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| Primo piano

Hormuz S.p.A.

Giuseppe Cirillo

Petrolio, armi, banche e studi legali: chi guadagna davvero dalla nuova economia della crisi 

Nel gioco macabro dell’attuale economia mondiale, c’è chi paga e chi guadagna. Chi fa incetta di profitti lo fa sempre di più. In maniera ossessiva, quasi come se avesse una fame nervosa. Tutto nasce da un dato ormai acclarato: chi controlla uno snodo del sistema può trasformare la crisi in guadagno. Gli snodi del sistema sono i soliti noti: armi, energia, banche e grandi gruppi d’investimento. Negli ultimi anni si sono aggiunti anche le big tech e, più di prima, i grandi studi legali.
Per comprenderlo bisogna seguire un unico filo rosso che lega la guerra nel Golfo Persico - il tratto di mare che collega il Medio Oriente all’oceano attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più strategici del pianeta - all’impennata degli utili delle grandi società quotate, alla corsa delle Borse americane verso nuovi massimi storici e allo scandalo degli studi legali di Wall Street usati come canali per il trading di informazioni privilegiate.
Non è facile seguire questo filo conduttore. La difficoltà sta nel fatto che il collegamento non è immediatamente visibile. Attraversa infatti settori apparentemente scollegati tra loro: la geopolitica, l’energia, l’industria militare, la finanza, la consulenza legale, le grandi fusioni societarie, l’intelligenza artificiale, le catene di approvvigionamento. Ma il legame esiste. E forse è proprio questo il punto più importante. 


La crisi come modello di profitto

La guerra con l’Iran ha prodotto instabilità politica, choc energetici, interruzioni commerciali, rincari, tensioni diplomatiche e rischi recessivi. Ma, nello stesso tempo, ha alimentato profitti record in settori ben precisi: difesa, petrolio, gas, trading di materie prime, banche d’investimento. Famiglie e imprese devono invece fare i conti con l’impennata dei costi su bollette, carburanti, logistica e tassi d’interesse. Il risultato è anche il paradosso abituale delle economie di guerra: il danno collettivo diventa il guadagno di pochi privati. Secondo alcune stime provvisorie condivise anche dal Fatto Quotidiano e che arrivano fino al 31 marzo scorso, le 1.325 maggiori società quotate tra Wall Street, Europa e Giappone avrebbero registrato un record di utili, con circa 125 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’indice S&P 500, che raccoglie le principali 500 aziende quotate negli Stati Uniti, avrebbe registrato una crescita degli utili del 27,7%, la più alta dal 2021; le società europee dello STOXX Europe 600, indice che rappresenta circa 600 aziende quotate del continente, avrebbero visto guadagni in crescita del 10,2%; quelle giapponesi del Nikkei 225, principale indice della Borsa di Tokyo, un aumento del 14,5%. Numeri che, letti da soli, sembrano raccontare un’economia robusta. Ma che, se analizzati singolarmente, raccontano invece qualcosa di molto inquietante: alcuni settori prosperano mentre l’economia reale inizia a piegarsi sempre di più.
Ed è così che la distanza tra vincitori e vinti diventa sempre più netta. A dimostrarlo è anche il settore della difesa. Aziende come Leonardo e Rheinmetall vedono crescere utili e ordini grazie all’accelerazione delle commesse governative.
Secondo l’agenzia Reuters, Leonardo ha chiuso il 2025 superando le previsioni: gli ordini sono cresciuti del 14,5% fino a 23,8 miliardi di euro, mentre i ricavi sono aumentati di quasi l’11%, spinti dalla “forte domanda di equipaggiamenti militari e sicurezza”. Anche Rheinmetall sta vivendo una crescita eccezionale. L’elenco degli ordini della società tedesca è salito a 63,2 miliardi di euro nel 2025, contro i 48,6 miliardi dell’anno precedente, mentre il gruppo continua a ottenere contratti per munizioni, veicoli blindati e droni finanziati dai governi europei. Le multinazionali americane delle armi stanno invece registrando una crescita più contenuta, ma comunque significativa.


