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L'escalation continua: nuovi attacchi contro l'Iran, mentre cresce la crisi del debito Usa

Nuove esplosioni sulle isole strategiche iraniane. Con il Brent che supera 94 dollari al barile, la crescente crisi dei bond accende i riflettori sul declino economico Usa

Francesco Ciotti
Antimafiaduemila

"Risponderemo all'attacco iraniano contro le forze statunitensi avvenuto la scorsa notte in Giordania. Li colpiremo duramente. Ci sarà una risposta."

Con queste parole, Donald Trump aveva lanciato le sue invettive dopo l'ennesimo scambio di attacchi tra Washington e Teheran, in una guerra entrata nel suo sesto mese. Il 30 agosto le forze statunitensi avevano colpito due rampe di lancio sull'isola iraniana di Larak, all'imboccatura dello Stretto di Hormuz, in quello che ha rappresentato il primo raid statunitense noto contro il territorio iraniano dalla fine di luglio.

Un’operazione giustificata dal Comando Centrale con la necessità di fermare il lancio di razzi dotati di mine navali verso lo Stretto.

La risposta dell'Iran è arrivata con missili balistici e droni contro due installazioni statunitensi in Giordania, la base King Hussein e quella di Muwaffaq Al-Salti, oltre a un attacco rivendicato contro la base di Al Minhad negli Emirati Arabi Uniti.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha definito l'operazione una risposta all'aggressione americano-sionista e ha avvertito che ogni nuovo attacco avrebbe ricevuto una risposta più forte.

Nuovi raid americani

Ed ecco che l'escalation ha ripreso con forza nelle ultime ore. Alle 12:00 ora della costa orientale degli Stati Uniti, Washington ha annunciato l’avvio di attacchi contro obiettivi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nel sud dell’Iran.

L’operazione, secondo la versione americana, è stata avviata dopo i recenti tentativi dell’IRGC di colpire navi mercantili nello Stretto di Hormuz e militari statunitensi dispiegati nella regione.

Esplosioni sono state segnalate a Chabahar, Bandar Abbas, Qeshm, Konarak, Jask, Sirik e Minab. L’ondata di attacchi sarebbe stata condotta in larga parte con missili da crociera Tomahawk lanciati da navi americane. A Konarak sarebbero stati registrati diversi impatti.

Nel Golfo dell’Oman, l’Iran avrebbe risposto con il lancio di missili antinave contro unità da guerra statunitensi. Le ambasciate americane in Israele, Giordania, Qatar, Bahrein e Oman hanno diffuso avvisi di sicurezza per i propri cittadini.

I mercati hanno reagito immediatamente: il petrolio Brent è salito fino a 94 dollari al barile, alimentato dai timori di una crisi nello Stretto di Hormuz.

Hormuz al centro della guerra

A poco più di un mese dalle elezioni di mid-term il panico è palpabile all'interno dell'amministrazione Usa, oramai incapace di ribaltare la situazione né da punto di vista militare e nemmeno dal punto di vista economico, grazie alle dure sanzioni annunciate dal segretario del tesoro Scott Bessent che proprio oggi, al vertice finanziario del G20, ha ribadito come  gli Stati Uniti abbiano "distrutto" la marina, l'aeronautica e l'arsenale di droni dell'Iran, nonché "l'85 o il 90 percento delle loro fabbriche" in grado di costruire nuovi droni.

Nella realtà, durante il cessate il fuoco iniziato ad aprile, fonti statunitensi citate da CNN e Reuters hanno riferito che Teheran aveva già riavviato una parte della produzione di droni. Le stesse valutazioni indicavano un ripristino più rapido del previsto di siti di lancio, lanciatori e impianti produttivi; una fonte statunitense stimava che la capacità d’attacco con droni avrebbe potuto essere ricostituita integralmente in circa sei mesi

Sostenendo che l'Iran si trova ora in "estrema difficoltà militare", Bessent ha anche affermato che "il blocco è molto efficace" e che "soffocheremo economicamente questo regime". Ha aggiunto che gli Stati Uniti annunceranno nuove sanzioni contro "chiunque intrattenga rapporti commerciali con le Guardie Rivoluzionarie" mentre saranno impegnati a "rintracciare i beni delle Guardie Rivoluzionarie".

Di tutta risposta, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf in un suo videomessaggio, ha affermato che il blocco navale statunitense contro l'Iran equivale a un atto militare e che Teheran risponderà militarmente se lo intensificherà. Se la volontà degli Stati Uniti è quella di non esportare petrolio dal Golfo, ha affermato Ghalibaf, "nessuno sarà in grado di esportare petrolio".

In ogni caso, la vecchia retorica sul pericolo di future armi nucleari iraniane ormai non è nemmeno sul tavolo. Washington dice chiaramente che l'obiettivo della guerra ora è assicurarsi che la situazione ritorni come era prima della guerra. Geniale!

