''L'attacco è annullato'': il bluff di Trump congela momentaneamente l'armageddon economico - Il ruolo di Riyadh: la telefonata di MBS
Il presidente parla di "perimetri di un accordo", Teheran replica: nessuna intesa, lo stretto resta chiuso
Pagina 2 di 5: Il ruolo di Riyadh: la telefonata di MBS
Il ruolo di Riyadh: la telefonata di MBS
Al contrario, dietro la sospensione dell'attacco ci sarebbe l'intervento diretto del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che sabato ha telefonato a Trump per esprimere "seria preoccupazione" riguardo agli obiettivi dell'imminente escalation statunitense. Secondo l'agenzia saudita SPA, MBS ha sottolineato "la necessità di dare priorità al dialogo per allentare le tensioni" e "l'importanza di compiere ogni sforzo possibile per raggiungere una tregua".
In questo senso, la sospensione degli attacchi può essere letta come un segnale di deterrenza: l’eventuale escalation avrebbe esposto l’Arabia Saudita alla completa distruzione delle sue infrastrutture energetiche. Il Paese dipende ancora per il 55-60% delle entrate statali dalle vendite di energia, con fino a due terzi dei sauditi impiegati dallo Stato e il 60-70% del programma Vision 2030 finanziato dagli idrocarburi. In questo quadro, il richiamo di MBS a Trump non sarebbe stato solo politico, ma economico e finanziario nei confronti della tenuta dell'economia statunitense: Riyadh detiene oltre 140 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA e ha promesso investimenti tra 600 miliardi e 1 trilione di dollari nell’economia americana.
La rete di produzione del Regno è esposta sia a ondate di droni e missili iraniani sia agli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, mentre Hormuz resta un collo di bottiglia strategico per le esportazioni di petrolio. Se anche solo una parte della capacità produttiva o logistica venisse colpita, il danno non riguarderebbe soltanto Riyadh: si alzerebbero i prezzi del greggio, aumenterebbe la pressione sulla benzina negli Stati Uniti e si aprirebbe un rischio politico immediato per Washington.
In questo senso, la “marcia indietro” di Trump appare meno come un cambio di linea e più come un calcolo di convenienza. Di fronte alla possibilità che un conflitto con l’Iran danneggi infrastrutture saudite, metta in tensione i mercati energetici e comprometta i rapporti con il principale partner del Golfo, la prudenza diventa una scelta razionale. L’ipotesi che Teheran abbia mostrato di poter colpire obiettivi sauditi, o abbia lasciato intendere di averne già in mente alcuni legati ad Aramco, avrebbe rafforzato ulteriormente il messaggio: l’escalation avrebbe potuto costare troppo, troppo in fretta.













