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''L'attacco è annullato'': il bluff di Trump congela momentaneamente l'armageddon economico - La trappola dell'impero: il rischio economico di un’escalation nel Golfo e della resa Usa su Hormuz

Il presidente parla di "perimetri di un accordo", Teheran replica: nessuna intesa, lo stretto resta chiuso

Francesco Ciotti

Pagina 5 di 5: La trappola dell'impero: il rischio economico di un’escalation nel Golfo e della resa Usa su Hormuz

La trappola dell'impero: il rischio economico di un’escalation nel Golfo e della resa Usa su Hormuz

"Il memorandum d'intesa firmato è il risultato della saggezza collettiva dei membri del Consiglio dei Guardiani, e tutti i suoi membri lo condividono. Credo che questo memorandum d'intesa sarà il fulcro delle nostre relazioni estere in futuro", ha twittato domenica il presidente Masoud Pezeshkian, specificando come l'obiettivo sia "costringere il nemico a rispettare gli accordi firmati. La sicurezza del Paese, della regione e dei nostri alleati sarà rafforzata".

Se l'operazione contro l'Iran non sta producendo i risultati promessi, se lo stretto di Hormuz resta chiuso da febbraio, se il prezzo dell'energia è diventato una variabile politicamente esplosiva e se perfino il vicepresidente ha ammesso che il memorandum d'intesa serviva "ad aprire un po' i mercati così da far passare un po' di energia", perché Washington non si ferma?

Secondo l'analista di mercato Alex Krainer la risposta non passa dalla strategia militare né dall'orgoglio nazionale, bensì dai bilanci bancari.

Durante un'intervista al canale di Nima Alkhorshid, ha spiegato come l'obiettivo della guerra non sia mai stato il petrolio in quanto merce. Il petrolio, osserva Krainer, si è sempre potuto comprare: "Per tutta la mia vita si è sempre potuto andare a un distributore e comprare petrolio. Non sono servite guerre imperiali. Non è servito avere basi militari in Medio Oriente, in Venezuela, in Canada, in Nigeria o altrove." L'Austria non ha risorse petrolifere, la Svizzera nemmeno, e nessuna delle due ha mai avuto bisogno di una portaerei per fare benzina. Anche gli Stati Uniti, aggiunge, "potrebbero semplicemente esportare ciò che hanno e procurarsi ciò di cui hanno bisogno". Ma qui interviene la distinzione che regge tutta la questione: "il livello finanziario dell'intera equazione economica non ci guadagna nulla se si limitano a commerciare petrolio. Per loro il premio più grande è mantenere il controllo sulle regioni ricche di risorse petrolifere, perché così possono usare quella ricchezza di risorse come propria garanzia."

Garanzia è la parola chiave. Il meccanismo è quello del credito: una banca d'affari presta a una multinazionale dell'energia, la multinazionale sviluppa il giacimento, e il rimborso arriva dalla vendita del greggio in dollari. "Nel momento in cui, diciamo, una banca come JP Morgan concede un prestito a Chevron, mettiamo un prestito da un miliardo di dollari, nel momento in cui lo concede, quel prestito diventa un'attività nel bilancio di JP Morgan e Chevron deve iniziare a rimborsare quel prestito in dollari statunitensi, vendendo quel petrolio in dollari statunitensi." Il risultato è che "la ricchezza dell'Iran, del Kazakistan, della Nigeria, del Messico o di qualsiasi altro paese fluirà verso le banche occidentali". Krainer non usa mezzi termini nel definirlo: "questo è il meccanismo moderno del colonialismo, perché garantisce sempre che la ricchezza delle regioni colonizzate del mondo finisca, in ultima analisi, nei centri finanziari occidentali come Londra, New York, Parigi".


Da questa premessa discende l'ostilità strutturale verso Teheran, che non ha nulla a che vedere con il programma nucleare o con i diritti civili. Il problema iraniano è l'autofinanziamento: "Se avete questi altezzosi a Teheran che vogliono sviluppare il loro paese in modo indipendente, investire il loro capitale all'interno, finanziare il proprio sviluppo, finanziare le proprie aziende di risorse energetiche e infrastrutture energetiche e costruire lentamente la loro società dalle fondamenta, allora questo li mette immediatamente in guerra con le potenze colonialiste occidentali." Non perché siano ostili, ma perché sarebbero superflui: un Iran che finanzia i propri giacimenti presso banche iraniane cancella un attivo dal bilancio di Wall Street. E la stessa logica vale per le compagnie petrolifere, che Krainer assolve dall'accusa di essere il motore del conflitto: Chevron potrebbe tranquillamente accettare un prestito da una banca iraniana, "per loro un dollaro è un dollaro e un rial è un rial, non fa differenza". Sono le banche a non poterselo permettere. "È nel sistema finanziario occidentale che vengono determinati gli incentivi ultimi alla colonizzazione e alla guerra di conquista. È da lì che tutto emana."

