L'asse Putin e Xi guarda al di là della dissoluzione Usa in Medio Oriente
Mentre Trump minaccia nuovi attacchi Teheran mostra resilienza e paventa nuove ‘sorprese’
Dopo la disastrosa visita di Donald Trump in Cina, che lo ha riportato in patria a mani vuote su una risoluzione vantaggiosa per Washington dell’impasse iraniana, con l’arrivo di Vladimir Putin a Pechino, sembra di assistere ad un nuovo asse euroasiatico che assiste al dissesto incontrollato del vecchio impero.
I presidenti russo e cinese hanno tirato le somme dei loro colloqui — svoltisi sia in formato ristretto che allargato nella Grande Sala del Popolo a Pechino — con toni che hanno sottolineato la profondità del legame bilaterale. Putin ha descritto i negoziati come svolti in un'atmosfera “tradizionalmente cordiale, amichevole e costruttiva”, aggiungendo che “le nostre relazioni sono autosufficienti, non dipendono dall'attuale situazione globale e fungono da modello per la costruzione dell'interazione tra paesi e popoli.”
Xi Jinping, dal canto suo, ha definito le relazioni tra Mosca e Pechino «incrollabili», affermando che i due paesi devono essere “l’uno la roccaforte strategica dell'altro” e che i rapporti bilaterali stanno “raggiungendo nuovi livelli”.
Il volume degli scambi commerciali tra i due paesi, secondo quanto dichiarato da Putin, ha raggiunto quasi 240 miliardi di dollari entro il 2025, con quasi tutte le transazioni effettuate in rubli e yuan, a testimonianza di un sistema di interscambio sempre più autonomo rispetto al sistema finanziario occidentale. La Russia si conferma uno dei principali fornitori di petrolio, gas naturale — incluso il GNL — e carbone verso la Cina, e i due paesi stanno portando avanti la costruzione delle unità di potenza di progettazione russa presso le centrali nucleari di Tianwan e Xudapu. A ciò si aggiungono collaborazioni su larga scala nei settori della metallurgia non ferrosa, delle biotecnologie, della farmaceutica, dell'aeronautica e dell'esplorazione spaziale.
Il fronte globale: ONU, BRICS e anti-egemonia
Xi Jinping ha colto l'occasione del vertice per lanciare un chiaro avvertimento agli Stati Uniti, denunciando il rischio di “correnti contrarie unilaterali ed egemoniche dilaganti” nel sistema internazionale. Il leader cinese ha dichiarato che “il mondo è minacciato da un ritorno alla legge della giungla” e che Russia e Cina “difenderanno con fermezza l'autorità delle Nazioni Unite e si opporranno a qualsiasi manifestazione di egemonia.” I due paesi, ha ribadito Xi, aderiscono da anni al principio di non allineamento e devono intensificare la cooperazione in seno all'ONU, alla SCO, ai BRICS e all'APEC, rivendicando un ruolo “stabilizzante sulla scena globale”.
Il nodo iraniano: Hormuz, energia e la pressione di Washington
Su questo tema, i due leader hanno ovviamente affrontato anche il conflitto in corso in Medio Oriente e le sue ripercussioni sull'approvvigionamento energetico mondiale. Xi ha definito la regione in un “momento critico” e ha chiesto una “rapida fine del conflitto”, sostenendo che “un cessate il fuoco globale è di estrema urgenza, la ripresa delle ostilità è ancor più sconsigliabile e il mantenimento dei negoziati è particolarmente importante.” Putin, nel commentare le interruzioni causate dalla quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, ha descritto il settore energetico come “la locomotiva della cooperazione economica”, assicurando che la Russia rimarrà un “fornitore affidabile” di risorse per la Cina.
