L'escalation si intensifica nel golfo Persico. Trump imprigionato nella macchina da guerra sionista
Il consigliere militare dell’ayatollah: "La politica dei negoziati è finita. Se continueranno la guerra per altri tre giorni, le forze armate iraniane lanceranno un'offensiva totale e distruttiva”
Siamo ai momenti decisivi che decideranno come l'inferno in Medio Oriente che sta infiammando il mondo intero evolverà nel tempo. Non sembra ci sia più una reversibile soluzione per un'intesa a breve termine e la sequenza di eventi degli ultimi giorni racconta di un cammino irreversibile nella follia, dove non sembra pervenuto più nemmeno un briciolo di leadership, o strategia sensata a lungo termine all’interno della Casa Bianca.
Donald Trump ha iniziato il conflitto sotto consiglio ed egida della compagine sionista con una lista dei desideri e l'idea era semplice sulla carta, come da copione delle guerre imperialiste a stelle e strisce: bombardare l'Iran, aspettarsi la capitolazione di Teheran, riaprire lo Stretto di Hormuz alle condizioni americane e dichiarare vittoria.
Ma qualcosa è andato storto: Teheran, questa volta, si è rifiutato di seguire il copione, e Washington sta ora rispondendo al proprio fallimento strategico con una scommessa militare ancora più azzardata.
Nonostante mesi di attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele e i gravi danni inflitti alle forze convenzionali iraniane, l’Iran non ha fatto concessioni significative e ha acquisito un vantaggio senza precedenti sullo Stretto di Hormuz. Persino gli osservatori più critici verso l'Iran, negli Stati Uniti, descrivono il risultato come una sequenza di vantaggi tattici seguiti da una situazione di stallo strategico, un esito ben lontano dalla "resa" che l'amministrazione aveva immaginato all'inizio delle ostilità.
Questa distanza tra le aspettative iniziali e la realtà sul terreno spiega gran parte dell'imprevedibilità che ha caratterizzato la risposta americana nelle settimane successive. Senza un obiettivo politico credibile da raggiungere, ogni fallimento tattico si è tradotto in un'opzione militare più ampia, in un ciclo autodistruttivo che si sta autoalimentando senza un punto di uscita definito.
Il Memorandum d'intesa del 17 giugno stabiliva un periodo di negoziazione di 60 giorni, sospendeva il blocco statunitense, riapriva il porto di Hormuz e concedeva all'Iran un allentamento delle sanzioni per le esportazioni di petrolio. Ciononostante, Washington ha revocato tale allentamento e ripreso gli attacchi prima della scadenza del termine, accusando Teheran di aver violato l'interpretazione statunitense dell'accordo.
Chiariamo bene un punto fondamentale. Come segnalato in un'intervista a Glenn Diesen da Seyyed Mohammad Marandi, professore all'Università di Teheran ed ex consigliere del team iraniano per i negoziati sul nucleare, è stato proprio Washington a violare sistematicamente il Memorandum d'intesa: dal rifiuto di restituire i beni iraniani congelati al mantenimento delle sanzioni, fino all'apertura di un corridoio marittimo unilaterale "in violazione dell'articolo 5" del memorandum. È stato proprio questo corridoio, sfruttato dalle petroliere di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati per continuare a "indebolire l'Iran insieme agli Stati Uniti", a costringere Teheran a colpire alcune navi, innescando la nuova fase del conflitto.
Il documento rappresentava dunque una pausa operativa determinata anche dell’esaurirsi delle scorte di greggio strategiche statunitensi, ai livelli più bassi dal 1983, essendo state rilasciati un totale di 178 milioni di barili di greggio negli ultimi tre mesi, portando le riserve a meno del 50%.
Ed ecco che dopo l’ennesimo voltafaccia negoziale, in preda al delirio onnipotenza, il presidente ha ipotizzato l'introduzione di pedaggi americani a Hormuz, salvo poi abbandonare rapidamente l'idea; ha minacciato ponti e infrastrutture energetiche iraniane; ha ripristinato il blocco petrolifero; e ha persino accennato alla possibilità di annettere territorio iraniano.
