Nino Di Matteo: ''Cosa Nostra è cambiata, ma la sua pulsione stragista c’è ancora''
L’intervista del magistrato a LUMEN: “Se la mafia dovesse decidere di tornare ad una strategia di attacco allo Stato lo farà”
Cosa Nostra ha cambiato pelle come un serpente, ma è pronta a reindossare nuovamente la pelle di prima. In qualunque momento. Anche in termini di violenza estrema. E’ il monito lanciato dal Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Nino Di Matteo in un’intervista rilasciata ieri sera al podcast LUMEN. Il magistrato ha parlato del mutamento della mafia negli ultimi trent’anni, ha spiegato le sue trasformazioni e le sue continuità: “Ricerca del potere, capacità di implementare i rapporti con il potere ufficiale, capacità di adattare le proprie strategie ai contesti del momento”. Dopo le stragi e la trattativa con pezzi infedeli dello Stato, Cosa nostra “ha ritenuto più conveniente abbandonare la strategia dell'attacco frontale alle istituzioni per coltivare i propri interessi, non soltanto economici e di affari, ma anche politici. In un'ottica di silenzio e di disinteresse generale: la cosiddetta strategia della sommersione”. Questo però non significa che la sua natura terroristico-eversiva che abbiamo conosciuto con le bombe del 1992-93 sia definitivamente tramontata. “Dovremmo stare a dire che quelle pagine sono state definitivamente archiviate”, segnala. “Ci sono ancora delle pulsioni all'interno di Cosa Nostra che non sono legate soltanto ai vecchi mafiosi stragisti ancora in carcere, alcuni dei quali non hanno un'età che impedirebbe di gestire determinate cose, ma sono legate anche a quella parte di Cosa Nostra che ritiene che alcune promesse o alcune aspettative che loro nutrivano non sono state soddisfatte”. E da lì, eventualmente, secondo Di Matteo “c’è anche una pulsione a tornare ad una strategia di attacco frontale alle istituzioni. Noi non lo dobbiamo escludere perché il fenomeno mafioso non è stato sconfitto, perché la mafia oggi forse è più ricca, ha più disponibilità di denaro, di società, di risorse finanziarie rispetto alla mafia corleonese degli anni '90” ma “se dovesse decidere di tornare ad una strategia diversa, lo farà”. Per questo, avverte, “penso che lo Stato debba farsi trovare sempre pronto. Quando vedo e leggo di certe sottovalutazioni del fenomeno sono veramente preoccupato come magistrato ma anche ancor prima come cittadino”. Del resto, il magistrato era stato oggetto di minacce dal “Capo dei Capi” Totò Riina e Cosa nostra era pronta a colpirlo solo una decina di anni fa con un attentato. Un progetto sanguinario ancora in corso. “Nel 2014 a Palermo era arrivato l’esplosivo per uccidermi. E nel 2014 eravamo già a distanza di molti anni dal momento in cui l'ufficialità della ricostruzione metteva la parola fine alla strategia violenta degli attentati. Se nel 2014 era stato programmato quell'attentato, e così hanno riconosciuto perfino i magistrati della procura di Caltanissetta che si occuparono di quella indagine, io credo che dovremmo veramente stare attenti a dire che quelle pagine sono definitivamente archiviate”.
Rispondendo alle domande dei conduttori Alessandro Germano e Carlotta Graziani, accompagnati dal documentarista antimafia Heiner Koenig e al giornalista Stefano Baudino, Di Matteo ha parlato di giustizia, memoria, verità, e della sua carriera in toga, che indossò per la prima volta facendo da picchetto d’onore alla camera ardente di Falcone.
“Dobbiamo renderci conto come la mafia, Cosa Nostra siciliana in particolare, non sia stata soltanto un fattore di anti-Stato, quindi una questione di ordine pubblico. Se così fosse sarebbero stati sconfitti”, afferma Di Matteo. “La mafia, Cosa Nostra siciliana, è stata sempre tradizionalmente rappresentata anche come un fattore di sostegno e di aiuto alla conservazione dello status quo o al cambiamento, al finto cambiamento politico, in certi momenti. E questo lo dobbiamo capire, lo dobbiamo riportare cercando di spiegare a chi è più giovane di noi quello che è emerso in tanti processi”. Per Di Matteo, “cercare di approfondire quelle pagine di storia è un'opera necessaria per capire e per evitare che certe cose accadano in futuro”. Ed è un’opera di tutti, sottolinea, non solo degli addetti ai lavori. Secondo il sostituto procuratore nazionale antimafia “non possiamo accontentarci delle ricostruzioni processuali che fino ad ora sono state consacrate”, sugli esecutori materiali degli attentati e dei delitti eccellenti, “che sono state comunque importanti”. “Quella è una porzione importante di verità, ma non è tutta la verità. Una verità parziale è pur sempre una verità mancante”. Infine, una domanda sui giovani: “Noi dobbiamo essere consapevoli, cercare di conservare la memoria e cercare di coinvolgere soprattutto i più giovani in un sentimento di ribellione alla rassegnazione, di ribellione sana, mai violenta, ma comunque viva e coraggiosa nei confronti dell'affermazione della legge del più forte e nell'affermazione di quel concetto che specialmente io che sono siciliano, tanto, tanto ho sentito affermare, sento affermare, per cui si dice: ‘Ma tanto non cambierà mai nulla’. No, le cose possono cambiare e mi auguro che cambino”.
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