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Bollette per molti, dividendi per pochi

Il secondo grande vincitore è il comparto energetico. Le major europee delle fonti fossili hanno registrato anche loro profitti record, con un aumento del 48,4%, trainate soprattutto dai raffinatori capaci di sfruttare l’impennata dei prezzi. Stiamo parlando delle aziende che trasformano il petrolio grezzo in benzina, diesel, carburanti e altri prodotti simili. Quando i prezzi del petrolio e dei carburanti schizzano in alto, i raffinatori possono vendere a prezzi molto più elevati, aumentando in questo modo i margini di guadagno in maniera esponenziale.
È anche per questo motivo che petrolio e gas sono diventati il canale attraverso cui la guerra entra nelle economie domestiche. Basta che salga il prezzo del barile, che si riduca il traffico nello Stretto di Hormuz, che aumentino i costi assicurativi e logistici o che le forniture diventino più incerte, per far impennare anche i costi delle bollette, il pieno del carburante della macchina, ma anche il rincaro degli alimenti insieme ai costi industriali.
Dalla guerra in Ucraina alla crisi dello Stretto di Hormuz, le grandi compagnie energetiche hanno trasformato la volatilità in una gigantesca macchina di profitti. Secondo Global Witness, le cinque supermajor occidentali bp, Shell, Chevron, ExxonMobil e TotalEnergies hanno registrato complessivamente 467 miliardi di dollari di profitti tra l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e gennaio 2026. Nello stesso periodo, hanno distribuito agli azionisti 444,4 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisti di azioni proprie. Anche Eni ha beneficiato del primo shock energetico: nel 2022 ha chiuso con 13,3 miliardi di euro di utile netto, il livello più alto in oltre un decennio, spinto dall’impennata dei prezzi causata dal conflitto in Ucraina.
La nuova crisi iraniana ha riattivato lo stesso meccanismo. Nel primo trimestre 2026, le sei principali major europee, bp, Shell, TotalEnergies, Eni, Equinor e Repsol, hanno totalizzato 21,7 miliardi di dollari di profitti, il 43% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Shell ha registrato 6,9 miliardi di dollari di utile, bp 3,2 miliardi, TotalEnergies 5,4 miliardi, Eni 1,3 miliardi di euro e Repsol 873 milioni di euro. Ma il dato più indicativo riguarda gli extra-profitti: secondo un’analisi Global Witness-Rystad, le prime 100 compagnie mondiali del petrolio e del gas avrebbero incassato 23 miliardi di dollari di extra-profitti nel solo mese di marzo 2026, con una proiezione potenziale di 234 miliardi entro fine anno se il petrolio restasse intorno ai 100 dollari al barile.


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Hormuz: il collo di bottiglia del pianeta

