
di Lorenzo Baldo
Trump, Netanyahu e quel piano di pace in pieno stile “Show must go on”
A una settimana dal cessate il fuoco a Gaza, resta un’amara considerazione: non c’è limite al peggio. Dopo due anni di genocidio in mondovisione, assistiamo giorno dopo giorno al teatro dell’assurdo. Da una parte Trump - esaltato ai limiti della santità – nonostante abbia sostenuto e armato l’autore di quel genocidio, il criminale assassino Benjamin Netanyahu, assieme anche al nostro Governo. Dall’altra uno dei leader di Hamas che, dopo l’annuncio del cessate il fuoco, appare in televisione e dichiara “il popolo non è stato sconfitto”, e “Gaza ha resistito e ha combattuto una guerra storica”.
Per un attimo si resta tramortiti. Poi, però, a mettere i puntini sulle i arrivano le parole del dottor Ezzideen Shehab, medico di Gaza, che in questi due anni, oltre che a curare il suo popolo, ha tenuto quasi ogni giorno un diario su X che ha fatto il giro del mondo. Il Dr Ezzideen si è ritrovato in questi lunghi mesi ad essere uno dei centinaia di migliaia di sfollati, senza più una casa, una clinica, stremato dalla fame e in cerca costante di cibo, annichilito, svuotato nell’anima. Ma con la forza ancora di dire la verità. “Insieme alla mia famiglia – ha scritto in un recente post –, ai miei amici e alle loro famiglie, non abbiamo combattuto alcuna guerra. Siamo stati vittime di un annientamento innescato da Hamas dalle nostre case, solo per vedere l'esercito israeliano piombare su di noi e scatenare tutta la sua crudeltà sui civili di Gaza, mentre i combattenti di Hamas sparivano nei loro tunnel. Che la storia registri la verità: siamo stati sconfitti, completamente, dolorosamente e completamente. E siamo noi, il popolo di Gaza, ad avere il diritto di dire se siamo stati sconfitti o meno, non coloro che se ne stanno comodamente seduti in Qatar o in Turchia”. “Siamo stati schiacciati, umiliati e distrutti dopo che la nostra città è stata distrutta, occupata e cancellata dall'esistenza. Siamo stati sfollati, spogliati di tutto ciò che avevamo costruito, abbandonati a vagare tra le rovine delle nostre vite”. Per poi concludere con la sintesi del suo ragionamento, che rappresenta una verità inoppugnabile: “Non eravamo soldati in guerra. Eravamo i corpi sepolti sotto di essa”.
Basterebbero queste parole per chiudere la bocca a tutti i commentatori nazionali e internazionali che nel mainstream pontificano ancora sulla politica di pace di Trump e chiudono tutti e due gli occhi di fronte alle responsabilità penali di Netanyahu e dei suoi sodali.
Che fine hanno fatto i mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale dell’Aja nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (ex ministro della difesa israeliano) per crimini di guerra e crimini contro l’umanità? Già dimenticati?
Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant © Imagoeconomica
Nel frattempo è Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, da Perugia, dove ha partecipato alla Marcia per la pace, a ricordarci che “nel piano di pace proposto da Trump e Netanyahu ci sono troppi assenti. Anzitutto i palestinesi, cooptati da tecnocrati”. “Dov’è la Cisgiordania e dov’è la giustizia?”. “Quello che è stato fatto a Gaza – ha aggiunto – non è l’esito di un terremoto, ma frutto di un piano intenzionale voluto ed eseguito al fine di distruggerla. Tutto questo non c’è. Si parla di una ricostruzione sulle macerie e sulle fosse comuni, ma non di ricucire lo strappo fatto all’anima di quel popolo”. “Secondo me (il piano di Trump, ndr) non porterà alla pace, se per pace si intende la fine della violenza. Non succederà”.
La stessa Albanese ha più volte sottolineato che una commissione nominata dalle Nazioni Unite a New York ha concluso che a Gaza è stato posto in essere un genocidio. Che tra l’altro è stato ribadito anche da alcuni storici israeliani. B’Tselem, organizzazione di Diritti Umani israeliana, lo ha chiamato “il nostro genocidio”. L’ong israeliana Physicians for Human Rights – Israel lo ha ugualmente definito con lo stesso termine. E proprio la commissione di inchiesta delle Nazioni Unite su Israele e Palestina, dopo due anni di indagini con testimonianze di militari e analisi documentali, ha affermato che è genocidio.
Di che altro bisogna discutere per portare a processo Netanyahu e tutti quei capi di governo – USA in primis – che lo hanno sostenuto nel suo piano criminale, studiato fin nei minimi particolari, per sterminare il popolo palestinese? E’ del tutto plausibile la teoria sulla lobby sionista che ha in mano la grande finanza mondiale e che tiene sotto ricatto quegli stessi governi complici del genocidio. Governanti che, come in un perenne Truman Show, recitano quindi a favor di telecamere le parti dei fedeli alleati di Netanyahu.