Ce lo ha ricordato il vicepresidente JD Vance, secondo cui "gran parte del nostro lavoro consiste nel garantire il libero flusso commerciale nello Stretto di Hormuz". Dunque il cambiamento indica che la sicurezza della navigazione è diventata una priorità immediata, mentre l'obiettivo più ampio di neutralizzare la capacità missilistica e nucleare iraniana è confinato in secondo piano.

Secondo l'analisi del professor Seyed Mohammad Marandi, il petrolio continua a passare in parte attraverso trasbordi tra navi più piccole e superpetroliere fuori dal Golfo, ma il metodo è lento, costoso e non facilmente applicabile alle altre merci.  Il traffico è sceso a meno della metà del livello precedente alla guerra, ma la vulnerabilità non riguarda soltanto il greggio. Un rallentamento prolungato può creare tensioni su prodotti raffinati, zolfo, prodotti petrolchimici, elio, alluminio, fertilizzanti e diesel.

Basti pensare che il 31 agosto hanno attraversato lo stretto soltanto 5 navi commerciali, contro una media mobile di circa 14 al giorno: 4 in ingresso e 1 in uscita.

Le tensioni nella macchina militare

Intanto, a dispetto delle parole di Bessent, la guerra sta mettendo sotto pressione la struttura americana in maniera sempre più concreta. Le dimissioni del segretario dell'Esercito Dan Driscoll dopo circa 18 mesi dall'inizio del mandato non lascia intendere un’immagine assoluta di solidità nelle forze armate Usa, soprattutto in una campagna lunga e caratterizzata da attacchi a infrastrutture regionali, in cui la continuità dei vertici, la disponibilità di munizioni e la manutenzione delle navi diventano fattori operativi decisivi.

La portaerei USS Abraham Lincoln offre un esempio concreto del logoramento prodotto da una missione prolungata. La nave, con un equipaggio di circa 5.000 persone, si apprestava a raggiungere la Thailandia dopo oltre 200 giorni senza una sosta portuale; Reuters ha riferito che la permanenza consecutiva in mare rappresentava un record moderno secondo parlamentari democratici.

Le notizie sulle condizioni di vita a bordo e sui problemi di salute mentale, inclusi tentativi di suicidio riferiti dai media, hanno alimentato la controversia negli Stati Uniti. Il caso non consente di stabilire da solo l'impatto complessivo della guerra sulla Marina, ma mostra il costo umano di schieramenti che si prolungano senza pause adeguate.

Il debito americano e i mercati in subbuglio

La crisi militare si sovrappone a una vulnerabilità finanziaria già evidente. Il debito pubblico statunitense ha superato i 40.000 miliardi di dollari nell'agosto 2026, secondo dati e ricostruzioni pubblicati da AP, NPR e altre fonti. AP ha sottolineato che la soglia è stata raggiunta appena cinque mesi dopo il precedente record di 39.000 miliardi.

Il primo settembre la vendita globale di obbligazioni si è intensificata. Il rendimento del Treasury americano a dieci anni è arrivato intorno al 4,79%, mentre quello a trent'anni ha raggiunto il 5,27%; il rendimento del Bund tedesco decennale è salito al 3,35% e quello del Gilt britannico decennale al 5,25%. Reuters ha collegato il movimento alle preoccupazioni per inflazione energetica, stretta monetaria e condizioni fiscali.

Parallelamente, in Giappone il rendimento del titolo decennale ha toccato il 3%, il livello più alto dal 1996. Nello stesso momento il Brent è salito del 2% oltre i 92 dollari al barile e il gas naturale europeo ha raggiunto i massimi da marzo. Il quadro combina tre pressioni: energia più costosa, aspettative di tassi più elevati e maggiore quantità di debito da collocare sul mercato.

Il meccanismo è diretto: quando gli investitori vendono obbligazioni, i prezzi scendono e i rendimenti salgono. Per i governi, ciò significa rifinanziare il debito a costi maggiori; per imprese e famiglie, significa condizioni più onerose per prestiti, mutui e investimenti. Un conflitto che mantiene alto il prezzo dell'energia può quindi irrigidire la politica monetaria proprio quando il bilancio pubblico è già sotto pressione.

La Federal Reserve sotto pressione

Il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha avvertito che la banca centrale dovrà intervenire se non otterrà sufficiente fiducia nel ritorno dell'inflazione verso il 2%. Reuters ha riferito che i mercati hanno aumentato le probabilità di un rialzo dei tassi a settembre fino al 60%, dal 35% precedente al suo discorso di Jackson Hole.

