Netanyahu all'Onu vomita la propaganda del genocidio e i delegati lasciano l'aula
Il discorso di un criminale di guerra
Un altro scenario da film horror è andato in scena all’81° sessione dell’Assemblea generale della Nazioni Unite che ha visto salire sul podio il primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale (CPI), emesso il 21 novembre 2024, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Praticamente come avere Hitler all’Onu, presentato come un normale leader in grado di dare lezioni di diritto internazionale. Per fortuna non a tutti è andato giù. Nel momento esatto in cui si è avvicinato al leggio, decine di diplomatici in rappresentanza di altrettanti paesi si sono alzati e hanno lasciato la sala, in quello che diversi osservatori internazionali hanno definito uno dei walkout più imponenti nella storia recente dell'assemblea. Secondo la ricostruzione del New York Times, il numero di diplomatici che ha abbandonato l'aula è stato talmente elevato da costringere le delegazioni a mettersi in fila per raggiungere le uscite.
Ampie porzioni della sala sono rimaste vuote per l'intera durata dell'intervento, mentre fuori dal palazzo di vetro affacciato sull'East River i manifestanti contrari alla guerra a Gaza si sono radunati in massa, arrivando fino a Times Square. Netanyahu non ha usato mezzi termini per commentare l'accaduto, bollando chi ha lasciato l'aula come "codardi morali". Il premier israeliano ha inoltre attaccato duramente la scelta di diversi paesi occidentali, tra cui Francia, Regno Unito, Canada e Australia, di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina nei giorni precedenti al suo intervento, definendo quella scelta un "marchio di vergogna" che manda il messaggio che "uccidere ebrei paga".
La scena si è ripetuta con intensità sorprendente rispetto agli anni passati: mentre i walkout in Assemblea Generale sono ormai una prassi consolidata per i discorsi di Netanyahu, quest'anno la protesta silenziosa ha coinvolto un numero di delegazioni superiore alla norma, segno di un isolamento diplomatico crescente attorno al governo israeliano. Il discorso del premier israeliano, che secondo quanto annunciato dal suo ufficio è stato trasmesso anche via altoparlanti verso Gaza dal lato israeliano del confine, ha assunto così i toni di una difesa a oltranza, più che di un confronto con la comunità internazionale.
"Distruggere gli impianti nucleari iraniani è stato difficile"
Nel corpo centrale del suo intervento, Netanyahu ha rivendicato con orgoglio l'operazione militare condotta contro l'Iran, presentandola come il compimento di una promessa fatta anni prima davanti alla stessa assemblea. "Ho promesso di impedire alla sanguinaria dittatura iraniana di sviluppare bombe atomiche, armi nucleari volte a distruggere Israele, armi nucleari che potrebbero minacciare il mondo intero", ha dichiarato il premier, aggiungendo: "È esattamente quello che abbiamo fatto".
Il passaggio più netto del discorso è arrivato quando Netanyahu ha descritto la decisione di colpire il programma nucleare iraniano come tutt'altro che scontata sul piano operativo, ma semplice su quello morale: "Distruggere gli impianti nucleari iraniani è stato difficile. È stato molto difficile. Ma per me è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere da primo ministro, perché se non l'avessimo fatto, saremmo tutti morti".
Va ricordato che l'Iran ha sempre negato di aver sviluppato un ordigno nucleare, e che la stessa Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) non ha mai trovato prove dirette a sostegno della tesi opposta. Netanyahu ha comunque rincarato la narrazione bellica, ribadendo le dichiarazioni già fatte dal presidente statunitense Donald Trump secondo cui Washington e Tel Aviv avrebbero "annientato" le capacità militari e nucleari di Teheran: "Insieme ai nostri grandi amici americani, abbiamo annientato l'esercito, la marina, l'aeronautica e gli impianti nucleari dell'Iran". Il premier ha poi definito il conflitto in corso una "guerra su sette fronti", che vedrebbe Israele impegnato contemporaneamente contro Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l'Iran e gruppi armati in Iraq, Siria e nei territori palestinesi.
