Negoziati al collasso. Crolla Wall Street sulla scia di una nuova escalation in Iran
"Scarso desiderio di proseguire i negoziati". Il feldmaresciallo pakistano annulla il viaggio a Teheran
Fuoco e fiamme in vista mentre nei templi dai templi dell’impero si propina ancora un’immagine di ostentata sicurezza vittoriosa a cui non credono più nemmeno i loro sponsor.
Dall'interno dello Studio Ovale, Donald Trump ha lanciato un messaggio che suona come l’ennesimo auspicio senza speranza. "Il conflitto con l'Iran finirà presto, molto presto", ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti, senza fornire dettagli sui progressi concreti nei negoziati. L’ennesima sparata che forse poteva rassicurare per un istante i falchi degli insider trader ma che nasconde il caos generalizzato della fine di un impero che non accetta la sua sconfitta.
Secondo una fonte iraniana vicina al team negoziale, lo scambio di testi non ha ancora raggiunto una bozza definitiva, e l'insistenza americana sui dossier nucleari ha portato i colloqui a una situazione di stallo. Le minacce di Washington, lungi dal piegare Teheran, avrebbero invece irritato la controparte iraniana, che mostrerebbe "scarso desiderio di proseguire i negoziati". La fonte non esclude che un conflitto possa scoppiare "da un momento all'altro".
E pensare che l'emittente televisiva Al Arabiya, di proprietà saudita, aveva millantato di aver ottenuto quella che ha descritto come la bozza finale di un accordo, mediato dal Pakistan, che avrebbe dovuto essere annunciato entro poche ore. Notizie che in pochi minuti si sono rivelate completamente false e persino il viaggio a Teheran previsto per stasera del feldmaresciallo pakistano Assim Muneer è stato annullato.
I principali indici di Wall Street oggi sono crollati in poche ore. Il settore dei beni di consumo di base ha guidato le perdite con un calo del 2%, trascinato dal crollo del 7,9% di Walmart dopo che il colosso della grande distribuzione ha mantenuto invariati i suoi obiettivi annuali e ha previsto utili del secondo trimestre inferiori alle stime. Anche Nvidia ha registrato un calo dell'1,5%, nonostante le ottimistiche previsioni di fatturato per il secondo trimestre e un programma di riacquisto azionario da 80 miliardi di dollari.
Al contempo, lo scenario energetico globale è quello di uno shock senza precedenti. Circa 13 milioni di barili al giorno sono stati sottratti ai mercati a causa della crisi legata alla quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, che prima del conflitto gestiva circa il 20% del petrolio e gas mondiali. Le riserve strategiche dell'IEA hanno rilasciato un record di 400 milioni di barili, ma il drawdown globale è accelerato: 5,27 milioni di barili al giorno a marzo, 8,62 milioni ad aprile, con un picco previsto di 9 milioni a maggio. Secondo la stima più pessimista, elaborata da Horsnell, il calo potrebbe raggiungere 11,2 milioni di barili al giorno a giugno, con una perdita cumulata di circa 1,2 miliardi di barili. Il Brent si attesta intorno ai 110 dollari al barile, +50% dall'inizio della guerra, con le scorte commerciali a rischio di raggiungere i minimi operativi già entro agosto.
La situazione alimenta quella che gli analisti definiscono una "trappola inflazionistica" per l'economia americana. Il petrolio ha superato i 140 dollari al barile nei momenti di picco, la benzina supera i 6 dollari alla pompa a livello nazionale, con la California che registra 7,50 dollari. Il CPI (indice dei prezzi al consumo) annuale è balzato al 3,8%, il valore più alto da maggio 2023. I mercati a termine, per la prima volta in tre anni, prezzano aumenti dei tassi: entro gennaio 2027, la probabilità di un rialzo al 4% sale al 35%. L'inflazione di base, allo 0,38% mensile contro una norma di 0,16-0,17%, indica che le pressioni non derivano solo dall'energia ma sono ormai incorporate nell'economia.