Francesca Albanese © Paolo Bassani
Ma chi ha voluto il massacro del 7 ottobre 2023?
Il 30 novembre 2023 era stato il New York Times a pubblicare un documento del 2022 che rivelava in anticipo di un anno i piani di Hamas per il 7 ottobre.
Il dossier, denominato “Muro di Gerico”, spiegava nel dettaglio quell’eccidio – che resta a tutti gli effetti una orribile mattanza da condannare senza se e senza ma – con dovizia di particolari. Ma il segnale di allarme era stato palesemente – o volutamente – ignorato, ed era rimasto nei cassetti degli uffici dell'intelligence israeliana per almeno un anno. I vertici degli apparati avevano stabilito che alla minaccia “Muro di Gerico” non bisognava reagire.
I servizi segreti israeliani (Mossad e Shin Bet) erano quindi a conoscenza del fatto che Hamas aveva programmato un attacco decisamente elaborato per penetrare in territorio israeliano. Sapevano che ci sarebbe stata una fase iniziale segnata dal lancio di razzi per distrarre l'esercito, poi una seconda fase dove l'assalto avrebbe riguardato le postazioni lungo il confine, e in ultimo l’accesso in massa dei combattenti nei kibbutz. Ma hanno lasciato che accadesse.
Ad approfondire quel dossier è stato recentemente Massimo Mazzucco, regista e sceneggiatore a dir poco controcorrente. Che in occasione del 2° anniversario del 7 ottobre ha elencato, uno dopo l’altro, le incongruenze di quell’attentato arrivando a delle conclusioni agghiaccianti: Netanyahu ha finanziato e favorito Hamas; Israele sapeva già da tempo dell'attacco di Hamas; Israele ha abbassato le difese intorno a Gaza, ha permesso ad Hamas di penetrare indisturbato, e poi ha ritardato di diverse ore l'intervento militare, per permettere ad Hamas di completare il massacro; e infine, i soldati dell'Idf hanno ucciso intenzionalmente gli stessi abitanti dei kibbutz.
Accuse pesantissime. Che meritano di essere approfondite nella sua videoinchiesta basata su dati oggettivi. E che, soprattutto, mostrano da un’altra prospettiva il “gioco grande” del potere all’interno del quale lo stesso Netanyahu è una mera pedina. Che, una volta terminato il suo compito, verrà rimpiazzata con una nuova.
Non siamo quindi di fronte a un catastrofico fallimento dell’intelligence israeliana, l’operazione “7 ottobre” appare piuttosto come il risultato del più classico LIHOP, l’acronimo americano che significa let it happen on purpose, cioè lasciarlo succedere apposta. Un’operazione di cui i vertici degli apparati erano indubbiamente a conoscenza, così come evidentemente anche il premier di Israele. Il ruolo del suo più fedele sostenitore, Donald Trump, può essere a quel punto inquadrato nell’ottica di una partecipazione attiva, piuttosto che passiva.
Secondo la ricostruzione di Mazzucco è stato quindi Netanyahu a far crescere Hamas fino a farlo diventare il grande nemico di cui aveva bisogno per portare avanti la sua strategia.
Di sicuro la celebre frase del premier israeliano, pronunciata ad una riunione del suo partito nel 2019, e riportata fedelmente nel video, è alquanto esaustiva: “Chiunque voglia ostacolare la nascita di uno stato palestinese deve supportare il rafforzamento di Hamas, e il trasferimento di soldi ad Hamas”. Dichiarazioni trancianti, che lasciano intravedere scenari ibridi nei quali si muovono coloro che dirigono gli equilibri politici mondiali.
Gerusalemme, 13 ottobre 2025. Donald Trump e Benjamin Netanyahu durante la visita in Israele del presidente statunitense © Imagoeconomica
Dite al mondo che siamo ancora qui
Una settimana fa Elina El-Yazji, giornalista palestinese ventiduenne che per Il Fatto Quotidiano ha scritto una sorta di diario direttamente dall’epicentro dell’inferno, si è ritrovata a vagare tra le macerie di Gaza assieme a centinaia di migliaia di persone.
“E da qualche parte – ha scritto Elina – tra loro, cammino anch’io: una giornalista che torna in quella che un tempo era la sua strada a Sheikh Radwan. I muri di casa mia sono mezzi crollati, il soffitto è crollato. Eppure, l’odore della terra, il rumore del mare vicino, sembrano un battito cardiaco che rifiuta di fermarsi. Faccio un respiro profondo e sussurro: ‘Siamo tornati’. La mia macchina fotografica cattura frammenti: un ragazzo in bicicletta con una gomma a terra, una donna che lava i piatti in un lavandino rotto, un uomo che stende il bucato su una corda legata tra due tondini di ferro. Nessuno di loro distoglie lo sguardo dalla macchina fotografica. Ci guardano dritto dentro, come per dire: dite al mondo che siamo ancora qui”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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Il profilo X del Dr Ezzideen
