Sullo sfondo, Washington aveva esercitato pressioni su Pechino affinché spingesse Teheran verso un accordo di pace, ma il vertice Trump-Xi della scorsa settimana non ha prodotto risultati tangibili in tal senso. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva dichiarato apertamente che “gli attacchi provenienti dall'Iran hanno chiuso lo Stretto. Lo stiamo riaprendo. Pertanto, esorto la Cina a unirsi a noi nel sostenere questa operazione internazionale.” Al contempo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto che Washington avrebbe sollecitato Pechino a fare di più, pur ammettendo che gli Stati Uniti tecnicamente non avessero bisogno dell'aiuto cinese: “È nel loro interesse risolvere la questione”, ha detto, riferendosi alla dipendenza cinese dallo Stretto come via di transito per le importazioni energetiche. Le dichiarazioni rilasciate da entrambe le capitali al termine del vertice sino-americano indicavano, tuttavia, che nessuna delle due aveva modificato la propria posizione iniziale sull'Iran. 
Donald Trump
Petroliere cinesi, blocco allentato e prezzi del greggio
È sempre più evidente, in ogni caso, come Pechino abbia già una corsia preferenziale nello Stretto, in quanto partner chiave di Teheran e non ha certo bisogno di entrare in trattative con gli americani su questo fronte. Mercoledì, due gigantesche petroliere cinesi — la Yuan Gui Yang e la Ocean Lily — cariche di circa 4 milioni di barili di petrolio, hanno lasciato lo Stretto di Hormuz attraverso la rotta di transito iraniana. Secondo Lloyd's List, almeno 54 navi hanno attraversato lo stretto la scorsa settimana, circa il doppio rispetto alla settimana precedente, anche se si tratta ancora di una frazione minima delle circa 140 navi giornaliere che normalmente lo percorrevano prima della guerra. Anche una petroliera sudcoreana ha attraversato lo stretto in accordo con Teheran, segnale di un allentamento selettivo del blocco nei confronti dei paesi considerati amici dall'Iran.
Sui mercati energetici, le oscillazioni diplomatiche continuano a riflettersi direttamente sui prezzi. I future sul greggio Brent sono scesi di circa l'1,5% mercoledì mattina, attestandosi poco sotto i 110 dollari al barile, mentre il WTI ha ceduto circa lo 0,6% a 103,48 dollari. «I prezzi di riferimento si sono indeboliti in vista di un potenziale accordo, mentre il mercato valuta gli esiti geopolitici», ha dichiarato Emril Jamil, analista di LSEG, precisando tuttavia che «i prezzi mostrino ancora un certo potenziale di rialzo anche se si raggiungesse un accordo, dato che l'offerta probabilmente non tornerà immediatamente ai livelli prebellici.» Toshitaka Tazawa di Fujitomi Securities ha sintetizzato il clima di incertezza: “Gli investitori sono ansiosi di capire se Washington e Teheran riusciranno effettivamente a trovare un terreno comune e a raggiungere un accordo di pace, dato che la posizione degli Stati Uniti cambia di giorno in giorno".
Trump ancora oscilla tra minacce e diplomazia
Sul fronte americano, Trump ha dichiarato nelle ultime ore che i negoziati con l'Iran si trovano “nelle fasi finali”, lasciando però aperta la strada a un'escalation: “O si raggiungerà un accordo, oppure dovremo prendere provvedimenti un po' drastici, ma speriamo che non accada.” Il tycoon ha aggiunto di non essere in fretta, ma ha anche rivelato di essere stato “a un'ora dal prendere la decisione di andare” per una nuova campagna di bombardamenti, rimandata all'ultimo minuto – a detta sua – per dare più tempo alla diplomazia. Il vicepresidente JD Vance, che ha guidato l'unico ciclo di colloqui di pace finora svoltosi, ha descritto la situazione come relativamente incoraggiante: “Siamo in una posizione piuttosto buona".
L'Iran, tuttavia, ha presentato una nuova proposta che ribadisce condizioni già respinte da Washington: il controllo sullo Stretto di Hormuz, risarcimenti per i danni di guerra, revoca delle sanzioni, sblocco dei beni congelati e ritiro delle truppe statunitensi dalla zona. A sei settimane dalla sospensione dell'Operazione Epic Fury, i negoziati restano sostanzialmente in una fase di stallo.
