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''L'Iran non si arrenderà mai'': Pezeshkian sfida Trump all'ONU e mostra i bambini uccisi

La delegazione USA e israeliana abbandona l'Assemblea Generale mentre il presidente iraniano accusa Washington di crimini di guerra

Francesco Ciotti
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Un sonoro schiaffo alla superbia dell’impero, è avvenuto ieri all’81° assemblea generale delle Nazioni Unite, dove il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (in foto) ha deciso di rispondere per le rime all’intervento di Donald Trump che il giorno prima ha minacciato di "annientare la Repubblica islamica", relegandola alla stregua di una stirpe terroristica totalmente spogliata di ogni umanità.

"Avevo preparato un discorso da presentarvi ieri. (Poi), il Presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi", ha detto il presidente iraniano tramite un interprete delle Nazioni Unite. "Siamo stati (noi – ndr) vittime del terrorismo!", ha ribadito in un tono che si è via via fatto più duro.

"L'Iran non è mai stato un aggressore, non ha mai iniziato una guerra e ha sempre dimostrato il suo impegno al tavolo dei negoziati", ha aggiunto Pezeshkian, per poi pronunciare la frase più netta del discorso: "Non chineremo mai il capo né ci piegheremo in ginocchio". Il presidente ha poi lanciato un avvertimento diretto agli Stati Uniti, a Israele e gli alleati mediorientali: "O viviamo insieme in sicurezza e armonia, oppure faremo in modo che voi e noi viviamo insieme nell'insicurezza".

Sul fronte della difesa nazionale, Pezeshkian ha rivendicato piena autonomia decisionale, scostandosi da qualsiasi logica di subordinazione diplomatica: "Non chiederemo il permesso a nessuno per difendere il nostro Paese e il nostro popolo".

Le immagini di Khamenei e dei bambini uccisi svuotano l'aula

Nei primi istanti del suo intervento, il leader iraniano ha mostrato una fotografia del defunto leader supremo della Repubblica islamica, Ali Khamenei, ucciso in un attacco aereo contro il suo complesso residenziale a Teheran il primo giorno dell'offensiva israelo-americana contro l'Iran, lanciata il 28 febbraio. Ha poi proiettato le immagini di bambini morti durante un attacco a una scuola, accompagnandole con parole durissime.

"Ieri, il presidente degli Stati Uniti Trump ci ha definiti terroristi. Siamo stati vittime del terrorismo. Vedete questi bambini? Questi bambini sono morti sotto le bombe con armi usate dagli Stati Uniti e da Israele. Erano innocenti e non avevano commesso alcun crimine", ha detto Pezeshkian, lanciando un’accusa fin troppo imbarazzante per la delegazione americana e israeliana che hanno prontamente abbandonato l'aula dell'Assemblea Generale.

Il presidente iraniano ha poi ampliato l'accusa a tutto il sistema sanitario, educativo e infrastrutturale del Paese: "Hanno preso di mira le nostre università, i nostri centri sanitari, le nostre scuole, i nostri ospedali e le nostre infrastrutture. Tutto ciò è contrario al diritto internazionale". Una denuncia che trova un riscontro documentale preciso: una missione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha dichiarato all'inizio di settembre di avere fondati motivi per ritenere che gli Stati Uniti fossero dietro due attacchi militari contro una scuola e un impianto sportivo in Iran, qualificando questi episodi come crimini di guerra.

L'attacco a tradimento che ha travolto la diplomazia di Ginevra

Il giorno prima dell'offensiva del 28 febbraio, il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr al-Busaidi, aveva dichiarato che durante i negoziati di Ginevra "l'Iran ha accettato di non accumulare mai uranio arricchito", parlando esplicitamente di "zero stockpiling, zero accumulation" di materiale utilizzabile per costruire un ordigno nucleare. Poche ore dopo quella dichiarazione, l'attacco israelo-statunitense ha travolto ogni prospettiva diplomatica, in quello che molti osservatori hanno definito un vero e proprio voltafaccia negoziale.