In tutto questo, il nodo dello Stretto di Hormuz resta uno degli elementi centrali. La sua chiusura o semichiusura avrebbe ridotto il traffico marittimo globale di oltre il 20% e generato uno choc di offerta enorme nel mercato petrolifero.
Coerentemente con quanto spiegato più volte dal sociologo ed esperto di terrorismo internazionale Alessandro Orsini, Teheran avrebbe compreso di non poter competere con Washington sul piano convenzionale puro, cioè quello della forza militare classica. E allora ha deciso di spostare una parte considerevole del conflitto su un altro piano: quello energetico. Lo ha fatto destabilizzando il mercato energetico mondiale, appunto, attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz. L’Iran, infatti, può rendere il costo economico e geopolitico della guerra troppo alto per l’Occidente e per i mercati globali.
Ed è per questo stesso motivo che l’Iran ha istituzionalizzato il blocco tramite la “Persian Gulf State Authority”, un’agenzia che ora riscuote pedaggi e controlla chi transita in una rotta dove passa un quinto del commercio mondiale di greggio.
Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Con l’Iran che ha spostato il conflitto dal piano militare a quello economico-sistemico, obbligando Washington e i suoi alleati a confrontarsi non soltanto con una crisi regionale, ma con il rischio di recessione, i risultati iniziano già a riflettersi sull’economia reale.
Negli Stati Uniti la benzina si avvicina ai 5 dollari al gallone, superando i 4,50 dollari a inizio maggio: il livello più alto dal 2022. A questo va aggiunto anche che, secondo alcuni analisti del settore come Patrick De Haan di “GasBuddy”, una delle principali piattaforme nordamericane che monitora prezzi di benzina, diesel e mercato energetico, i prezzi potrebbero superare i 5 dollari al gallone “entro poche settimane” se non verrà riaperto stabilmente Hormuz.
Insomma, la chiusura parziale o totale del passaggio marittimo, da cui transita circa un quinto del commercio mondiale di petrolio, avrebbe provocato quello che diverse analisi definiscono il più grande shock dell’offerta nella storia del greggio. Il prezzo del Brent (il petrolio greggio) oscilla infatti attorno ai 120 dollari al barile e rimane stabilmente sopra i 100 dollari da settimane, mentre il mercato perderebbe tra i 13 e i 14 milioni di barili al giorno. Una quantità che neppure un eventuale aumento produttivo statunitense riuscirebbe a compensare.
Ecco perché Teheran avrebbe compreso che non era necessario distruggere militarmente gli avversari per piegare le trattative: bastava dimostrare di poter destabilizzare mercati, inflazione e approvvigionamenti energetici globali.
Infatti, mentre negli Stati Uniti la benzina si avvicina ai 5 dollari al gallone, alimentando il rischio di “distruzione della domanda”, la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve potrebbero presto essere costrette a mantenere o aumentare i tassi per contenere l’inflazione energetica. A questo va aggiunto che anche la geopolitica regionale in Medio Oriente sta cambiando rapidamente.
L’Arabia Saudita, la più grande economia del mondo arabo e uno dei principali detentori mondiali di riserve petrolifere, teme che una guerra prolungata destabilizzi il Golfo e comprometta il progetto “Vision 2030”. Stiamo parlando del grande piano lanciato nel 2016 dal principe ereditario Mohammed bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita in un’economia molto più diversificata rispetto alla sola dipendenza dal petrolio: tecnologia, turismo, finanza, infrastrutture, industria militare, energia rinnovabile e megaprogetti urbani come “NEOM”, la futuristica città nel deserto. Il piano punta anche ad attirare investimenti stranieri. Ma il problema è che tutto questo costa centinaia di miliardi di dollari e continua a dipendere fortemente dalle entrate petrolifere. Ecco perché crisi regionali, calo delle esportazioni o instabilità nel Golfo possono mettere a rischio “Vision 2030”.
La globalizzazione, alla fine, ha costruito un ecosistema gigantesco e molto sofisticato, ma, alla fine dei conti, dipende da pochi corridoi energetici. Basta che uno di questi si blocchi e improvvisamente le superpotenze iniziano prima a tremare, poi a negoziare.


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Mohammed bin Salman © Imagoeconomica
   

