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La ricerca della verità? Per le stragi del '93 la Colosimo parla solo di memoria

Aaron Pettinari

Il ricordo della strage di via Palestro e degli attentati alle chiese di Roma ci richiama a una delle pagine più drammatiche della strategia stragista mafiosa che, nel 1993, tentò di colpire il cuore dello Stato, il patrimonio culturale e religioso della nazione e la convivenza civile". 

"La violenza mafiosa cercò di piegare le istituzioni attraverso il terrore, ma trovò uno Stato capace di reagire con fermezza, nel nome della legalità e della democrazia. A distanza di anni, il dovere della memoria resta un impegno concreto. Ricordare quelle vittime e rinnovarne il sacrificio significa rafforzare, senza alcun cedimento, il contrasto a ogni forma di criminalità organizzata e riaffermare ogni giorno i valori della giustizia, della libertà e della convivenza civile". 

Con queste parole scritte sui social la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo ha voluto ricordare le stragi avvenute la notte tra il 27 ed il 28 luglio 1993 a Milano (dove persero la vita l'agente della Polizia Municipale Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, e Driss Moussafir, cittadino marocchino) e gli attentati di Roma contro le basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro a Roma. 

Tutto bene? No, affatto. Perché la memoria diventa sterile se non si accompagna alla ricerca della verità. E su questo punto la Commissione parlamentare antimafia è assolutamente latitante.

Viene parcellizzata la storia delle stragi concentrandosi sull'unico attentato di via d'Amelio ed analizzando come causa l'unica pista mafia-appalti (tanto cara dal generale Mario Mori, da tutto il centrodestra ed anche dalla Procura di Caltanissetta). Così facendo, però si perde di vista il disegno unitario che, come dimostrato da molteplici sentenze definitive, lega tutti i fatti che vanno dal 1992 al 1994.

“Bisogna fare la guerra per poi fare la pace" diceva il capo dei capi Totò Riina. E quella strategia stragista ha avuto luogo anche con la partecipazione della 'Ndrangheta, così come la sentenza del processo 'Ndrangheta stragista ha certificato. 

Ma di questo la Commissione parlamentare antimafia, che a parole ricerca la verità, non tiene conto.  

Ora, se prendiamo in esame le stragi di mafia del 1993, di fatti ce ne sono molti che andrebbero approfonditi e poco hanno a che fare con questioni di appalti.

Basti pensare alle parole del presidente del Consiglio di allora, Carlo Azeglio Ciampi. Interrogato dai magistrati di Palermo che indagavano su quella stagione di bombe e misteri ed in particolare sulla trattativa Stato-mafia, riferì di essersi particolarmente preoccupato per lo strano black out di Palazzo Chigi. Addirittura temette l'esecuzione di un Colpo di Stato.

Certo è che il clima politico di quella estate era particolarmente teso.

Un anno prima in Sicilia erano stati uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e a pochi mesi di distanza c'erano stati gli attentati in via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993, 5 morti).

Ciampi, dopo la notte delle bombe, annunciò di voler riformare i servizi segreti e il 2 agosto 1993, partecipando a sorpresa alla commemorazione della strage di Bologna del 1980, intervenne dal palco: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”.  


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Carlo Azeglio Ciampi © Imagoeconomica 


A cosa si riferiva Ciampi quando parlava di “torbida alleanza di forze”? 

Il sospetto che dietro a quelle stragi vi fosse la mano di Cosa nostra emerse sin da subito e le indagini passarono in fretta dalla procura di Milano a quella di Firenze in quanto l'esplosivo utilizzato nell'attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili.

Tuttavia è possibile credere che dietro a quelle iniziative vi fosse solo la mano mafiosa e l'interesse della sola Cosa nostra? 

Uno spunto interessante di riflessione su quella stagione lo diede Luciano Violante, allora presidente della Commissione  parlamentare antimafia. Per descrivere il clima che si respirava al tempo parlò di "bombe del dialogo".

Forse un modo per riprendere quello stesso dialogo che era stato aperto appena un anno prima con il Ros di Mario Mori quando si recò dal sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, per capire cosa fosse quel "muro, contro muro" tra Cosa nostra e lo Stato e chiedere se non si potesse parlare con "questa gente"? 

Domande che certamente questa Commissione parlamentare antimafia, così vicina ed accondiscendente rispetto alle teorie dell'indagato per le stragi del 1993 Mario Mori, non si porrà mai.


Le indagini e i processi

Parte della verità sulla strage di via Palestro venne ricostruita grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco. Così, nel 1998, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993.

Parliamo del gruppo che faceva capo a Filippo e Giuseppe Graviano, i boss di Brancaccio ritenuti "propulsori" della strategia stragista in Continente.