L'operazione militare rappresenta, sul piano del diritto internazionale, una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite, in particolare del divieto di uso della forza previsto dall'articolo 2, paragrafo 4. Questa norma stabilisce un divieto generale e inderogabile all'uso della forza armata tra Stati. Le uniche due eccezioni legittime sono l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ai sensi dell'articolo 42 del Capitolo VII, oppure la legittima difesa ai sensi dell'articolo 51, quest'ultima applicabile solo in risposta a un attacco armato reale o imminente. Nel caso dell'offensiva contro l'Iran, nessuna delle due condizioni si è verificata: il Consiglio di Sicurezza non ha autorizzato alcuna azione, e Stati Uniti e Israele non potevano invocare la legittima difesa poiché non avevano subito alcun attacco armato dall'Iran prima di colpire.

Oltre cento esperti di diritto internazionale hanno firmato una lettera aperta definendo gli attacchi del 28 febbraio una violazione chiara della Carta ONU, sollevando al contempo preoccupazioni per possibili violazioni del diritto internazionale umanitario, incluso il bombardamento di infrastrutture civili come una scuola femminile iraniana e le minacce statunitensi di colpire ulteriori infrastrutture civili.

La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha dunque messo brutalmente in luce il declino dell'ONU, passata da mediatore di pace globale a spettatore impotente. Secondo quanto scrive il Wall Street Journal, l'organizzazione risulta paralizzata dalle cinque potenze con diritto di veto, un tema al centro degli interventi dei leader mondiali all'Assemblea Generale in corso a New York. I P5 possono bloccare qualsiasi critica, anche quando le loro stesse azioni violano la Carta, ed è per questo che si sono moltiplicati gli appelli per ampliare il Consiglio di Sicurezza oltre Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.

"Energia nucleare sì, bomba atomica no": la linea di Teheran

Passando alla questione nucleare, Pezeshkian ha ribadito che l'Iran ha bisogno di energia nucleare a fini pacifici, non di una bomba atomica. Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno ripetutamente citato la distruzione del programma nucleare iraniano come uno dei principali obiettivi dell'offensiva lanciata alla fine di febbraio. "Per il nostro Paese, la tecnologia nucleare a fini pacifici è parte integrante del nostro progresso", ha affermato il presidente iraniano, aggiungendo che "l'Iran non accetta che la tecnologia nucleare sia a disposizione esclusiva di pochi, di una manciata di persone".

Le scorte di uranio arricchito restano un punto critico nei negoziati tra Washington e Teheran per porre fine alla guerra, con Trump che ha insistito per una rinuncia totale.

Solo un pretesto per ottenere maggiori quote di petrodollari nella regione clamorosamente fallito.

"Lo diciamo chiaramente: niente armi nucleari e nessuna limitazione alla tecnologia nucleare a fini pacifici", ha ribadito Pezeshkian, denunciando poi un'evidente asimmetria: "È Israele ad avere armi nucleari e a non consentire alcuna ispezione dell'AIEA. Eppure vogliono ispezionare siti in Iran?".

Il presidente ha collegato la questione nucleare al tema più ampio della sicurezza regionale, legandola esplicitamente alla causa palestinese: "Finché non ci sarà giustizia in Palestina e finché i sionisti continueranno la loro occupazione, non ci sarà mai pace nella nostra regione e il popolo continuerà a resistere". E ha rincarato la dose sulla presenza distonica di Israele nella regione: "Israele attacca qualsiasi paese voglia con totale impunità. (Questo è – ndr ) un regime terroristico".

Le cinque condizioni di Teheran per fermare la guerra

L'Iran ha poi messo sul tavolo le sue condizioni per porre fine al conflitto, comunicate tramite un mediatore qatariota a New York. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa iraniana IRNA, che cita il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, le richieste di Teheran includono la fine della guerra su tutti i fronti, la cessazione degli "atti di aggressione" statunitensi, la fine del blocco navale e della guerra economica, e il rilascio dei beni iraniani congelati all'estero.

Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre fatto sapere che la delegazione di Teheran ha abbandonato l'aula dell'Assemblea Generale in segno di protesta proprio durante il discorso di Trump. I colloqui indiretti tra le due delegazioni, durati circa tre ore a margine dell'Assemblea Generale, non hanno prodotto alcuna svolta, pur rappresentando il primo confronto diretto tra le parti dalla fine del cessate il fuoco collassato a giugno.


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Escalation in vista e la stretta sull'aviazione civile iraniana

Ma Washington sembra poco incline a discutere di punti che riconfermino l’umiliante sconfitta e il segretario di Stato Marco Rubio non esclude un ritorno all’uso della forza.