Su Trump, Netanyahu ha speso parole di gratitudine assoluta, affermando che Israele "non ha partner migliore" del presidente americano: "Lo ringrazio per la sua leadership coraggiosa. Ha affrontato con audacia un enorme pericolo per l'America, Israele e il mondo". Secondo il premier, se Washington e Tel Aviv non avessero attaccato l'Iran, Teheran avrebbe "realizzato le sue folli fantasie".
Il cercapersone sul podio e le accuse a Siria e Turchia
Uno dei momenti più teatrali del discorso è arrivato quando Netanyahu ha estratto un cercapersone davanti ai delegati presenti in aula, rievocando il crimine di guerra terroristico dei walkie-talkie e cercapersone esplosivi condotto da Israele in Libano nel settembre 2024, che causò nove morti e circa tremila feriti tra le fila di Hezbollah, coinvolgendo per lo più civili che miliziani armati. Mentre affermava che Israele aveva "sconfitto Hamas e annientato Hezbollah", il premier ha alzato il dispositivo chiedendo al pubblico: "Ve li ricordate?", per poi aggiungere, tra gli applausi di una parte della sala: "Certamente Hezbollah si ricorda di loro".
Bibi, in questo autocompiacimento di questi crimini di guerra, si è poi rivolto direttamente al presidente siriano Ahmed al-Sharaa, che nei giorni precedenti aveva chiesto dallo stesso podio il ritiro delle forze israeliane dal territorio siriano occupato. Il premier israeliano ha rivendicato la presenza ebraica sulle alture del Golan come un dato storico incontestabile, sostenendo che al-Sharaa "dovrebbe sapere" che il popolo ebraico vive su quelle alture fin dai "tempi di Mosè". Ha inoltre respinto le accuse di colonialismo rivolte a Israele da parte di paesi come Francia e Regno Unito, sostenendo paradossalmente che sarebbero proprio quei paesi ad aver "inventato il termine".
Gli attacchi più duri sono stati riservati alla Turchia e al suo presidente Recep Tayyip Erdogan. Netanyahu ha definito Ankara "l'ultimo Paese a trasformarsi in un superdiffusore di menzogne antisemite", rivolgendo a Erdogan l'appellativo di "tiranno". Il premier israeliano ha accusato il presidente turco di voler "prendere il controllo della Siria", aggiungendo con tono sarcastico: "Non c'è da stupirsi, perché invoca la distruzione di Israele quasi ogni giorno, dice che sarà il sovrano di Gerusalemme. No, signore, non lo sarà".
Lo scontro con il sindaco di New York Mamdani
Netanyahu ha riservato un passaggio al vetriolo anche al sindaco di New York, Zohran Mamdani, colpevole ai suoi occhi di aver definito il premier israeliano un "criminale di guerra". Dal podio dell'Onu, Netanyahu ha dichiarato: "Quindi, a tutti coloro che diffondono queste menzogne sul mio Paese o sui miei coraggiosi soldati, che si trovino in quest'aula o nell'ufficio del sindaco antisemita di New York, dico questo: 'Vergognatevi. Vergognatevi per aver distorto i fatti'".
Lo scontro tra i due non nasce sul palco dell'Assemblea Generale, ma affonda le radici in settimane di tensione. Martedì, due giorni prima del discorso, Netanyahu aveva già attaccato duramente il sindaco sui social media, pubblicando un video in cui annunciava: "Verrò all'ONU, racconterò la verità sui nostri eroici soldati e racconterò la verità su di te". Nello stesso messaggio il premier aveva accusato Mamdani di sostenere Hamas e di incitare rivolte contro gli ebrei di New York.
Alla base dell'ostilità, c'è anche il mandato di arresto internazionale che pende sul premier israeliano. A luglio 2026 Mamdani aveva ribadito pubblicamente la richiesta che venisse eseguito, dichiarando: "Concordo con la Corte penale internazionale sul fatto che Benjamin Netanyahu debba essere processato e arrestato per i suoi crimini". Il sindaco ha poi chiarito di non avere l'autorità legale per procedere a un arresto diretto sul suolo di New York, invitando invece il governo federale statunitense a dare esecuzione al mandato della Corte dell'Aja.