Le linee rosse invalicabili per un accordo
Il nodo centrale che non ferma l’impasse in corso è certamente l'uranio arricchito, che è stato in realtà pretesto per la guerra della grande Israele, dato che Teheran, durante gli accordi di Ginevra dì febbraio, aveva comunque accettato di convertire a combustibile nucleare le sue scorte di 440 kg arricchite al 60%. Si è vista rispondere con lo spietato attacco a sorpresa del 28 febbraio.
Trump ha dichiarato senza mezzi termini che "l'Iran non può tenersi il suo uranio arricchito. Lo prenderemo, ne abbiamo bisogno e probabilmente lo distruggeremo". E ancora: "l'Iran ci darà quello che vogliamo, in un modo o nell'altro." Parole che non lasciano spazio ad ambiguità sul posizionamento americano, ma che difficilmente costituiscono un invito alla trattativa. 
Donald Trump © Imagoeconomica
La Russia ha persino provato a inserirsi come facilitatore, proponendo di trasferire le scorte iraniane di uranio arricchito in territorio russo per lo stoccaggio. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che la proposta è stata discussa nell'incontro tra Vladimir Putin e Xi Jinping, ma ha dovuto ammettere che "Washington non l'ha ancora accettata". Dal canto suo, il Ministero degli Esteri iraniano ha ribadito che Teheran "non intende rinunciare ai propri diritti ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare".
A complicare ulteriormente il quadro è arrivato un rapporto di Reuters, secondo cui la Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Mojtaba Khamenei, avrebbe emesso una direttiva per vietare il trasferimento dell'uranio arricchito all'estero, incluso quello quasi idoneo alla produzione di armi nucleari. La notizia ha ovviamente immediatamente ridimensionato le aspettative di progresso nei colloqui.
La fenice: l'Iran ricostruisce le sue riserve più velocemente del previsto
Dopo poco più di un mese di cessate il fuoco, in ogni caso Teheran non è rimasta con le mani in mano di fronte all’approssimarsi di una nuova offensiva. Le immagini satellitari e le valutazioni dell'intelligence statunitense confermano che l'Iran sta ricostituendo le proprie forze armate "molto più velocemente di quanto inizialmente stimato". "Gli iraniani hanno superato tutte le tempistiche previste dalla comunità dell'intelligence per la ricostituzione", ha dichiarato un funzionario americano alla CNN.
I dati sono precisi: quattro dei cinque ingressi dei tunnel della struttura sotterranea di Abyek risultano già bonificati dopo le immagini satellitari del 18 maggio. L'intelligence americana ritiene ora che l'Iran abbia riacquistato l'accesso a circa il 90% della sua rete missilistica sotterranea. Circa due terzi dei lanciatori missilistici iraniani sono sopravvissuti agli attacchi statunitensi, migliaia di droni sono ancora operativi, e le batterie di missili antinave rimangono in gran parte intatte, rappresentando una minaccia concreta per lo Stretto di Hormuz. Dall'inizio del cessate il fuoco, il Paese ha già ripreso parte della produzione di droni: secondo alcune stime, il paese potrebbe tornare alla piena capacità produttiva in soli sei mesi.
Il conto delle perdite americane e la sconfitta strategica
A fronte di questa resilienza iraniana, il Congressional Research Service americano ha invece fatto la conta dei danni ufficiale, evidenziando la portata delle perdite militari statunitensi: circa 42 velivoli distrutti dalle Guardie Rivoluzionarie durante la fase attiva del conflitto. L'elenco include quattro caccia F-15E, un F-35, un aereo d'attacco A-10 Thunderbolt II, sette Stratotanker, due MC-130J Commando II, un elicottero HH-60W Jolly Green II, ventiquattro droni MQ-9 Reaper e un MQ-4C Triton. Il budget del Pentagono per la guerra all'Iran ha raggiunto 29 miliardi di dollari, e la capacità di condurre operazioni prolungate rimane dunque seriamente compromessa.
Ormai i dati sono inequivocabili. Secondo Robert Kagan, esponente di primo piano del neoconservatorismo statunitense, nonché marito di Victoria Nuland e figura chiave nell’elaborazione strategica delle guerre americane in Medio Oriente, l’Iran avrebbe ormai messo gli Stati Uniti in una posizione di “scacco matto” nel conflitto in corso.