Ma a Teheran annunciano di essere già pronti ad ogni scenario.

“Trump potrebbe voler condurre un'operazione contro il Monte Piccone o attaccare i nostri siti nucleari, ma non lo tollereremo. Il piano di rappresaglia delle nostre Forze Armate è già stato preparato”, ha dichiarato il Segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza dell'Iran, il Maggiore Generale Mohsen Rezaei.

Sul fronte militare, poche ore fa, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno preso di mira con missili antinave la nave mercantile MV Cape Dao, di proprietà degli Emirati Arabi Uniti, nello Stretto di Hormuz, uccidendo un cittadino indiano.

In ogni caso Washington ha nel frattempo intensificato la pressione economica sul fronte dell'aviazione civile. Le compagnie aeree iraniane rischiano di trovarsi nell'impossibilità di operare voli internazionali, dopo che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato l'intenzione di applicare severe sanzioni secondarie a qualsiasi entità straniera che continui a fornire servizi ai vettori di Teheran.

"Tutte le compagnie aeree iraniane nel mondo rischiano lo stop", ha dichiarato Bessent in un'intervista alla CNBC, precisando che il monito non riguarda soltanto i vettori, ma l'intero indotto d'appoggio all'estero: aeroporti, fornitori di carburante, servizi di biglietteria e manutenzione. "Chiunque fornisca carburante, servizi di atterraggio o venda biglietti alle compagnie iraniane verrà tagliato fuori dal sistema finanziario globale in dollari", ha avvertito il segretario. La misura arriva dopo che, all'inizio del mese, il Dipartimento del Tesoro aveva già colpito con nuove sanzioni le compagnie aeree iraniane non ancora sanzionate e diverse società estere accusate di supportare il settore aeronautico di Teheran.

L'economia americana paga il prezzo più alto del conflitto

A differenza delle previsioni della Casa Bianca, finora sono gli Stati Uniti a subire le conseguenze economiche, militari e politiche più pesanti del conflitto. Dall'inizio della guerra, a febbraio, l'economia e il panorama politico statunitense hanno registrato un forte declino. Il debito federale ha raggiunto i 40 trilioni di dollari, mentre si stima che la guerra costi oltre 3 miliardi di dollari al mese. Il rendimento massimo dell'asta dei titoli di Stato statunitensi a cinque anni è salito al 5,033%, dal precedente 4,393%.

I prezzi dei carburanti negli Stati Uniti sono aumentati vertiginosamente, raggiungendo una media nazionale di 4,40 dollari al gallone per la benzina e oltre 6 dollari per il diesel. La guerra ha contribuito all'aumento dell'inflazione per 2,3 punti percentuali, e si prevede un ulteriore incremento di 0,5 punti percentuali nel primo trimestre del 2027. L'aumento dei costi energetici ha avuto ripercussioni a catena sull'intera economia, costringendo i consumatori a spendere oltre 100 miliardi di dollari in più per beni e servizi correlati.

Sul piano politico, crescono le critiche all'amministrazione Trump per la gestione degli alleati, delle istituzioni internazionali e per la natura prolungata del conflitto. I membri del Congresso contestano sempre più spesso l'amministrazione in merito alla spesa militare, alla prontezza operativa, alle cifre relative alle scorte e all'autorità presidenziale di condurre un conflitto armato. Il sostegno degli Stati Uniti alla guerra contro l'Iran è sceso al 31%, mentre l'indice di gradimento di Trump ha toccato il minimo storico della sua carriera, attestandosi al 32%. Nonostante le difficoltà interne, Trump non perde occasione di definire l'Iran una "nazione fallita".

Secondo CNN Business, il mondo degli affari statunitense ha definito la situazione attuale come la peggiore crisi a memoria d'uomo, più grave persino di quella causata dalla pandemia di Covid-19. Le imprese non sanno come pianificare la propria attività, mentre i consumatori, già provati dal carovita, non sono pronti ad affrontare nuovi aumenti dei prezzi. La Casa Bianca cerca di presentare l'effetto negativo della guerra come una "crisi economica temporanea", ma non sarà facile frenare l'inflazione galoppante: i prezzi del gasolio sono raddoppiati da marzo e hanno iniziato a incidere pesantemente sull'economia statunitense già da giugno. Ad agosto, l'aumento dell'inflazione di fondo ha raggiunto il livello più alto da aprile, mentre sono cresciute anche le spese di trasporto, complicate da un numero crescente di eventi meteorologici estremi. La fine della guerra con l'Iran, di per sé un obiettivo estremamente complesso, non annullerebbe comunque il divieto russo di esportazione di gasolio, a causa del quale il mercato marittimo mondiale ha perso il 12% delle forniture.