Ma le sentenze mostrano che dietro a quella strategia stragista vi potesse essere anche altro. “Purtroppo - si legge - la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica 'esterna'”. 

Un nuovo capitolo si è poi aperto nel 2002 quando, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l'arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso ("uomini d'onore" di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell'esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente l'attentato. I fratelli Formoso vennero condannati nel 2003 all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Milano ed il giudizio venne confermato anche nei successivi gradi di giudizio.  


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Una nuova spinta è giunta nel 2008 quando ha iniziato la propria collaborazione con la giustizia Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio che ha contribuito a riscrivere la verità sulla strage di via d'Amelio.

Con le sue dichiarazioni di fatto Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all'attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l'esplosivo. Ciò non bastò a portare alla revisione del processo tanto che nell'aprile 2012 la Corte d'Assise di Brescia rigettò la richiesta adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano. 

Con le stesse motivazioni, di fatto, è stato assolto in via definitiva anche Filippo Marcello Tutino, accusato di essere stato il basista della strage.


Quelle bombe per il 41 bis

Ma torniamo all'estate del 1993. Abbiamo già ricordato quale fosse il clima che si respirava all'epoca. Oltre a Ciampi anche l'ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sentito davanti alla Corte d'Assise di Palermo nel processo Stato-mafia, ebbe a dire o disse che a seguito di quelle bombe ai livelli più alti delle istituzioni di allora si ebbe immediatamente la consapevolezza di un attacco diretto da parte della mafia. Addirittura l'ex presidente parlò esplicitamente “di un aut-aut nei confronti dello Stato da parte della mafia corleonese per alleggerire la pressione detentiva o, in caso contrario, proseguire nella strategia destabilizzante dello Stato”. 

In una nota della Dia, datata 10 agosto 1993, si parlava di una strategia “per insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Un documento eccezionale dove per la prima volta compare il termine “trattativa”, utilizzato per descrivere quello che stava accadendo nell'immediato post stragi. 

“La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati - scrivevano gli analisti - Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. 

“Verosimilmente - continua la nota - la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”. 

Gli investigatori della Direzione antimafia avvertivano anche dei rischi che si sarebbero corsi qualora vi fosse una revoca “anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis”. Questa infatti “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.  


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Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Le domande dietro le stragi del 1993

Nonostante le inchieste ed i processi, ad oltre trent'anni di distanza sono ancora troppi i tasselli da dover mettere al loro giusto posto.

La Procura di Firenze, è noto, da tempo ha riaperto il fascicolo sui mandanti esterni delle stragi in Continente e sotto indagine erano finiti ancora una volta l'ex Premier Silvio Berlusconi (oggi deceduto) e l'ex senatore Marcello Dell'Utri (già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa). 

Lo scorso giugno la posizione di Dell'Utri è stata archiviata ed il Gip, tra un omissis e l'altro (segno che vi sono anche altre indagini in corso) affermava che vi era un "quadro indiziario significativo”.

E' interesse della Commissione antimafia capire a cosa si fa riferimento?

E' interesse della Presidente Colosimo comprendere a cosa si riferiva il pentito Gaspare Spatuzza quando nei processi aveva dichiarato ""Capaci ci appartiene, via D'Amelio anche. Ma Firenze, Milano e Roma sono una storia diversa, sono morti che non ci appartengono"?

Cosa nostra agì da sola?

E' evidente che tutte le bombe del 1993 sono rivolte a musei, monumenti, luoghi d’arte ed è chiaro che attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, non manifesta solo la volontà di metterlo all'angolo, ma quasi annientarlo.

Ma come è nata quell'idea? Chi ha indicato alla mafia i luoghi da colpire?

Cosa si nasconde dietro la sigla "Falange Armata" con cui furono rivendicati anche quegli attentati?

Quale messaggio si voleva dare colpendo quei monumenti? Si può essere certi che erano quelli gli obiettivi?

Che ruolo ha avuto Paolo Bellini, ex terrorista nero, trafficante di opere d'arte e legato ai servizi segreti, condannato definitivo per la strage di Bologna? 

Quel che è certo che la sua figura attraversa proprio gli anni delle stragi.

Ma rispondere a questi interrogativi a questo Governo non interessa. E lo ha dimostrato non dando seguito a quegli approfondimenti investigativi che il senatore Roberto Scarpinato ha presentato alla Commissione parlamentare antimafia in 57 pagine.

Finché non si daranno risposte a quegli interrogativi, gli stessi che si pongono i membri dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage dei Georgofili, parlare di memoria, rivendicando l'impegno antimafia per riaffermare valori di "giustizia, libertà e convivenza civile", non è altro che un atto di ipocrisia.

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Foto di copertina © Imagoeconomica