Fin qui il movente. La costrizione, però, nasce dopo, e nasce da ciò che la guerra stessa ha prodotto. Con Hormuz chiuso, il Bab el-Mandeb sotto blocco e le infrastrutture di esportazione del Mar Rosso danneggiate, i flussi di cassa che ripagavano quei prestiti si sono interrotti. "Quei flussi di cassa si riducono a zero e significa che quelle attività, per qualunque banca le detenga, ora sono crediti deteriorati che forse non verranno mai ripagati — a meno che, in qualche modo miracoloso, l'Occidente non vinca la guerra e rimetta tutto com'era prima." È in questa clausola che si nasconde la trappola. Finché la vittoria resta possibile, l'attivo può essere iscritto a bilancio come temporaneamente compromesso. Nel momento in cui la sconfitta viene riconosciuta, la svalutazione diventa definitiva.

Krainer immagina la conversazione tra una grande banca e la banca centrale, e nel farlo mostra a cosa serva davvero la retorica bellica: "Mettiamo che JP Morgan vada dalla Fed e dica: guardate, abbiamo tutti questi attivi e sono attivi buoni, perché sapete, tutta quella situazione in Medio Oriente, Trump vincerà, sconfiggeremo gli iraniani e andrà tutto bene. Quindi questi sono attivi buoni, ma in questo momento sono deteriorati." La promessa di vittoria non è un obiettivo militare: è una voce contabile. È l'ipotesi che tiene in piedi la valutazione di centinaia di miliardi di crediti mediorientali. Ammettere che l'Iran non sarà sconfitto significa dichiarare quei crediti inesigibili, e con essi il capitale di alcune delle maggiori istituzioni finanziarie del mondo — in bilanci dove, ricorda Krainer, basta che "il 5% delle loro attività vada male" perché "l'intera banca rischi di fallire completamente".

Cosa accadrebbe se, con l'Iran ormai padrone dello Stretto di Hormuz, i Paesi del golfo smettessero di commerciare petrolio in dollari, ormai consapevoli che l'ombrello americano non è più in grado di proteggerli. Sarebbe  l’armageddon per gli Stati Uniti anche a livello macroeconomico, dato che la loro economia dipende da un continuo flusso del surplus di dollari verso i buoni del tesoro USA.

Da questo punto di vista la situazione è drammatica. Il rendimento dei titoli del Tesoro a 30 anni ha raggiunto il livello più alto dal 2007. Secondo i dati al 30 giugno 2026, il volume dei titoli di Stato americani in circolazione ammonta a 24 trilioni e 181,62 miliardi di dollari. Pertanto, quest'anno gli Stati Uniti dovranno versare circa 1,2 trilioni di dollari solo a titolo di interessi sui titoli del Tesoro, mentre i pagamenti complessivi degli interessi sul servizio del debito pubblico statunitense, che attualmente ammontano a poco più di 39,7 trilioni di dollari, potrebbero raggiungere i 2 trilioni di dollari entro la fine dell'anno.

D'altra parte, un attacco alle infrastrutture energetiche iraniane non sarebbe soltanto un’azione militare: avrebbe effetti immediati sui mercati globali dell’energia e, per propagazione, sull’intera economia mondiale. L’Iran produce circa il 4% del petrolio mondiale, pari a 3,5–4,2 milioni di barili al giorno, e una parte rilevante di questo flusso finisce in Cina; qualsiasi interruzione stabile di questa offerta aumenterebbe la pressione su un mercato già fragile. Se a questo si aggiungono i rischi sullo Stretto di Hormuz e sulle rotte del Mar Rosso, la quota di greggio mondiale esposta a shock logistici potrebbe superare il 25%, trasformando una crisi regionale in un problema sistemico.

Le conseguenze industriali sarebbero altrettanto pesanti. Un eventuale contrattacco iraniano potrebbe colpire raffinerie, impianti di trattamento del gas, oleodotti e terminali dei Paesi del Golfo alleati di Washington, con tempi di ripristino molto diversi: settimane per alcune condotte, mesi per infrastrutture upstream e portuali, fino ad anni per impianti LNG complessi e ad alta specializzazione. In questo scenario, la Cina difficilmente resterebbe passiva: dopo aver ridotto le importazioni da 12,4 a 7,8 milioni di barili al giorno e aver attinto alle proprie riserve stimate fino a 1,4 miliardi di barili, Pechino sarebbe probabilmente costretta a tornare sul mercato con maggiore aggressività, alimentando un ulteriore rialzo dei prezzi. Il risultato sarebbe una trasmissione inflazionistica a catena: energia più cara significherebbe trasporti, fertilizzanti, alimenti, materiali da costruzione e beni di consumo più costosi, con un impatto recessivo potenzialmente globale. 

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