Gaza: appunti di un medico dal genocidio - Il diario del giovane medico
Un appello a quel che resta dell’umanità nel libro di Ezzideen Shehab
Pagina 2 di 7: Il diario del giovane medico
Il diario del giovane medico
E’ la cronaca asciutta, struggente e devastante di un medico di 31 anni, originario di Jabalia, nel nord di Gaza. E’ “Diario di un giovane medico – Appunti dal genocidio a Gaza”, un libro del Dr Ezzideen Shehab (Mimesis edizioni).
Il Dr Ezzideen era rientrato a Gaza cinque giorni prima del 7 ottobre 2023. Il giovane medico palestinese voleva festeggiare la laurea con la sua famiglia dopo aver vissuto 10 anni all’estero. Ma da lì a poco sarebbe stato testimone diretto del genocidio in corso, e avrebbe visto morire quaranta membri della sua stessa famiglia.
Ezzideen Shehab non è solo un medico, ma anche un toccante poeta, e un fine scrittore, che appena può scrive i suoi appunti su ciò che vive affidandoli a Internet. Il suo profilo X ha immediatamente catturato l’attenzione di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.
Ed è Paola Caridi, saggista e giornalista, già corrispondente dal Cairo per Lettera22, associazione di cui è fondatrice e presidente, e che si occupa da oltre vent’anni di storia politica contemporanea del mondo arabo, ad aver firmato l’introduzione.
“Prima prendono la terra – scrive la Caridi parafrasando le stesse parole del Dr Ezzideen –. Poi il cielo. Poi il mare. Non si limitano a ucciderci. Uccidono l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, i luoghi in cui un tempo esistevamo. E non ci resta nulla. Nient'altro che polvere”.
La giornalista spiega che è tutta Gaza “l'obiettivo del genocidio che Israele ha deciso di perpetrare, sotto lo sguardo benevolo e perdonante dell'Occidente. È terra e persone, mare ed esseri umani, e, sopra a tutti, il cielo”.
“È così che ci cancellano. Non tutto in una volta, ma pezzo per pezzo”, scrive Ezzideen Shehab. Che finisce per essere “gettato dentro il cuore di tenebra. Anzi, nel cuore del cuore di tenebra, l'ospedale, la clinica, il pronto soccorso, il pavimento intriso di sangue, gli occhi spenti di madri che chiedono di salvare i propri figli, le migliaia di amputazioni senza anestesia”.
La presidente di Lettera22 evidenzia come vi sia “un filo trasparente e fortissimo che lega proprio le amputazioni subite dai palestinesi, in questi anni di genocidio, e la cancellazione di Gaza pezzo a pezzo. È il filo che racconta la frantumazione di un mondo, già chiuso dall'assedio cui Israele aveva sottoposto la Striscia di Gaza, in misura stringente in particolare dal 2007”. Il giovane medico di Jabalia è nato all'indomani della creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese “embrione - almeno così sembrava - dello Stato di Palestina, il sogno fallito”. La saggista ricorda come sia stato tolto il mare, chiuso dalle navi militari israeliane “che hanno impedito, ben prima del 7 ottobre, ai pescatori palestinesi di andare – appunto – per mare e trovare il sostentamento necessario per la famiglia. E distrutta e rubata la terra, che per i palestinesi è appartenenza e non proprietà. È legame ancestrale ed eterno”.
Paola Caridi evidenzia la peculiare importanza di quei “messaggi in bottiglia” del Dr Ezzideen affidati alla rete social “raccolti immediatamente da chi, dall'altra parte, cerca di connettersi con Gaza, il campo di sterminio, sbirciando virtualmente oltre i cancelli. Ma nulla, proprio nulla abbiamo vissuto e compreso delle sofferenze insostenibili, di quella disperazione che abbiamo solo potuto intuire, finché un testimone – il dottor Ezzideen – non ci ha portato per mano dentro il mattatoio Gaza”.
E come sempre “solo i sopravvissuti possono scrivere il racconto dell'indicibile, della ferocia che non credevamo più concepibile. Come sempre è successo, sono le vittime del genocidio le uniche deputate a potercelo, dovercelo raccontare”.
E di fronte a tutto quell’orrore il Dr Ezzideen Shehab non si sottrae. “Scrive in modo preciso e profondo dei minimi particolari. Di respiri e visi di un pallore simile alla morte. Di pane da cercare e di lacrime. Parla di sé stesso, il testimone di trent'anni cui tocca crescere in fretta, anche come dottore, dopo un periodo all'estero per studiare medicina”.
“È il cammino quotidiano del giovane dottor Ezzideen – sottolinea la Caridi – a calarci dentro il genocidio, in una cronaca dolentissima che parla anche stavolta della crudeltà fine a sé stessa e imposta dall'alto, da chi il genocidio lo compie. Israele. Lo Stato di Israele”.
Le domande sono prive di alcuna retorica e portano con sé un’immediata risposta: “Volete vedere i dettagli di un genocidio? Volete sapere cos'è realmente successo mentre i nostri talk show ci raccontavano di strategie militari e politiche senza senso e senno? Seguite i passi del dottor Ezzideen nel girone infernale in cui ogni palestinese ha una storia, uno sguardo e gli occhi a un tempo disperati e ricolmi di dignità”.
Ezzideen Shehab è a tutti gli effetti “figlio di un contesto culturale e medico così contemporaneo da portarlo a interrogarsi più e più volte sulla guerra nel tempo lungo della storia. Ed è questa domanda a condurci in fondo a una delle pagine più aberranti del genocidio. La sua durata, la sua lunga durata, ben oltre le operazioni di guerra”. Ed è il tono del dottor Ezzideen quello che “si fa ancor più dolente quando descrive non solo l'orrore nelle corsie di un ospedale, ma, legato e consequenziale, l'orrore che seguirà in futuro”. Come per quella mamma che “aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l'apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall'aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché”.
La realtà diviene quindi implacabile, attraverso lo sguardo del dottor Ezzideen. “Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia?”.
“È un libro prezioso – conclude Paola Caridi, e non si può che esserne totalmente d’accordo – il diario di Ezzideen Shehab, perché centellina il racconto dal cuore di tenebra. E lo fa perché lui stesso, Ezzideen, fa parte della schiera delle vittime che, nella disperazione esposta, prova e riesce a conservare una dignità che sembra impossibile. Nulla è nascosto, tutto è mostrato, ed è da questo ‘tutto’ che si alza, potente, la domanda rivolta a noi. Dove eravate mentre tutto questo ci succedeva?”.
Una domanda a cui nessuno di noi potrà sottrarsi. Perchè, come ha scritto il giornalista palestinese freelance, Sameh Ahmed, a cui l’Idf ha ucciso suo figlio Rakan di appena 9 mesi: “le lacrime dietro gli schermi dei telefoni non riporteranno indietro i morti”.
Ma se da una presa di coscienza si arriverà ad una ulteriore mobilitazione, ancora più pregnante attraverso forme di disobbedienza civile, per fare pressione sui governi che sostengono il governo criminale di Israele, c’è ancora speranza di invertire la rotta.











