Gaza: appunti di un medico dal genocidio - La memoria straziata
Un appello a quel che resta dell’umanità nel libro di Ezzideen Shehab
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La memoria straziata
Il giorno dopo il Dr Ezzideen annota ancora il dolore dell’oblio che si impadronisce della mente di molti sopravvissuti.
“Qualche giorno fa abbiamo iniziato a rimuovere le macerie dove un tempo sorgeva la nostra piccola clinica a Jabalia. I mattoni hanno ceduto come vecchie ossa, e la polvere si è alzata in una preghiera grigia che nessuno ha ascoltato.
Oggi, tornando sulla lunga strada dissestata che divora il tempo come una bestia divora il pane, un giovane accanto a me mi ha chiesto: ‘Sei Ezzideen Shehab?’. Ho annuito. Lui ha sorriso con una tenerezza che mi accusava. ‘Non ti ricordi di me’, ha detto. No, non me lo ricordavo.
Si è presentato come Ahmad R. e ha iniziato a rievocare davanti a me la mia stessa vita, scena dopo scena, con quei dettagli che solo il cuore può custodire. Ho ascoltato e ho finto di ricordare, come un ladro che finge innocenza prima del verdetto.
La verità è più difficile: avevo dimenticato non solo il suo volto, ma persino il suo nome; era come un sasso in bocca che non riuscivo ad assaporare. Questa piccola umiliazione non è passata: mi ha trafitto come un ago, rivelando una malattia più profonda. Le persone iniziano a parlare e si interrompono a metà frase, come se qualcuno avesse spento la luce dei loro pensieri. Un altro cerca una parola semplice e trova solo silenzio, e noi ci raduniamo attorno a quell'assenza come attorno a una tomba. Anche il negoziante sbaglia a contare le monete, continuamente.
Qualcosa dentro di noi si sta dissolvendo. Le nostre case stanno crollando, sì, ma accanto a loro si sta consumando una catastrofe più silenziosa: lo smantellamento delle stanze dove una persona trascorre le sue giornate. La memoria è il palazzo del povero. Che cos'è un uomo quando il palazzo non ha porte?”.
La riflessione del Dr Ezzideen tocca le corde di un’anima ferita, che non vuole arrendersi, ma che è provata all’inverosimile.
“Questa non è pigrizia. È una malattia collettiva dell'anima: un terrore eccessivo ha schiacciato il cervello come una pietra sul petto di un uomo addormentato, finché non si sveglia soffocato, credendo di aver acconsentito al proprio soffocamento.
La mente si difende con l'oblio. Getta via nomi, volti, angoli di strada, le piccole prove dell'esistenza. A Gaza, tutti noi facciamo un patto con l'abisso: cediamo una parola per un'altra ora di resistenza, scambiamo il ricordo di un volto per un po' di sonno, spendiamo la nostra memoria per sopravvivere al giorno successivo.
Vi chiederete: dove sta il senso di colpa in un tale oblio? Il trauma dimentica di vivere, la coscienza ricorda di rimanere umana, e tra questi due campi una persona è lacerata. Cosa sono io per Ahmad R., che mi conosceva, se non posso restituirgli la sua identità riconoscendolo?
Forse è per questo che le macerie mi fanno vergognare. Ogni pietra conosce il suo posto, ricorda il muro che ha sostenuto. Ma io, che curo ferite e scrivo parole, non so dove collocare Ahmad R. nell'architettura dei miei giorni”.