A questo proposito, Marandi si è mostrato scettico circa un ritorno rapido al tavolo dei negoziati: "gli iraniani non accetteranno nessun nuovo pezzo di carta. Diranno: fate quello che avete promesso e poi andatevene". Solo azioni concrete, non nuove promesse, potranno normalizzare il traffico nello stretto.
E ora il tycoon valuta l’opzione di un’escalation ancora più grave, spinto ad alzare la posta, incalzato da quella lobby di guerrafondai sionisti che, secondo l’ex funzionario dell'intelligence Joe Kent, sarebbe all’origine della decisione del presidente Usa di entrare in guerra. 
Donald Trump © Imagoeconomica
Verso operazioni militari più ampie
È il Wall Street Journal riporta che Trump propende ora per operazioni militari più ampie, tra cui l'intensificazione dei raid aerei, attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane — compresa la cosiddetta Pickaxe Mountai, nome in codice dato dagli Stati Uniti a un grande complesso nucleare sotterraneo iraniano scavato sotto il monte Kuh-e Kolang Gaz La, vicino all’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz.
Ma si parla persino dell'invio di truppe statunitensi per conquistare l'isola di Kharg e altri territori vicino allo Stretto di Hormuz. Si tratta di un salto di scala notevole rispetto alla campagna aerea condotta finora, che introdurrebbe per la prima volta una componente di terra nel conflitto.
Secondo quanto riportato da Axios, gli Stati Uniti invieranno in Israele diverse decine di aerei rifornitori, in vista di un possibile ampliamento dell'operazione militare. Una decisione presa – dicono alcune fonti – durante una riunione tenutasi questa settimana nella situation room, dove a Trump sono stati presentati i nuovi piani menzionati pocanzi per condurre un'operazione offensiva su larga scala.
Mosse che rischiano di provocare un'ulteriore escalation da parte dell'Iran, che a sua volta potrebbe colpire le infrastrutture vitali dei vulnerabili stati arabi confinanti, oppure – come ha già minacciato, in caso di attacchi alle infrastrutture energetiche – indurre i suoi alleati in Yemen a perturbare ulteriormente le forniture energetiche globali attaccando le navi provenienti dal Mar Rosso, chiudendo lo stretto di Bab al-Mandeb.
Un'operazione di terra aprirebbe un capitolo completamente nuovo del conflitto, con implicazioni logistiche e politiche difficili da contenere.
L'isola di Kharg gestisce circa il 90 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, ma le truppe americane di stanza lì sarebbero esposte a missili e droni lanciati dalla terraferma. Conquistarla potrebbe essere possibile; mantenerne il controllo senza rimanere intrappolati in un'occupazione prolungata è tutt'altra questione, e su questo punto gli analisti militari restano largamente scettici.
Nelle ultime ore, Mohsen Rezaei, consigliere militare senior dell'Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei ha lanciato d’impeto un ultimatum alla tv iraniano che ha scosso con un tremore sinistro tutto il Medio Oriente.
"La politica sia dei negoziati che della guerra è finita. Se gli americani continueranno la guerra per altri tre giorni, le forze armate iraniane lanceranno un'offensiva totale e distruttiva. Tutte le linee rosse saranno superate".
La Marina delle Guardie Rivoluzionarie ha affermato che si sta avvicinando l'"ora zero" per un'operazione contro le unità navali statunitensi. In una dichiarazione diffusa dalla televisione di stato iraniana, il Comando navale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha affermato che i movimenti e le attrezzature militari delle forze statunitensi sono "sotto sorveglianza" delle unità navali iraniane, aggiungendo che "gli americani si stanno avvicinando sempre di più all'ora X di un'operazione delle forze armate iraniane contro le unità navali del CENTCOM nelle acque della regione".
La nuova Vietnam di Trump
L'Iran conserva ancora i mezzi per rappresaglia contro le basi statunitensi nella regione e per interrompere il traffico marittimo attraverso Hormuz, disponendo ancora di una quota significativa dell’arsenale missilistico (almeno il 70%) che deteneva prima degli attacchi del 28 febbraio.
