VIDEO - Naza: quando il cinema sbatte in faccia la verità
Il film premiato a Venezia è già sold out in quasi tutta Italia nel primo giorno di programmazione

E’ un tardo pomeriggio di lunedì, tantissime persone varcano l’ingresso del cinema Ambasciatori di Trieste.
Ci sono molti giovani, e c’è anche una ragazza dai tratti mediorientali. E’ suo, quel pianto strozzato che si sente al termine della proiezione del film “Naza”. I titoli di coda scorrono in un silenzio spettrale, mentre qualcuno dal pubblico grida: “Maledetti!”.
Con una copertura di 515 sale, la “I Wonder Pictures” ha garantito in Italia un’uscita-evento di cui si è parlato tantissimo ancora prima che il film uscisse per il 28, 29 e 30 settembre (in contemporanea in altre decine di Paesi, ma la programmazione proseguirà anche nei prossimi giorni).
Sono bastati 25 minuti di applausi alla 83a Mostra del cinema di Venezia – che lo ha insignito del Premio speciale della Giuria – per far arrivare il potente messaggio di un film che il governo di Netanyahu sta cercando di bloccare con tutte le sue forze.
Al punto che il ministro della Cultura israeliano, Miki Zohar, ha chiesto la revoca della cittadinanza dei registi del film, Yuval Abraham e Rachel Szor, accusandoli di “tradimento”. E il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha attaccato: “Siete una vergogna e un disonore per il Paese”.
Rachel Szor e Yuval Abrham premiati a Venezia © Imagoeconomica
La reazione scomposta di Israele è la dimostrazione plastica della straordinaria rilevanza politica di questo film. Che è firmato da due autori israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, tra i quattro registi di “No Other Land” - vincitore nel 2025 dell'Oscar come Miglior documentario. Prodotto da The Guardian e James Wilson per JW Films, ha tra i suoi produttori esecutivi Jonathan Glazer, regista Premio Oscar de “La zona d'interesse”.
Entrambi i registi hanno ricevuto minacce di morte da gruppi di estrema destra. E al di là del fatto che i cinema israeliani si sono rifiutati di proiettare “Naza”, da novembre il film sarà disponibile gratuitamente sul sito del Guardian.
Sono proprio le testimonianze esclusive – in forma anonima - di 24 soldati e ufficiali dell'intelligence militare israeliana, quelle che scuotono le coscienze. Perchè rivelano una verità indicibile: la totale volontà e determinazione di Israele – dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, con oltre 1.200 persone, soprattutto civili, uccise in territorio israeliano – di compiere un genocidio a Gaza nella più totale impunità.
Intervistati in segreto di notte sui tetti di Tel Aviv, soldati e ufficiali appaiono sullo schermo come sagome scure e con le voci distorte.
Mentre parlano si osservano in controluce i palazzi di una metropoli con 500.000 abitanti, a meno di 80 chilometri da Gaza. Uno spaccato di banale quotidianità che si riflette attraverso i vetri. Persone che guardano la Tv, chi fa yoga, chi parla al telefono, chi prende il fresco sul balcone. E’ la summa del paradosso mentre si consuma un genocidio a pochi km di distanza, con il complice silenzio di una parte della società israeliana.
Gli ufficiali raccontano di sistemi automatizzati nella guerra a Gaza. Spiegano come l'esercito si affidi a complessi sistemi di intelligenza artificiale e al monitoraggio di massa dei telefoni cellulari per tracciare la popolazione di Gaza e generare automaticamente le coordinate da bombardare.
Un sistema di intelligenza artificiale chiamato “Lavender”. Che si allerta quando intercetta nelle conversazioni dei palestinesi alcune parole chiave, o quando incrocia dati che aumentano il sospetto che qualcuno degli osservati faccia parte di Hamas.
Un soldato spiega il significato del titolo del film: “Naza” è l'acronimo del termine ebraico “Nezek Agavi” (danno collaterale). Un termine eufemistico impiegato dall'intelligence per stimare e accettare preventivamente un numero calcolato di vittime civili per ogni attacco aereo.
Una sorta di calcolo prestabilito – negato fermamente dall’Idf – da compiersi prima di ogni attacco, ma che a volte non corrisponde obbligatoriamente ai civili che verranno poi uccisi effettivamente: possono essere anche molti di più, e rare volte di meno.
C’è chi descrive l’atto di gestire uccisioni da un monitor come “una routine”, “un videogioco”, un “divertimento malato”. Chi ancora racconta dei civili uccisi mentre erano in fila per il cibo definendoli “insetti”. In molti degli intervistati emerge però una sorta di rimorso e di senso di colpa malcelato. Per aver preso parte ad un sistema di morte che qualcuno non esita a definire “genocidio”.
C’è chi traccia un parallelismo con il regime nazista: “Credo ancora che i nazisti siano il male, ma mi chiedo allora cosa sono io?…”.
I racconti partono dalla determinazione di porre in essere il genocidio da parte di chi è cresciuto nella cultura della disumanizzazione dei palestinesi. E si ricollegano alla prospettiva di chi è stato addestrato a non avere alcuna pietà per i civili: coloro che non hanno nulla a che fare con i terroristi di Hamas, e che diventano quindi “Naza”.
Vengono bombardate abitazioni, interi palazzi e interi quartieri. Ma prima si ascoltano le voci dei bambini che dicono: “Papà è tornato”. Perché i bersagli considerati più “affidabili” dai sistemi non sono quelli che ritenevano miliziani isolati in azione, ma le loro residenze private. Case che vengono bombardate quasi sempre di notte, uccidendo interi nuclei familiari nel sonno. E allargando di conseguenza sempre di più il raggio di azione che coinvolge i migliaia di “Naza”.
“Ti senti come Dio, ascolti tutto quello che dicono”, racconta un altro. Alcuni ufficiali spiegano inoltre di aver ricevuto istruzioni per massimizzare la distruzione nel minor tempo possibile. Dovevano agire in fretta, prima che potessero emergere dubbi sulla legittimità internazionale delle singole operazioni militari.
Arrivano come un pugno in faccia, le immagini di un uomo disperato che grida i nomi dei suoi familiari sotto le macerie della sua casa. Sono riprese dagli stessi abitanti di Gaza. Sotto i detriti spuntano le gambe e le braccia di uomini, donne, bambini. L’uomo smette di gridare, qualcuno gli appoggia un braccio sulle spalle per dargli forza. Ma lui ormai si è fermato, non sente più nulla, e con una mano si copre il volto mentre comincia a piangere.
Sullo schermo appare la scritta che Israele sta tutt’ora proseguendo lo sterminio dei palestinesi.
E il pianto della ragazza in sala dai tratti mediorientali è il grido di dolore di un’umanità intera.
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