L'agonia del Petrodollaro: Hormuz in fiamme e il vicolo cieco del debito USA
Petroliere segrete a Hormuz, ultimatum iraniano e minacce alle basi Usa in Europa, mentre il debito soffoca Washington
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I grandi saloni delle stanze del potere riverberano del fragore di pesanti movimenti tettonici in avvicinamento. Nessuno ha contezza del disastro che si avvicina e la parola d’ordine sembra essere quella di inondare i canali di informazione con promesse di una vittoria finale imminente e di una situazione totalmente sotto controllo.
Secondo quanto rivelato da Axios, gli Stati Uniti avrebbero organizzato in segreto un corridoio per l'esportazione di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, lungo il quale transiterebbero ogni giorno circa "10 milioni di barili". Funzionari statunitensi citati dalla testata affermano che ogni notte, lungo la rotta meridionale al largo delle coste dell'Oman, passerebbero tra le 15 e le 20 petroliere, mentre l'aviazione americana garantirebbe protezione intercettando droni e missili iraniani. Washington starebbe inoltre aiutando le navi vuote a entrare nel Golfo Persico per caricare petrolio proveniente dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein e dal Kuwait, in un'operazione presentata come "un notevole successo anche se la guerra resta in una situazione di stallo".
Il tutto appare in realtà come un tentativo da parte della propaganda americana di salvare la reputazione di Trump, ormai definitivamente distrutta. Non vi sono conferme indipendenti né del passaggio effettivo delle navi né dell'intervento dell'aviazione sopra lo Stretto di Ormuz. A rafforzare l'ambiguità della narrazione è lo stesso presidente Trump, che in una dichiarazione pubblica ha riconfermato di averne il possesso, “a parte qualche piccolo inconveniente. Sapete, ogni tanto lanciano un drone. Non tutti riescono a passare, ma passano. Nelle ultime settimane, abbiamo avuto un grande afflusso di petrolio. Non sarà perfetto, ma è un grande afflusso di petrolio. In realtà, la gente è stupita."
Affinché Trump – nel suo ipertrofico ego da giullare bisognoso di gloria – ammetta che qualche drone riesca a passare, significa che la situazione è proprio tragica.
Nonostante le quotazioni petrolifere rimangano temporaneamente al di sotto della soglia critica di 150 dollari al barile prevista dagli analisti per innescare una depressione globale, le metriche di mercato segnalano l'imminenza di una severa crisi energetica.
I dati elaborati dalla società di analisi Vortexa evidenziano un crollo di oltre il 50% nei flussi medi di gasolio e diesel provenienti da Russia e Medio Oriente, con volumi esportati scesi da oltre 3,3 milioni di barili al giorno registrati a gennaio a circa 1,5 milioni di barili odierni. Questo deficit strutturale ha già provocato rincari superiori al 40% sul gasolio in Europa, portando il combustibile all'ingrosso a superare il prezzo del carburante per aerei e riducendo le scorte di distillati statunitensi ai minimi da diversi decenni.
Il quadro macroeconomico rischia di peggiorare ulteriormente con l'avvicinarsi della domanda autunnale e invernale, complici il blocco dell'export russo previsto almeno fino a febbraio 2027 e le tensioni geostrategiche sullo stretto di Hormuz e in Ucraina. La combinazione di queste carenze minaccia di agire come un moltiplicatore sistemico capace di paralizzare catene di fornitura, trasporti industriali e agricoltura, spingendo l'economia verso una combinazione di inflazione alimentare e stagflazione persistente.