"Israele non ha commesso un genocidio, lo ha impedito"
Ma il passaggio più delirante dell'intero intervento è arrivato quando Netanyahu ha affrontato di petto le accuse di genocidio che pesano sul governo israeliano da parte di organizzazioni internazionali. Il premier ha ribaltato completamente l'accusa, dichiarando davanti all'assemblea: "Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio!".
Netanyahu ha anche riproposto, senza fornire nuove prove, l'affermazione secondo cui i miliziani di Hamas avrebbero "bruciato vivi dei bambini davanti ai loro genitori" durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. A quasi tre anni di distanza da quegli eventi, Israele non ha mai prodotto documentazione a sostegno di questa specifica accusa, e diverse inchieste giornalistiche hanno dimostrato che alcune delle prime notizie diffuse all'indomani dell'attacco su bambini bruciati o decapitati erano infondate o non verificabili, pur restando accertato che tra le vittime del 7 ottobre vi furono anche minori.
Sul fronte della violenza dei coloni in Cisgiordania, Netanyahu ha minimizzato il fenomeno riducendolo all'operato di "una manciata di giovani delinquenti, circa 150, che lanciano pietre e abbattono ulivi. Occasionalmente, appiccano anche qualche incendio". Il premier ha dichiarato di non tollerare tali episodi: "Non posso sopportarlo. Non tollererò il vigilantismo. Siamo un Paese di diritto, quindi puntiamo tutto su di loro". Ha poi aggiunto, minimizzando ulteriormente il bilancio delle vittime: "Il numero di vittime all'anno, forse due o tre, nell'intero periodo in cui si discute di questo argomento, forse due o tre morti, rispetto alle migliaia di attacchi terroristici contro i coloni pacifici, persone onorevoli, persone rispettose della legge. Che distorsione!".
Questa ricostruzione contrasta nettamente con quanto documentato da organizzazioni per i diritti umani israeliane e internazionali. B'Tselem e Human Rights Watch descrivono la violenza dei coloni come uno strumento sistemico, sostenuto dallo Stato israeliano e funzionale a obiettivi territoriali più ampi, non come un fenomeno isolato di poche "mele marce". I numeri sul terreno confermano l'espansione degli insediamenti a un ritmo definito senza precedenti dagli osservatori: secondo il rapporto 2025 di Peace Now, gli insediamenti ufficiali nei territori palestinesi occupati hanno superato quota 160, con una popolazione di coloni che ha ormai raggiunto circa 750.000 persone, oltre il 15% dell'intera popolazione della Cisgiordania. A questi si aggiungono 410 avamposti, molti dei quali privi anche di un riconoscimento secondo il diritto israeliano, eppure tollerati di fatto dalle autorità. Solo nel 2025 sono stati avanzati piani per quasi 28.000 nuove unità abitative negli insediamenti della Cisgiordania, il dato più alto mai registrato in un singolo anno, più del doppio del precedente record del 2023. La popolazione dei coloni è più che raddoppiata dall'inizio del secolo, passando da circa 358.000 unità a oltre 744.000 nel giro di due decenni.
L'occupazione di Gaza cresce, ospedali e acquedotti al collasso
Mentre Netanyahu rivendicava dal podio dell'Onu la narrazione di un Israele vittima e non carnefice, sul terreno la situazione umanitaria a Gaza continuava a peggiorare. Secondo i dati raccolti da fonti locali e organizzazioni internazionali, l'occupazione militare israeliana della Striscia si è estesa fino a coprire circa il 70% del territorio, nonostante gli accordi di cessate il fuoco raggiunti in precedenza.