Al contrario, in sette settimane di combattimento gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% delle scorte di Precision Strike Missile, circa la metà degli intercettori antimissile THAAD, quasi metà dei Patriot, circa il 30 per cento dei Tomahawk e un quinto degli SM-3 e SM-6. Trump non ha molto tempo per fare la sua mossa, prima di doversi ritirare frettolosamente. A meno di non inviare le truppe
Il New York Times avverte che questa potrebbe diventare la "guerra del Vietnam" di Trump, perché l'avventura del presidente si sta trasformando in una trappola di un conflitto senza fine: ogni attacco americano provoca una rappresaglia iraniana, ogni rappresaglia diventa una giustificazione per un altro attacco statunitense, e ogni ultimatum fallito genera un'opzione militare ancora più ambiziosa. È un meccanismo che si autoalimenta e che, secondo il quotidiano newyorkese, non presenta una via d'uscita politica visibile all'orizzonte.
L'analisi dell'ex CIA: gli Stati Uniti rischiano l'esaurimento
Per Washington si mette sempre peggio. Secondo l’ex analista della Cia, Larry Johnson, "per l'Iran, questa nuova guerra con gli Stati Uniti è molto, ma molto più semplice di quanto lo sia per gli Stati Uniti": l'Iran avrebbe distribuito "almeno 1.000 missili e droni lungo quei circa 300 km di costa", costringendo gli americani a dover cercare e colpire un migliaio di obiettivi diversi, mentre Teheran conoscerebbe già la posizione di quelli avversari.
Sul piano della sostenibilità logistica, Johnson ha sollevato dubbi concreti sulla capacità americana di sostenere il ritmo attuale del conflitto. "Se questa situazione dovesse durare a lungo, diciamo per un mese, e lanciassero per esempio 100 missili al giorno, in 30 giorni arrivi a 3.000. E credo che la scorta totale di Tomahawk sia inferiore a 3.000", ha dichiarato l'ex analista, sottolineando un potenziale collo di bottiglia nelle scorte di munizionamento di precisione. Le portaerei restano a circa 200 miglia dalla costa iraniana, il che implica che gli aerei "possono arrivare fino alle coste iraniane, sganciare i carichi e poi tornare alla portaerei, forse con abbastanza carburante — di solito rientrano quasi a secco", un dettaglio che segnala i margini operativi ristretti delle missioni aeree. 
L'escalation delle ultime ore
In ogni caso, il tenore degli attacchi continua a peggiorare. Venerdì gli Stati Uniti hanno colpito ponti e un aeroporto in Iran, provocando la risposta di Teheran, che ha colpito un impianto di produzione di energia e desalinizzazione in Kuwait, mentre i due paesi in guerra rischiavano un'ulteriore escalation ampliando i loro obiettivi per includere le infrastrutture civili. In mare, dove il rinnovato conflitto ha nuovamente interrotto le forniture energetiche dal Golfo, i Marines statunitensi hanno abbordato una petroliera vicino allo Stretto di Hormuz.
Tra i siti colpiti figurano i ponti di Bandar Khamir, nella provincia di Hormozgan, arteria di trasporto fondamentale che collega le comunità locali; l'infrastruttura ferroviaria nei pressi di Bandar Abbas, che collega il principale porto meridionale del paese con le reti di trasporto interne; l'aeroporto di Iranshahr, nella provincia del Sistan e Baluchistan; il radar di controllo del traffico marittimo di Chabahar; la zona costiera di Sirik; l'isola di Qeshm, la più grande nei pressi dello Stretto di Hormuz; il centro industriale di Ahvaz, nel Khuzestan; e la località costiera di Bushehr.
Non appena sono emerse le notizie sull'escalation di venerdì, i prezzi del petrolio Brent sono balzati di oltre il 3 per cento, raggiungendo quasi gli 87 dollari, il livello più alto dall'accordo provvisorio di un mese fa volto a porre fine alla guerra. I prezzi delle azioni globali sono crollati, con Wall Street che ha aperto in forte ribasso.
Ma le immagini satellitari rivelano anche nuovi danni all'interno del complesso della centrale nucleare iraniana di Bushehr, a seguito dell'ultima ondata di attacchi statunitensi. Un confronto tra le immagini del satellite europeo Sentinel-2 scattate il 7 e il 12 luglio mostra nuove cicatrici da impatto all'interno del complesso, insieme a un altro apparente sito di impatto nei pressi delle strutture di supporto, secondo un'analisi diffusa da Al Jazeera.