Il rischio recessione

Ad ogni modo, il problema non è soltanto il blocco, totale o parziale, dello Stretto di Hormuz, ma l’esaurimento progressivo delle scorte mondiali di greggio. È questo elemento a spiegare perché i prezzi non siano esplosi all’istante, ma abbiano seguito una traiettoria ascendente sempre più preoccupante. Il mercato è entrato, infatti, nella crisi con un cuscinetto inatteso. Durante la fase di preparazione militare, tra gennaio e febbraio 2026, i Paesi del Golfo avrebbero accumulato circa 8 miliardi di barili nei depositi mondiali. Questa riserva ha impedito un’immediata fiammata dei prezzi simile a quella vista nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Ma l’effetto ammortizzatore rischia comunque di esaurirsi rapidamente: le scorte vengono bruciate a un ritmo elevato e, se il flusso attraverso Hormuz non riprenderà nelle prossime 4-6 settimane, il mercato potrebbe entrare in una fase molto più critica, con il picco di tensione atteso tra agosto e settembre. Ecco spiegato l’allarme lanciato da alcuni analisti del settore come Patrick De Haan di “GasBuddy”.
Secondo alcune stime degli analisti, ad oggi si sta verificando una perdita compresa tra 13 e 14 milioni di barili al giorno. Di fronte a numeri simili, le soluzioni sostitutive appaiono marginali: il Venezuela - quello su cui, guarda caso, Trump ha messo le mani un mese prima di iniziare il conflitto con l’Iran - potrebbe aggiungere appena 100-200 mila barili al giorno, mentre anche un’espansione eccezionale dello shale americano - il petrolio e il gas estratti tramite fratturazione di rocce argillose - come quella del 2018, non basterebbe a compensare il deficit. In altre parole, non esistono produttori in grado di rimpiazzare rapidamente i volumi bloccati nel Golfo.
Le conseguenze iniziano già a scaricarsi sui consumi. Così, anche negli Stati Uniti, i consumatori iniziano lentamente a ridurre gli spostamenti dove possibile per comprimere le spese, con effetti economici e politici immediati. Anche le raffinerie mostrano segnali di stress: le scorte sono calate per 11 settimane consecutive e il passaggio stagionale verso una maggiore produzione di benzina non è avvenuto nei tempi previsti.


Il mercato delle informazioni

Dentro questa crisi, però, gli effetti restano asimmetrici. Le major petrolifere europee registrano profitti record, spinte - come abbiamo detto - dai margini di raffinazione.
E, a proposito di effetti asimmetrici, passiamo ora alle grandi banche, ai trader e, ovviamente, a Wall Street.
Con una crisi economica che non si è limitata all’energia, le banche e i grandi trader di materie prime hanno beneficiato pesantemente della cosiddetta volatilità dei mercati. La stessa che, per famiglie e imprese, ha significato incertezza economica e instabilità.
Le grandi istituzioni finanziarie hanno guadagnato grazie alle forti oscillazioni dei prezzi, ai tassi di interesse rimasti alti più del previsto e alla crescente richiesta di strumenti per proteggersi dai rischi finanziari.