Particolarmente drammatica resta la crisi idrica. Alla fine di agosto Israele ha distrutto l'impianto di desalinizzazione di Sheikh Radwan, nella parte settentrionale di Gaza City, un impianto che era stato progettato per servire circa 10.000 famiglie e che era rimasto operativo per appena due mesi prima di essere bombardato. "La stazione ci ha facilitato l'approvvigionamento idrico e ha risparmiato a me e ai miei figli un'enorme quantità di fatica", ha raccontato alla testata Ultrasawt il residente locale Youssef Al-Namnam, aggiungendo: "Dopo la sua distruzione, dobbiamo aspettare ogni giorno le autobotti. Alcuni giorni sono in ritardo o si guastano, altri non arrivano affatto. Quindi dobbiamo percorrere lunghe distanze per andare a prendere l'acqua, il che non fa che aumentare le nostre difficoltà". Raed Al-Zinati, responsabile dell'impianto ormai distrutto, ha descritto la disperazione quotidiana della popolazione: "Ogni giorno la gente continua a venire a chiedere informazioni sul ripristino della stazione, perché era la loro unica fonte d'acqua, ma torna a casa con il cuore pieno di delusione".
Oltre a Sheikh Radwan, Israele ha colpito anche l'impianto di desalinizzazione di Al-Rimal, a ovest di Gaza City, e un ulteriore impianto che riforniva la zona orientale della città. Ad agosto un'autocisterna della stazione di Abu Jumaiza è stata colpita insieme a serbatoi di carburante e altre attrezzature. Secondo l'organizzazione Medici Senza Frontiere, quasi il 90% delle infrastrutture idriche e sanitarie di Gaza risulta ormai danneggiato o completamente distrutto, con impianti di desalinizzazione, pozzi, condutture e reti fognarie resi inutilizzabili o inaccessibili. "L'acqua è una delle condizioni fondamentali per la sopravvivenza umana; distruggere o interrompere le sue fonti e privare deliberatamente i cittadini dell'accesso non significa solo distruggere un'infrastruttura, ma colpire uno degli elementi essenziali della vita stessa", ha commentato Salah Abdel-Aiti, responsabile di un'organizzazione non profit locale.
Sul fronte sanitario, la situazione negli ospedali è altrettanto critica. Secondo un reportage dell'agenzia Afp, l'embargo israeliano su incubatrici e ossigeno ha costretto il personale medico dell'ospedale Nasser di Khan Younis a mettere due o tre neonati prematuri in un'unica incubatrice per mancanza di apparecchiature. "La situazione è disperata: non c'è ossigeno disponibile per loro, né ci sono incubatrici di riserva", ha dichiarato il dottor Hatem Dhahir, primario del reparto di neonatologia dell'ospedale. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), una gravidanza su tre a Gaza è oggi classificata come ad alto rischio, e il 70% dei neonati nasce prematuro o sottopeso. L'Unicef ha fornito complessivamente 93 incubatrici a sei strutture sanitarie della Striscia, un intervento che resta però largamente insufficiente rispetto alla scala del bisogno. Israele continua a limitare l'ingresso di apparecchiature che, secondo la propria interpretazione delle norme sul duplice uso, includerebbero anche strumentazioni mediche destinate ai reparti di terapia intensiva neonatale.
A questo quadro si aggiunge la ricostruzione, emersa da un'inchiesta di Haaretz, secondo cui prima del 7 ottobre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe personalmente avvertito Netanyahu che Yahya Sinwar stava preparando un attacco su larga scala contro Israele, informazione che secondo l'inchiesta non sarebbe mai stata trasmessa agli apparati di sicurezza israeliani. La stessa ricostruzione collega questo episodio alla politica, portata avanti da Netanyahu negli anni precedenti, di facilitare il trasferimento di fondi qatarioti a Gaza — circa 15 milioni di dollari al mese in contanti dal 2018 — un canale di finanziamento che secondo diverse letture giornalistiche avrebbe contribuito a mantenere Hamas al potere nella Striscia, indebolendo parallelamente l'Autorità Palestinese e le prospettive di una soluzione a due Stati.
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