Giravolte e cavilli: scegliere tra Ardita e Imbergamo per la Dna pesa la credibilità del Csm
Sempre più evidente il gioco di potere per impedire la nomina del procuratore aggiunto di Catania come vice Melillo
Non è più soltanto una partita tra due candidati alla carica di procuratore aggiunto come vice capo della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. La vicenda che vede contrapposti Sebastiano Ardita e Franca Maria Rita Imbergamo sta diventando il banco di prova della credibilità del Consiglio superiore della magistratura e della coerenza dei criteri utilizzati nelle nomine.
Il prossimo plenum del Csm, in programma il 15 luglio, sarà chiamato a decidere quale interpretazione dell'articolo 24 del Testo Unico sulle nomine debba prevalere. Ma, prima ancora, alcuni consiglieri dovranno spiegare un evidente cambio di posizione che mina la fiducia nell'imparzialità delle decisioni.
Il confronto tra i due candidati (entrambi sostenuti da tre consiglieri in V Commissione) ha fatto emergere una contraddizione difficilmente ignorabile: alcuni consiglieri che fino a poche settimane fa ritenevano che l'articolo 24 del Testo Unico sulle nomine non potesse essere trasformato in un criterio matematico e decisivo oggi fondano proprio su quella disposizione la scelta a favore di Imbergamo.
Ma procediamo con ordine.
Lo scorso 10 giugno, durante la precedente discussione sulla stessa pratica, i consiglieri che oggi sostengono la candidatura di Franca Maria Rita Imbergamo avevano sostenuto una tesi diametralmente opposta in appoggio a Eugenio Fusco (poi escluso dopo la decisione del Plenum di tornare in Commissione). E’ il caso del relatore Maurizio Carbone (Area).
In quella circostanza, infatti, era stato affermato che attribuire all'articolo 24 un valore rigidamente matematico e selettivo fosse inammissibile. Oggi, invece, proprio quel criterio diventa il cardine della proposta favorevole a Imbergamo che al tempo era stata dichiarata esplicitamente soccombente su ben due profili su tre nel confronto con gli altri candidati.
Una giravolta difficilmente spiegabile sul piano giuridico.
A cambiare non è stata infatti la sentenza del Consiglio di Stato, richiamata oggi per giustificare il diverso orientamento. Quella decisione era stata depositata il 22 maggio, ben prima della motivazione approvata il 5 giugno e della successiva discussione in plenum. Chi oggi invoca quel precedente ne conosceva già perfettamente il contenuto quando sosteneva l'esatto contrario.
Lo stesso si può dire per i consiglieri Marco Bisogni (Unicost) e Domenica Miele (MD) che il 10 giugno si erano astenute senza nulla eccepire sulle considerazioni di Carbone.
Una semplice evoluzione interpretativa? Oppure un criterio che cambia a seconda del candidato?
È questo l'interrogativo che accompagnerà inevitabilmente il plenum.
La proposta favorevole a Imbergamo, che vede la Miele come relatrice, considera oltre trent'anni di esperienza antimafia, computando anche i periodi trascorsi presso la Procura generale e alla Direzione nazionale antimafia. In questo modo il distacco rispetto ad Ardita supera i sei anni previsti dall'articolo 24 del Testo Unico, facendo scattare la cosiddetta "valenza selettiva", che renderebbe sostanzialmente superflua la valutazione degli altri indicatori.
La proposta sostenuta dal presidente della Quinta Commissione, Felice Giuffrè, giunge invece a una conclusione opposta. Escludendo dal computo i periodi nei quali non ricorrono i requisiti della trattazione stabile ed esclusiva della criminalità organizzata, l'anzianità utile di Imbergamo scenderebbe sotto la soglia dei sei anni di differenza rispetto ad Ardita. Verrebbe così meno l'automatismo invocato dai suoi sostenitori e tornerebbero centrali tutti gli altri parametri previsti dal Testo Unico.
Tra questi assume particolare rilievo l'esperienza semidirettiva maturata da Sebastiano Ardita alla guida delle Direzioni distrettuali antimafia di Messina e Catania, anni trascorsi dirigendo investigazioni e coordinando sul campo il contrasto alle organizzazioni mafiose.
Ma il nodo ormai non riguarda soltanto la comparazione dei due magistrati.
Sul tavolo torna con forza anche quanto denunciato nel precedente plenum dal consigliere Nino Di Matteo, che parlò apertamente del rischio di un "veto del sistema" nei confronti di Ardita, magistrato ritenuto estraneo alle logiche correntizie.
Alla luce dell'improvviso cambio di orientamento sull'articolo 24, quelle parole assumono oggi un peso politico ancora maggiore. Perché quando una regola viene considerata irrilevante in una seduta e decisiva in quella successiva, senza che il quadro normativo sia mutato, il dubbio che il criterio giuridico venga adattato al risultato da raggiungere è destinato a rafforzarsi.
Naturalmente spetterà ai consiglieri interessati chiarire le ragioni di questa repentina inversione di rotta. Ma una risposta sarà necessaria. Perché il tema non è soltanto chi diventerà procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia.
La questione riguarda il metodo con cui il Csm esercita la propria discrezionalità. Se i criteri cambiano a seconda del candidato, il rischio è che venga alimentata la percezione di decisioni influenzate da valutazioni diverse da quelle strettamente meritocratiche.
Il prossimo plenum, dunque, non sarà chiamato soltanto a scegliere tra Ardita e Imbergamo. Sarà chiamato a dimostrare che le regole valgono sempre allo stesso modo e che non possono trasformarsi, di volta in volta, in un cavillo da valorizzare o da accantonare in funzione dell'esito che si intende raggiungere.
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