La rappresaglia sul Kuwait e la faida per lo stretto
La risposta di Teheran non si è fatta attendere e In Kuwait la situazione inizia già ad essere drammatica, dopo che gli attacchi iraniani avrebbero preso di mira una delle sue principali centrali elettriche. Le autorità kuwaitiane hanno dichiarato che una delle centrali elettriche e di desalinizzazione del paese è stata colpita da un raid di Teheran, causando danni alle strutture, un incendio e l'interruzione del funzionamento di un gran numero di unità di generazione di energia elettrica.
Il Ministero degli Esteri del Kuwait ha condannato quella che ha definito "l'atroce aggressione iraniana con missili e droni" e ha parlato di una "flagrante violazione della sovranità dello Stato del Kuwait, della sua sicurezza e dell'incolumità dei suoi territori, nonché una grave violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario".
Il ministero ha aggiunto che "il proseguimento di questo approccio aggressivo costituisce un'escalation estremamente pericolosa che minaccia la sicurezza e la stabilità regionale, una sfida sfacciata alla legittimità internazionale e mina gli sforzi volti alla de-escalation e al raggiungimento di soluzioni pacifiche", sottolineando al contempo "il diritto intrinseco dello Stato del Kuwait di adottare le misure necessarie per preservare la propria sovranità".
I ricchi stati arabi del Golfo dipendono da impianti che producono elettricità e rimuovono il sale dall'acqua di mare per rendere abitabili le loro città desertiche. Quando l'Iran ha colpito un impianto di desalinizzazione kuwaitiano il 30 marzo, l'episodio fu considerato una grave escalation che contribuì a spingere gli Stati Uniti a dichiarare il primo cessate il fuoco della guerra una settimana dopo, un precedente che ora sembra ripetersi con toni ancora più duri.
Da parte sua, l'Iran ha affermato di aver colpito basi statunitensi in Kuwait, Qatar e Bahrein, nonché una stazione radar americana in Oman. Esplosioni sono state udite a Doha, capitale del Qatar, dove il ministero dell'Interno ha riferito che un bambino è rimasto ferito da schegge. L'Iran ha anche affermato di aver aperto il fuoco contro la Siria, apparentemente per la prima volta dall'inizio della guerra, prendendo di mira quella che ha descritto come una base delle forze speciali statunitensi a Tanf, che secondo Damasco e Washington sarebbe stata abbandonata dalle forze americane all'inizio dell'anno. Una fonte militare siriana ha dichiarato che l'attacco ha colpito vicino alla base senza causare danni né vittime, e il CENTCOM ha affermato che nessun soldato statunitense è rimasto ucciso o catturato.
Poche ore fa, secondo fonti curde e regionali, l’Iran ha inoltre colpito con missili e droni l’area di Erbil e di Sulaymaniyah, centrando sia infrastrutture militari che obiettivi legati a gruppi curdi ostili a Teheran. In quest’ondata sono stati presi di mira il traffico intorno all’aeroporto internazionale di Erbil, installazioni delle forze Peshmerga e la base di Al‑Harir che ospita militari statunitensi, con sistemi di difesa aerea (C‑RAM e altri) attivati per intercettare parte dei vettori.
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno poi rivendicato un’operazione navale definita “Thunderbolt” contro una “nave nemica” nell’Oceano Indiano, descritta come una nave logistica o di supporto statunitense, colpita con missili da crociera antinave. Nello stesso contesto, fonti statunitensi e regionali riportano che navi commerciali e petroliere in transito nello Stretto di Hormuz sono state attaccate o danneggiate, con Washington che accusa l’Iran di aver preso di mira tre unità civili e parla di mine o missili contro alcune di esse.
Teheran sostiene anche di aver “neutralizzato” diverse petroliere che avrebbero violato le sue norme nelle rotte meridionali dello Stretto di Hormuz, usando missili da crociera e droni. Lo Stretto di Hormuz era già stato dichiarato chiuso.
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