promesso di fermare tutte le guerre nel mondo, rimane aperta, a distanza di quasi due anni, la domanda più inquietante che la politica americana possa porsi: cosa è cambiato davvero in Donald Trump dopo il proiettile che gli ha sfiorato l'orecchio a Butler, Pennsylvania, il 13 luglio 2024?

Ken Silva, autore del primo libro d'inchiesta forense sugli attentati del 2024, ha analizzato i fatti in una recente intervista con il giornalista Tucker Carlson, accumulando elementi che costruiscono un quadro molto inquietante.

Thomas Crooks, il ventenne che aprì il fuoco dalla distanza di 130 metri, il 13 luglio 2024 a Butler, Pennsylvania, non somigliava al profilo del lupo solitario radicalizzato: era uno studente modello con una media di 4.0, amato dai professori, che meno di un mese prima inviava email alla sua università per iscriversi in autunno. Sul tetto dell'edificio AGR, con le sirene già in funzione e un poliziotto che puntava la pistola verso di lui, riuscì a girarsi e a centrare l'orecchio del presidente con una precisione che Silva definisce "da atleta del biathlon". I 75.000 documenti dell'FBI su Crooks restano classificati.

L'attentato di Palm Beach di Ryan Routh, il 15 settembre dello stesso anno, presenta anomalie altrettanto sinistre. Routh si trovava sui cespugli del campo da golf alle 2:30 di notte, eppure Trump aveva deciso di giocare a golf soltanto all'ultimo minuto, comunicandolo al Secret Service nelle ore precedenti. Il cecchino federale che si trovava sul posto, David King, aspettò oltre venti secondi — tempo in cui Crooks aveva già sparato otto colpi — prima di intervenire, eppure Trump continua a celebrarlo pubblicamente come il suo salvatore, con dichiarazioni che Silva documenta essere fattualmente false.

Il fil rouge politico è altrettanto rilevante. Prima di Butler, Trump era il candidato che prometteva di non fare guerre di cambio di regime, di tenere l'America fuori dal Medio Oriente, di trattare con l'Iran. Dopo Butler, come osserva Tucker Carlson nell'intervista, “non è diventato semplicemente un neocon: è diventato il neocon più aggressivo del mondo, più di quanto siano mai stati Bob Kagan o Bill Kristol”. La rete neoconservatrice della Vandenberg Coalition, rifondata da Elliott Abrams nel 2021 proprio in attesa di questo momento, ha rivendicato di aver plasmato questa svolta.

La domanda che Silva lascia sospesa è la più destabilizzante: perché Trump ha di fatto chiuso l'indagine sul tentato omicidio della propria persona? “Trump ha i fedelissimi in ogni posizione chiave. Se volesse che questa storia venisse a galla, verrebbe a galla. Non riesco a trovare una spiegazione non sinistra al fatto che abbia ordinato di chiudere l'indagine su se stesso”.

Chi ha fallito è stato promosso. Chi ha davvero fermato Crooks — il poliziotto locale Aaron Zalaponi — non è mai stato citato da Trump. Il corpo di Crooks è stato cremato prima che potesse essere esaminato dal Congresso, con frammenti di proiettile ancora nella spalla e con un rapporto tossicologico su cui mancano la bile, i capelli e due campioni di sangue.

La longa manus dell’apparato militare sionista guerrafondaio ha infine raggiunto il suo obiettivo, trascinando il mondo nel baratro.

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