VIDEO - Georgofili 33 anni dopo, inceppiamo quell'ingranaggio che impedisce alla verità di emergere
E’ davvero un mosaico incompiuto della verità giudiziaria quello di cui si parla oggi pomeriggio. Ne sono sempre più convinto. E quel termine, ‘mosaico’, l'ho ritrovato in un documento dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia, dell'11 settembre '93, inviato qualche giorno dopo alla Commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante. Ecco, gli investigatori dello SCO scrivevano che dopo il fallito attentato a Maurizio Costanzo del 15 maggio '93, ‘i successivi attentati non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato per creare i presupposti di una trattativa per la cui conduzione sarebbero stati utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali’. Quindi nel settembre del '93 veniva scritto che l'obiettivo della strategia delle bombe sarebbe stato quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono Cosa Nostra: il carcerario e il pentitismo. Dal canto suo, il pentito Gaspare Spatuzza, parlando proprio delle stragi del '93, aveva specificato che non erano previsti i morti per le stragi, né a Firenze né altrove, per poi rimarcare il suo pensiero: quando andiamo a mettere 100 e passa chili di esplosivo in una strada abitata, stiamo andando verso qualcosa che non ci appartiene più. Il dubbio atroce che quei corpi dilaniati dal tritolo o menomati per sempre rientrassero in errori di calcolo dovuti a circostanze avverse o fossero invece la conferma di una strategia eversiva esterna a Cosa Nostra ha generato ulteriore sofferenza ai familiari delle vittime di questa violenza politico-mafiosa, perché di questo si tratta. Stragi di Stato che attendono ancora una verità giudiziaria sui mandanti esterni di quegli eccidi, sui quali pesa come un macigno l'ombra dei servizi segreti americani, da sempre presente nei misteri delle stragi del nostro Paese.
Al silenzio omertoso degli uomini delle istituzioni chiamati a testimoniare sul biennio stragista '92-'93 si sovrappongono le dichiarazioni di ex mafiosi che hanno collaborato con la giustizia. Alcuni dei quali hanno evidentemente avuto paura di dire tutto quello che sapevano su quegli apparati di Stato che hanno ideato la strategia stragista servendosi di Cosa Nostra. Una paura oggettiva che accomuna chi, a livello istituzionale, sa ma ha taciuto o addirittura ha mentito. Basta ricordare le dichiarazioni dell'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, dichiarazioni smentite dagli appunti riportati nelle agende dell'ex premier Carlo Azeglio Ciampi. Che attestavano tassativamente quanto Scalfaro fosse stato un protagonista nei primi mesi del '93 nell'operazione di ammorbidire la politica carceraria, che era una delle richieste di Cosa Nostra allo Stato, attraverso le nomine da effettuare per cambiare i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Di contraltare restano oggi le parole di chi invece non ha mai smesso di gridare forte la sua richiesta di verità e giustizia, E in questa giornata il mio ricordo va innanzitutto a Giovanna Maggiani Chelli, l'indomita presidente dell’”Associazione Tra i Familiari della Strage di Via dei Georgofili” e madre di Francesca, segnata pesantemente nel corpo e nell'anima dopo la strage del 27 maggio nella quale il suo fidanzato, Dario Capolicchio, è morto insieme all'intera famiglia Nencioni. “Noi vogliamo capire fino in fondo quello che è accaduto”, diceva con forza Giovanna Chelli in un'intervista rilasciata al nostro direttore Bongiovanni assieme al caporedattore Pettinari. “Nel bene o nel male vogliamo solo la verità, vogliamo sapere se Berlusconi e Dell'Utri sono saliti sul carro della trattativa Stato-mafia”. E proseguiva dicendo: “In tutta questa storia conserviamo la speranza che prima o poi Giuseppe Graviano dica quello che sa, collaborando con la giustizia". Giovanna Chelli voleva sapere una volta per tutte cosa intendesse dire Graviano nel gennaio del '94, pochi giorni prima del fallito attentato allo Stadio Olimpico, quando aveva fatto i nomi di Berlusconi e Dell'Utri dicendo che “grazie a loro si erano messi il paese nelle mani”. 
E nell'indagine sui mandanti esterni delle stragi del '93, che vede ancora indagato a Firenze Marcello Dell'Utri e Mario Mori, il ruolo di Giuseppe Graviano resta fondamentale per arrivare alla verità. In occasione del trentennale della strage di Georgofili, Dino Chelli, il marito di Giovanna, intervistato da Maria Grazia Mazzola, si era appellato a Matteo Messina Denaro e ai fratelli Graviano dicendo testualmente: "Anche voi siete arrivati ormai alla fine della vostra vita. Dite finalmente come sono andate le cose nelle stragi del '93. Chi vi ha detto cosa fare?”. Da Messina Denaro e Graviano però non c'era stata nessuna confessione aperta, ma solo messaggi striscianti a chi poteva interpretarli. Tornano in mente le dichiarazioni di Giuseppe Graviano nel febbraio 2020 al processo 'Ndrangheta-stragista, quando aveva dichiarato di aver appreso tramite suo cugino Salvatore Graviano che nel '92, prima della strage di Capaci, Berlusconi avrebbe detto di voler scendere in politica. E già nel 2016 lo stesso Graviano in un'intercettazione ambientale in carcere tra lui e il boss Umberto Adinolfi aveva dichiarato: "Berlusca mi ha chiesto questa cortesia, per questo è stata l'urgenza", per poi aggiungere: "Lui voleva scendere (in politica, ndr) però in quel periodo c'erano i vecchi e lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa…”. Si riferiva forse alle stragi del '93? Su questo punto gli investigatori hanno cercato con ogni mezzo di fare luce, mentre subivano attacchi senza precedenti, come ha denunciato l'ex procuratore di Firenze Luca Tescaroli. Certo è che Giuseppe Graviano si era limitato a lanciare quel messaggio a chi di dovere, una sorta di "do ut des” in cambio del suo silenzio. Sette anni fa Giovanna ci ha lasciato, sconfitta da quello che spesso viene definito un male incurabile. Ma qui di incurabile c'è soprattutto la collusione di pezzi di uno Stato che ha trattato con Cosa Nostra sul sangue di tutte le vittime innocenti. Ed è nei loro confronti, e di chi come Giovanna se n'è andata mentre chiedeva giustizia, che abbiamo un dovere morale: continuare a pretendere la verità. Ed essere un corpo estraneo che fa inceppare quell'ingranaggio che cerca di impedire alla verità di emergere con tutta la sua forza.
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© Luca Staiano