A differenza delle sconfitte subite in passato da Washington, sostiene Kagan, “l’esito dell’attuale confronto con Teheran avrà caratteristiche del tutto inedite: non potrà essere corretto né minimizzato. Non sarà possibile tornare allo status quo ante, né si assisterà a un trionfo americano capace di cancellare o compensare i danni subiti. Persino lo Stretto di Hormuz non sarà più “aperto” come un tempo”. 
Lo Stretto di Hormuz: chi controlla davvero il choke point globale
Tuttavia, Trump , nella sua psicosi, continua a vantarsi come sempre di avere tutto a portato di mano. "Abbiamo il controllo totale dello Stretto di Hormuz. Abbiamo annientato la marina iraniana, abbiamo annientato la loro aviazione, abbiamo neutralizzato l'85% della loro capacità di droni e missili", ha dichiarato, descrivendo il blocco navale americano come "efficace al 100%, come un muro d'acciaio."
La realtà documentata sempre da Reuters racconta una storia diversa. L'Iran ha di fatto imposto un controllo operativo sullo Stretto attraverso un sistema misto di pressione militare, accordi politici e pagamenti informali, introducendo un meccanismo "a più livelli" per autorizzare il passaggio delle navi: accordi tra governi, verifiche delle Guardie Rivoluzionarie e, in alcuni casi, pagamenti per il transito sicuro. Alcune navi non coperte da intese pagherebbero "oltre 150.000 dollari" per attraversare lo stretto. Il transito, normalmente di cinque ore, può diventare un'odissea di due giorni, con le navi obbligate a fornire dati sensibili su equipaggio, carico e proprietà, seguendo rotte imposte spesso con i transponder spenti.
La marina delle Guardie Rivoluzionarie ha confermato che 31 navi hanno attraversato la strategica via navigabile nelle ultime 24 ore — un numero modesto rispetto alle 120-140 al giorno registrate prima della guerra. Tra il 18 aprile e il 6 maggio sono passate meno di 60 navi in totale, e all'inizio di maggio circa 1.500 imbarcazioni e 22.500 marinai risultavano bloccati nel Golfo. Il sistema privilegia apertamente Paesi alleati di Teheran — Russia, Cina, poi India e Pakistan — mentre gli altri devono negoziare o pagare. Come sintetizza un analista, "alcuni riusciranno a passare grazie ad alleanze politiche, altri dovranno pagare, altri ancora saranno respinti. Questa è la nuova normalità."
Iran e Oman stanno inoltre discutendo l'introduzione di un sistema permanente di pedaggi di transito nello Stretto, con tariffe più elevate per le navi mercantili e esenzioni per gli alleati strategici. Trump, interrogato sulla proposta, ha risposto: "La stiamo valutando", aggiungendo poi di volerlo "libero, senza pedaggi", poiché "è una via navigabile internazionale."
La realtà evocata da Trump ai quattro teleschermi era solo confinata nella sua testa accecata dall’ego.
Il fronte interno: Trump perde consensi
Sempre meno americani in ogni caso cascano nel tranello propagandistico dei MAGA ormai avariati. Un sondaggio di Fox News mostra che il 60% degli americani si oppone al conflitto contro l'Iran, contro il 55% del mese scorso, e il 91% degli intervistati attribuisce al conflitto la responsabilità della crisi economica. Oltre tre quarti degli americani descrivono le condizioni economiche come "cattive", in aumento rispetto al 73% del mese scorso e al 71% di un anno fa. Il tasso di disapprovazione per la gestione dell'economia da parte di Trump è passato dal 56% di un anno fa al 71% attuale, mentre il gradimento generale del presidente ha raggiunto il 61% di disapprovazione complessiva.
È il paradosso di un presidente che si vanta di vittorie militari sempre più contestate dall'intelligence, mentre sul fronte interno i numeri raccontano una nazione stanca, economicamente provata e sempre meno convinta che "finirà presto, molto presto".
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