La Fed si trova davanti a un dilemma. Un rialzo dei tassi può sostenere la credibilità anti-inflazione e contenere le aspettative sui prezzi, ma aumenta il costo di finanziamento del Tesoro e può rallentare l'economia. Se il petrolio resta sopra i 90 dollari per un periodo prolungato, la banca centrale rischia di dover affrontare simultaneamente inflazione importata e debolezza della domanda.

Bessent, come suo solito, ha minimizzato i timori sul mercato obbligazionario, sostenendo che l'effetto dell'energia si attenuerà e che rendimenti più elevati riflettono anche la fiducia nell'economia. Una valutazione che, tuttavia, contrasta con quella degli operatori che vedono un deterioramento fiscale strutturale. La divergenza è significativa perché la stabilità del debito dipende non soltanto dai numeri, ma anche dalla fiducia nella capacità politica di governarli.

Ma cosa può fare d'altronde Bessent di fronte al disastro che sta obbligando i Paesi del golfo a deviare dalle loro promesse di investire complessivamente 3,6 trilioni di dollari negli Stati Uniti, non vedendo più garantiti gli ingenti surplus petroliferi che hanno fatto la loro ricchezza negli ultimi decenni?

Un possibile cambio di regime

L'effetto è a catena. Il rialzo dei rendimenti giapponesi può avere effetti oltre Tokyo. Gli investitori nipponici potrebbero trovare più attraenti gli asset domestici e ridurre parte degli acquisti di debito straniero, contribuendo a spingere verso l'alto i rendimenti in altri mercati. Reuters ha descritto il cambiamento come un possibile "cambio di regime" per il reddito fisso globale, dopo anni in cui i titoli giapponesi hanno funzionato da riferimento per gli investitori.

La crisi mediorientale è quindi collegata al debito americano attraverso una catena economica precisa. Gli attacchi minacciano il transito energetico; il rischio di scarsità aumenta il prezzo del petrolio; l'inflazione spinge le banche centrali verso tassi più alti; i tassi aumentano il costo di rifinanziamento del debito; i rendimenti più elevati modificano la distribuzione globale dei capitali.

È palese come l'Occidente sia diretto verso una crisi finanziaria senza precedenti e Trump si trova a gestire il disperato onore di salvare il petrodollaro dall'abisso, ma il tempo stringe.

Dalla cooperazione trilaterale alla sfida dell’ordine multipolare

Dall'altra parte i vecchi alleati non stanno ad aspettare un ritorno della deterrenza del vecchio impero. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stanno passando dalla cornice politica dell’accordo di La Mecca a una struttura stabile di cooperazione nel campo della difesa. La prima riunione del Comitato strategico, politico e di difesa, svoltasi il 31 agosto a Istanbul con la partecipazione dei ministeri degli Esteri e della Difesa e dei vertici militari dei tre Paesi, ha definito le priorità della futura intesa: maggiore coordinamento delle politiche di sicurezza, interoperabilità tra le forze armate, cooperazione industriale e sviluppo congiunto di tecnologie militari. La decisione di creare in Arabia Saudita un segretariato permanente, guidato per i primi tre anni da un rappresentante pakistano, conferisce all’accordo una dimensione organizzativa destinata a superare la logica degli incontri episodici.

Il nuovo organismo avrà il compito di coordinare le decisioni comuni e promuovere iniziative condivise, con particolare attenzione ai progetti dell’industria della difesa, alla produzione di armamenti e alle tecnologie strategiche. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la deterrenza collettiva e costruire meccanismi più efficaci di cooperazione militare; la prova concreta dell’intesa sarà tuttavia rappresentata dall’avvio di esercitazioni congiunte, da una pianificazione operativa coordinata e dalla traduzione degli impegni politici in programmi industriali effettivi.

Un'evoluzione che si colloca in un contesto internazionale segnato dalla richiesta, sempre più esplicita, di un riequilibrio dell’ordine globale.

Alla riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, i leader di Cina, Russia, India, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Bielorussia, Tagikistan, Uzbekistan hanno firmato la Dichiarazione di Bishkek, condannando gli attacchi contro l’Iran, respingendo le ingerenze nella sovranità degli Stati e criticando il ricorso a doppi standard nella lotta al terrorismo. Il documento sostiene inoltre la riforma del sistema finanziario internazionale e rivendica un ruolo più rilevante della SCO nella gestione delle principali questioni mondiali, ribadendo il principio secondo cui la sicurezza di un Paese non dovrebbe essere costruita a danno di quella di un altro. Nel loro insieme, il consolidamento dell’asse Ankara-Riad-Islamabad e le posizioni espresse a Bishkek riflettono la crescente volontà di diversi attori eurasiatici e mediorientali di dotarsi di strumenti autonomi, sia sul piano della sicurezza sia su quello politico ed economico.

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