In ogni caso, secondo indiscrezioni di Axios, l’inquilino della Casa Bianca e il primo ministro israeliano Netanyahu hanno discusso di un rinnovato tentativo di raggiungere un accordo con l'Iran durante una lunga e tesa telefonata martedì. Due fonti israeliane hanno affermato che i due leader erano in disaccordo sulla strada da seguire, mentre la fonte statunitense informata sulla chiamata ha detto che "i capelli di Netanyahu erano in fiamme dopo la chiamata". Bibi è molto scettico sui negoziati e vuole riprendere la guerra per degradare ulteriormente le capacità militari dell'Iran e indebolire il governo iraniano distruggendo le sue infrastrutture critiche. Se come dichiarato anche dal direttore del National Counter terrorism Center (NCTC), Joe Kent, in questa guerra è stata proprio Israele a trascinare Trump nell’abisso, non è un buon segno.
Le “sorprese” di Teheran in caso di nuovi attacchi e il costo della guerra
A differenza degli annunci ondivaghi tra l’ottimismo e minacce apocalittiche che tanto piacciono agli insider trader, il clima a Teheran è molto cupo sulla possibilità di un accordo.
"Tutte le azioni, palesi e occulte, indicano attualmente che il nemico sta pianificando una seconda guerra. Il popolo può stare certo che le Forze Armate della Repubblica Islamica hanno sfruttato il periodo di cessate il fuoco per ripristinare le proprie capacità e adattarsi", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf. 
Abbas Araghchi
In un messaggio pubblicato su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran è pronto a reagire a una nuova aggressione facendo leva sulle “lezioni apprese e sulle conoscenze acquisite” negli scontri precedenti. A questo proposito, il capo della diplomazia iraniana ha citato un recente rapporto del Congresso degli Stati Uniti che quantifica in modo significativo le perdite subite dall’aeronautica americana.
“Mesi dopo l’inizio della guerra contro l’Iran, il Congresso degli Stati Uniti riconosce la perdita di decine di aerei per un valore di miliardi”, ha affermato Araghchi, aggiungendo che “le nostre potenti Forze Armate sono state confermate come le prime ad abbattere un F-35 di alto livello”.
Secondo il rapporto, gli Stati Uniti avrebbero perso almeno 42 velivoli durante 40 giorni di operazioni, per un costo stimato di circa 2,6 miliardi di dollari. Tra i mezzi colpiti figurano caccia avanzati, droni e velivoli strategici, inclusi un F-35A e un sistema di sorveglianza E-3 Sentry. I legislatori americani avvertono tuttavia che il conto reale potrebbe essere molto più elevato, con costi di sostituzione potenzialmente superiori ai 7 miliardi di dollari.
Capacità iraniane tra danni e resilienza
Nonostante i danni inflitti dalla campagna militare statunitense e israeliana, la reale capacità operativa dell’Iran resta oggetto di valutazioni divergenti. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando Centrale USA, ha parlato di un’industria della difesa iraniana colpita fino al 90%, ma ha anche ammesso che Teheran conserva “una capacità molto moderata, se non addirittura limitata” di colpire obiettivi regionali.
Sul terreno, però, la realtà appare più sfumata. Gli attacchi contro Emirati Arabi Uniti e altri paesi del Golfo sono proseguiti, con migliaia di missili e droni intercettati. Parallelamente, valutazioni dell’intelligence indicano che l’Iran mantiene circa il 75% dei lanciatori mobili e il 70% delle scorte missilistiche rispetto al periodo prebellico, oltre a una sorprendente capacità di recupero delle infrastrutture danneggiate.
Anche sul piano economico, Teheran sembra in grado di resistere a pressioni estreme: secondo la CIA, il paese potrebbe sostenere un blocco navale per diversi mesi prima di subire conseguenze critiche.
Foto © Imagoeconomica
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