L'Iran promette risposta ai raid Usa. Trump trascinato nel baratro da Israele
Raid nel golfo, pressione dei falchi sionisti e crisi del petrolio: la Casa Bianca non trova via d’uscita
Non c'è pace per l'amministrazione Usa caduta in un vicolo cieco senza fine, ingabbiato tra la crisi economica che si fa sempre più sentire negli Usa e le istanze guerrafondaie dei falchi sionisti che tengono Donald Trump sotto scatto.
La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran, in vigore dall'8 aprile scorso, mostra crepe sempre più profonde. Nelle ultime ore, raid americani su siti missilistici nel sud dell'Iran si sono sovrapposti a colloqui diplomatici in corso a Doha, in una sequenza che rivela quanto il confine tra guerra e diplomazia resti sottilissimo. Mentre il tycoon scriveva su Truth Social che i negoziati "stanno procedendo bene!", i jet americani e israeliani colpivano imbarcazioni iraniane nello Stretto di Hormuz, uccidendo diversi militari delle Guardie Rivoluzionarie, secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa iraniana Nour News.
Progressi parziali, nodo nucleare irrisolto
Le trattative, mediate dal Pakistan e in parte dal Qatar, puntano a un'intesa-quadro strutturata in fasi. Secondo quanto riportato da fonti europee e regionali citate da PBS NewsHour, la prima fase prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio della revoca del blocco navale americano ai porti iraniani, un cessate il fuoco su tutti i fronti — incluso il Libano — e lo sblocco di circa 12 miliardi di dollari di asset iraniani congelati, principalmente depositati in Qatar. Solo in una seconda fase, rinnovabile ogni 30 giorni, i negoziatori affronterebbero il nodo centrale: il programma nucleare di Teheran.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che "abbiamo raggiunto una conclusione su gran parte delle questioni in discussione", aggiungendo però che "nessuno può affermare che la firma di un accordo sia imminente, perché il processo decisionale americano è precipitato in una sorta di instabilità istituzionalizzata". La formula richiama il JCPOA del 2015: limitazione dell'arricchimento dell'uranio da parte iraniana in cambio della revoca delle sanzioni statunitensi.
Gli attacchi del 26 maggio: sabotaggio della diplomazia?
Tuttavia, mentre le aspettative si facevano ottimistiche, nella notte tra domenica e lunedì, le forze statunitensi hanno condotto quello che il Centcom ha definito attacchi "di autodifesa" nel sud dell'Iran, colpendo siti di lancio missilistici e imbarcazioni "che tentavano di posizionare mine" nello Stretto di Hormuz. Il portavoce Tim Hawkins ha dichiarato che "il Centcom ha agito per difendere le nostre forze mantenendo moderazione durante il cessate il fuoco in corso". Le esplosioni sono state udite nelle città portuali di Bandar Abbas, Sirik e Jask, nell'area della provincia di Hormozgan. 
Il ministero degli Esteri iraniano ha risposto con una condanna "nella maniera più forte possibile", denunciando che il vero comportamento di Washington è stato smascherato ancora una volta.
"La perpetrazione di queste azioni aggressive, in concomitanza con il processo diplomatico in corso mediato dal Pakistan, ha ancora una volta messo a nudo la cattiva volontà e la malafede dell'establishment al potere negli Stati Uniti nei confronti della nazione iraniana, dei popoli della regione e della comunità internazionale", ha dichiarato in una nota, promettendo che "la Repubblica islamica dell'Iran non lascerà impunito alcun atto di aggressione e non esiterà minimamente a difendere l'essenza stessa dell'Iran".
Le Guardie Rivoluzionarie hanno inoltre annunciato di aver abbattuto un drone da ricognizione americano MQ-9 Reaper che aveva violato lo spazio aereo iraniano, un episodio che acuisce ulteriormente la tensione. La dichiarazione del Corpo sottolinea che "la Repubblica Islamica non lascerà impunito nessun atto malvagio".
Per i mercati, l'effetto è stato immediato. Il Brent era già scivolato il giorno precedente a circa 96 dollari al barile — un calo del 7% in una seduta sola — sulla scia dell'ottimismo diplomatico, ma dopo gli attacchi ha recuperato posizioni, restando però sotto la soglia dei 100 dollari. Il WTI si attestava attorno a 91 dollari al barile. Un segnale che i mercati prezzano ancora una de-escalation, ma con crescente nervosismo: a maggio, nelle settimane più calde della crisi, il Brent aveva toccato 116 dollari al barile, e Barclays aveva già alzato la sua previsione annuale a 100 dollari per tutto il 2026.
"Project Liberty": la Marina riprende le scorte nello Stretto
In parallelo alla ripresa degli scontri, il Wall Street Journal ha riportato che la Marina statunitense sta riattivando il cosiddetto "Project Liberty" (lanciato a maggio come "Project Freedom"). L'operazione, inaugurata il 4 maggio 2026, prevede la scorta di navi commerciali — tra cui superpetroliere e portacontainer — attraverso lo Stretto di Hormuz. Trump l'aveva presentata come un gesto "umanitario": "Abbiamo informato questi paesi che guideremo le loro navi in sicurezza attraverso queste acque ristrette". Tuttavia, il Capo delle Operazioni Navali aveva avvertito a fine maggio che le missioni di scorta diretta "eccederebbero la capacità della Marina". Il nuovo piano prevede quindi navi statunitensi posizionate "nelle vicinanze" pronte a intervenire, piuttosto che affiancate fisicamente ai convogli.