Petrolio alle stelle: Houthi e tariffe record scuotono i mercati

Il conflitto sta avendo ripercussioni pesanti anche sui mercati energetici globali. La presa degli Houthi sullo Stretto di Bab el-Mandeb minaccia nuovi shock petroliferi: si prevede che il conflitto dell'Arabia Saudita con Ansar Allah spinga al rialzo i prezzi del petrolio, anche se il regno continua a convogliare parte del suo greggio attraverso l'oleodotto Est-Ovest e lo Stretto di Hormuz. Riad ha riavviato l'oleodotto che collega gli impianti di produzione a Yanbu, sulla costa del Mar Rosso, seppur a capacità ridotta; il ripristino della piena capacità di 7 milioni di barili al giorno potrebbe richiedere dalle sei alle otto settimane. Le esportazioni saudite attraverso lo Stretto di Hormuz avrebbero raggiunto i 2,9 milioni di barili al giorno, rispetto ai soli 700mila barili al giorno di agosto.

Secondo il Daily Mail, questo ha contribuito a rallentare il rally globale dei prezzi del petrolio dopo che il Brent si era avvicinato ai 110 dollari la settimana precedente, con l'Arabia Saudita che avrebbe venduto 60 milioni di barili sia per settembre che per ottobre. Ciononostante, la continua avanzata di Ansar Allah e il crescente controllo sulla costa del Mar Rosso e sullo strategico Stretto di Bab el-Mandeb, che a giugno ha veicolato circa il 7% della produzione petrolifera mondiale, potrebbero perturbare ulteriormente le forniture di greggio, il trasporto marittimo globale, i prezzi al consumo e la crescita economica. L'escalation degli attacchi Houthi contro l'Arabia Saudita ha spinto l'assicurazione contro i rischi di guerra marittima per le navi che attraversano Bab el-Mandeb a circa il 3%, mentre la copertura per "violenza politica" e "terrorismo" è salita a quasi il 10%, con le tariffe giornaliere di noleggio delle petroliere in forte aumento.

A completare il quadro, le tariffe per il trasporto di petrolio via mare hanno raggiunto il livello record di 1,2 milioni di dollari al giorno sulle principali rotte del Medio Oriente, poiché la guerra tra Stati Uniti e Iran continua a interrompere i trasporti marittimi e a causare una grave carenza di alcune delle più grandi navi cisterna al mondo. Secondo il Financial Times, il costo del noleggio di una Very Large Crude Carrier (VLCC), capace di trasportare circa 2 milioni di barili di petrolio, è più che raddoppiato sulla rotta tra l'Asia occidentale e la Cina dalla fine di agosto, secondo la società di intermediazione navale Braemar. Anche le tariffe per il trasporto di petrolio greggio dal Brasile alla Cina sono aumentate di circa un terzo nell'ultima settimana.

"Le tariffe di trasporto sono aumentate vertiginosamente", ha affermato Amrita Sen, fondatrice della società di consulenza Energy Aspects, avvertendo che l'impennata dei costi di spedizione potrebbe diventare un importante punto di pressione per i mercati energetici globali, dato che il costo del petrolio greggio consegnato in Asia si avvicina ai 150 dollari al barile. Nell'ultimo anno, le tariffe per le VLCC si sono attestate perlopiù tra i 20mila e i 50mila dollari al giorno: già prima dell'inizio della guerra contro l'Iran, una carenza strutturale di petroliere aveva spinto le tariffe per il trasporto nel Golfo Persico a un livello record di 120mila dollari al giorno a febbraio, secondo il Baltic Exchange. L'ultimo aumento si verifica proprio nel contesto delle restrizioni imposte dall'Iran al transito attraverso lo Stretto di Hormuz, a seguito dell'aggressione contro la Repubblica islamica iniziata il 28 febbraio.

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