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© Imagoeconomica


I trader dei mercati energetici e delle materie prime operano in un contesto in cui ogni notizia, smentita o indiscrezione diplomatica può muovere miliardi di dollari in poche ore. E più aumenta l’incertezza, più le informazioni diventano preziose per chi riesce ad averle prima degli altri o a interpretarle meglio.
In pratica, quando il caos aumenta e qualcuno perde stabilità economica, qualcun altro trasforma l’incertezza in profitto.
Stiamo parlando di ciò che alcuni osservatori hanno definito il “Trump market”: una serie di operazioni avvenute pochi minuti prima di comunicazioni ufficiali del presidente americano Donald Trump su dazi, petrolio e crisi geopolitiche, che avrebbero permesso ad alcuni investitori di realizzare profitti enormi anticipando le mosse dell’amministrazione americana. Il caso più evidente risale al 9 aprile 2025: dopo aver fatto crollare i mercati con l’annuncio di nuovi dazi, Trump pubblica un messaggio che sembra invitare gli investitori a comprare azioni. Poche ore dopo decide di rinviare i dazi per 90 giorni e Wall Street vola verso l’alto. Chi aveva acquistato poco prima dell’annuncio ha guadagnato enormi quantità di denaro in pochissimo tempo.
Ed è qui che arriviamo nel cuore di Wall Street. In quello che solo a prima vista sembra un altro mondo rispetto alla guerra, al petrolio e a Hormuz. Eppure, tra fusioni e acquisizioni, documenti riservati, studi legali d’élite, avvocati, trader, parenti, amici e persino un parrucchiere coinvolto nella rete delle soffiate, il principio rimane lo stesso: il profitto nasce dall’accesso privilegiato a una posizione strategica.
È il caso di un presunto schema di insider trading durato quasi un decennio, al centro del quale - secondo il Financial Times - vi sarebbe Nicolo Nourafchan, laureato a Yale e passato per studi legali di altissimo livello come Sidley Austin, Latham & Watkins e Goodwin Procter. Parliamo di colossi della consulenza legale internazionale. Sidley Austin è uno dei più grandi e influenti studi legali internazionali al mondo. Lavora soprattutto con grandi banche, multinazionali, fondi d’investimento. Latham & Watkins, invece, è un enorme studio legale globale con forte presenza a Wall Street e nella finanza internazionale. Mentre Goodwin Procter è noto soprattutto per il suo lavoro con società tecnologiche, startup e biotech.
Secondo le autorità statunitensi, Nourafchan e la sua rete di oltre trenta persone avrebbero sfruttato informazioni riservate su operazioni societarie in corso per acquistare azioni e opzioni prima degli annunci pubblici. Le operazioni citate coinvolgono società come iRobot, Johnson & Johnson, Qualtrics e Occidental Petroleum. I profitti illeciti complessivi sarebbero stati nell’ordine di decine di milioni di dollari.
Proprio lo schema Nourafchan sembra essere un caso particolarmente emblematico di corruzione sistemica nei “santuari” legali di Wall Street. Un vero e proprio sistema, ormai consolidato, inserito quasi alla perfezione in mercati globali che, nonostante le crisi legate ai conflitti militari del 2026, continuano a macinare profitti record e valutazioni estreme.
Per quasi dieci anni, a partire dal 2014, Nourafchan avrebbe sottratto informazioni riservate su quasi 30 operazioni di fusione e acquisizione (M&A) consultando i sistemi gestionali dei suoi studi in “modalità anteprima” per evitare di essere scoperto. In diversi casi accedeva a documenti relativi ad affari a cui non era nemmeno assegnato, come nell’acquisizione di iRobot - l’azienda dei robot aspirapolvere Roomba - da parte di Amazon.
Le informazioni sottratte da Nourafchan sono state poi condivise con la rete di trader professionisti, intermediari, conoscenti, persino un parrucchiere. È in questo modo che, quando l’accordo venne annunciato, il gruppo avrebbe guadagnato oltre 1,7 milioni di dollari.
Ora, il punto non è solo penale, ma strutturale. Anche gli studi legali che seguono fusioni e acquisizioni sono diventati nodi centrali della finanza globale. Custodiscono informazioni capaci di muovere prezzi, aspettative e strategie di mercato.
La guerra e l’insider trading non sono la stessa cosa, naturalmente. Ma entrambi raccontano una trasformazione reale: il capitalismo contemporaneo premia chi si trova vicino ai punti strategici del sistema. Chi controlla armi, energia, materie prime, credito o informazioni riservate può monetizzare la crisi prima che questa diventi un costo per tutti gli altri.
È la fame nervosa di profitti.
Alla fine, il filo rosso che collega Hormuz, Wall Street, il petrolio, le armi, le grandi banche e gli studi legali internazionali sembra essere sempre lo stesso: l’accesso privilegiato agli snodi del sistema. Non tutti vivono la crisi nello stesso modo. Per milioni di persone, guerre, inflazione e instabilità significano bollette più alte, carburante più caro, mutui pesanti e salari che perdono valore. Per altri, invece, rappresentano occasioni finanziarie, crescita dei margini, nuove commesse, speculazione e rendite straordinarie.
In pratica, non è la coperta a essere corta, ma il modo in cui viene tirata sempre dallo stesso lato.

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