In un segnale della gravità percepita dalla Casa Bianca, Trump si recherà mercoledì a Camp David per una rara riunione plenaria del gabinetto dedicata esclusivamente al dossier Iran, secondo quanto riportato dal New York Post. Marco Rubio, segretario di Stato, ha dichiarato che un accordo rimane possibile nonostante i nuovi attacchi, pur ammettendo che "potrebbero volerci ancora alcuni giorni".
Il tenente colonnello in congedo dell'esercito americano Daniel L. Davis ha sintetizzato il dilemma di Trump con spietato realismo, evidenziando che "l'infrastruttura missilistica dell'Iran è sepolta sotto spessi strati di granito, il che la rende pressoché impossibile da distruggere con bombe convenzionali. Una guerra con l'Iran non può essere vinta solo con la forza aerea, mentre qualsiasi operazione di terra su larga scala si trasformerebbe in un bagno di sangue per le forze statunitensi".
La chiusura prolungata dello Stretto, conclude Davis, rischierebbe di precipitare l'economia americana in recessione, con conseguenze devastanti per i Repubblicani alle elezioni di metà mandato del 2026.
Intanto il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, hanno lasciato Doha, sede dei recenti colloqui, per tornare in Iran.
Gli Accordi di Abramo: l’ultimo spiraglio per portare a casa una vittoria illusoria per Israele
A complicare la situazione, si è aggiunta la proposta di Trump di inserire nei negoziati una richiesta che rischia di affossarli prima ancora che decollino: l'adesione agli Accordi di Abramo da parte di Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia ed Egitto come condizione per un accordo più ampio.
Le reazioni sono state immediate. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato: "Non credo che dovremmo aderire ad alcun accordo che contrasti con le nostre ideologie fondamentali", citando la clausola stampata sui passaporti pakistani che ne esclude la validità per Israele. Anche una fonte saudita ha ridimensionato le aspettative riferendo alla CNN che Riyadh normalizzerà le relazioni con Israele solo quando si aprirà una “strada irreversibile” verso la creazione di uno Stato palestinese, sottolineando che la posizione del regno rimane “la stessa di sempre”. La risposta iraniana è stata ancora più netta. Il Ministero degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi ha dichiarato che “la Repubblica Islamica dell'Iran non riconosce Israele; e non lo farà mai, in quanto entità illegale e occupante” e che “sarebbe meglio per l'Iran, una civiltà che esiste da migliaia di anni, essere martirizzato nella sua interezza, piuttosto che intrattenere relazioni diplomatiche o di qualsiasi altro tipo con l’assassinio dei musulmani”. 
Donald Trump e Benjamin Netanyahu © Imagoeconomica
L'ex analista della CIA Larry Johnson ha lanciato un'analisi spietata. "Non c'è nessun accordo. Non ci sarà alcun accordo", ha dichiarato, ricordando la somma di duecentocinquanta milioni di dollari donata a Trump da una delle figure più influenti del fronte filoisraeliano e conservatore negli Stati Uniti, la miliardaria Miriam Adelson.
E lo zampino di Israele nel sabotaggio e nelle ingerenze all’interno della leadership americana è stato esplicitato in modo chiaro dal falco di estrema destra, Itamar Ben Gvir, che oggi ha ribadito come la leadership israeliana non possa permettere che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo di pace che danneggi i suoi interessi, promettendo che ciò, semplicemente “non si concretizzerà”.
Il medio oriente si riallinea con l'Iran: Omán rafforza i legami
Sul fronte diplomatico regionale, è sempre più evidente come le vecchie alleanze filo-americane, in tempo indissolubili, si stanno spezzando pezzo dopo pezzo. Il Sultano dell'Oman Haitham bin Tariq ha firmato un decreto esecutivo per incrementare i volumi di scambio commerciale con l'Iran, un segnale che Mascate — da sempre canale silenzioso tra Washington e Teheran — intende mantenere aperti i ponti con la Repubblica islamica indipendentemente dall'esito dei negoziati.
Libano: Israele avanza oltre la "Linea Gialla"
Il fronte libanese complica ulteriormente il quadro. Secondo il Canale 12 israeliano, le IDF hanno lanciato una nuova offensiva di terra che spinge i reparti oltre la cosiddetta "Linea Gialla", il perimetro che delimita la zona cuscinetto occupata da Israele nel sud del Libano fin dall'inizio del conflitto. L'esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione per la popolazione di Nabatieh, intimando ai civili di spostarsi a nord del fiume Zahrani in vista di operazioni imminenti. I raid aerei si sono estesi a buona parte del territorio libanese, con Beirut rimasta finora l'unica area risparmiata, sebbene gli osservatori escludano che questa situazione duri.
Lo stesso Ben-Gvir ha chiesto di "interrompere completamente l'erogazione di energia elettrica in Libano". Ed ecco che l'ipotesi che Israele stia deliberatamente intensificando le operazioni per sabotare un eventuale Memorandum d'intesa tra Washington e Teheran è sempre più diffusa tra gli analisti presenti nella regione.
Tra questi c’è Rami Khouri, illustre studioso di politiche pubbliche presso l'Università Americana di Beirut, che parlando ad Al Jazeera ha affermato come non sia certo la prima volta che Israele tenta di raggiungere i propri obiettivi bombardando il Libano.
"Questa è la settima volta negli ultimi 50 anni circa che Israele interviene militarmente in Libano... e ogni volta si ritira, alla fine, perché la forza militare non permette di raggiungere i propri obiettivi politici", ha dichiarato Khouri ad Al Jazeera. Ma questa volta nel contesto di Teheran, Netanyahu sa benissimo che se "gli Stati Uniti desiderano ardentemente porre fine alla guerra in Iran… Devono porre fine alla guerra in Libano".
Foto di copertina © Imagoeconomica
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